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Lockdown più comunismo e in Corea del Nord si muore di fame

Dal 14 agosto le restrizioni per il Covid-19 in Corea del Nord sono state rimosse. Nel Paese comunista, che si era sempre detto libero dal virus, era stato proclamato lo stato d'emergenza a maggio. Il lockdown ha provocato la morte per fame di decine di prigionieri. E anche i liberi non stanno molto meglio.

Corea del Nord, sanificazione durante il lockdown

Dal 14 agosto le restrizioni per il Covid-19 in Corea del Nord sono state rimosse. Nel Paese comunista, che si era sempre detto libero dal virus, era stato scoperto un focolaio in aprile. A maggio il dittatore Kim Jong-un aveva allora proclamato lo stato d’emergenza e imposto un lockdown. Ora che le misure restrittive sono state ritirate e il regime ha proclamato solennemente la vittoria contro il virus, si contano le vittime. Ufficialmente non trapela alcun dato, ma testimonianze anonime rilasciate all’emittente Radio Free Asia mostrano un quadro drammatico: prigionieri morti di fame durante il lockdown e sempre più carenza di cibo anche per i cittadini “liberi”.

La situazione nelle carceri e nei campi di lavoro è sempre stata molto dura. Il regime di Kim Jong-un aveva preso provvedimenti nel 2015 per alleviare le condizioni degli internati, punendo i funzionari dei campi in cui si registravano più decessi. Nessun detenuto avrebbe dovuto essere escluso dalle razioni extra e le visite dei familiari, che hanno il diritto di portare cibo ai loro cari, erano diventate mensili, da trimestrali che erano. La mortalità nei campi è rimasta sempre molto alta, se rapportata a quella delle carceri occidentali. Ogni mese morivano comunque tre o quattro internati. Con il Covid e l’imposizione del lockdown, invece, si sono interrotte le visite dei parenti, dunque si è chiusa la principale fonte delle scorte di cibo per i prigionieri.

La testimonianza rilasciata a Radio Free Asia è drammatica: “La scorsa settimana ho visitato mia sorella nella prigione di Kaechon - e mi ha detto che almeno 20 detenute sono morte per fame e lavoro duro”. “Vi sono almeno 50 prigioniere cui è stata riscontrata una grave malnutrizione nel carcere femminile, che sono state isolate assieme a un gruppo di malate. Non possono nemmeno alzarsi o restare sedute. Sembra che stiano aspettando solo di morire”. “Quando sopraggiunge il decesso… le guardie entrano in cella e impilano i cadaveri da una parte. A fine mese gli altri detenuti trasportano le vittime su una barella per seppellirli sulle montagne dietro la prigione”. I prigionieri “non riescono a sopportare il duro lavoro mangiando solo una palla di riso”.

Se nelle prigioni muoiono di fame a decine ogni settimana, all’esterno non si sta troppo meglio. Dopo due anni di chiusura totale delle frontiere (sempre a causa delle misure anti-pandemia), la produzione alimentare interna non è più sufficiente, da sola, a sfamare la popolazione. Altre fonti interne spiegano, ad esempio, come il regime abbia costituito delle squadre di “ispettori del mais”, con l’incarico di fermare tutti coloro che rubano il mais. In molti casi, stando alla testimonianza, perquisiscono e sequestrano tutto anche ai danni di chi semplicemente trasporta il mais anche legalmente. “Ieri, la squadra di ispezione del mais era composta da due membri che stavano di guardia sulla strada che porta alla città, dal villaggio di Sinsong al centro della città”, ha detto la fonte. “Sono rimasti lì tutto il giorno, controllando le borse e i fagotti delle persone. Hanno controllato il mio zaino. C’erano chicchi di mais e fagioli, che mi aveva dato un mio parente del villaggio rurale di Sinsong”, ha raccontato la fonte. “Non appena la squadra di ispezione del mais ha visto il mais e i fagioli, ha cercato di confiscarli, accusandomi chiedendo: ‘Non li hai rubati dalla fattoria della cooperativa?’. È scoppiata una lite sul posto”.

La situazione sta diventando grave anche nelle città, dove gli anziani sono sempre più spesso visti fuori dall’ingresso dei bar intenti a vendere i loro coupon della birra in cambio di cibo. Tutto è razionato e anche la birra si può bere se si possiede una speciale tessera annonaria. Gli anziani la rivendono in cambio di una manciata di soldi (l’equivalente di 10 centesimi di euro) con cui comprare un po’ di cibo extra. 

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