• A 20 ANNI DALLA MORTE

Lo spettro di Kung Pinmei sull'accordo Cina-Santa Sede

La fedeltà a Cristo e alla Chiesa cattolica gli costarono 30 anni di carcere duro nella Cina di Mao. Trenta anni vissuti pregando perché i cattolici restassero saldi nella fede e quelli che avevano ceduto al Partito comunista tornassero fedeli. Vi riproponiamo l'intervista realizzata nel giugno 1991 a Roma in occasione della consegna della porpora cardinalizia da parte di papa Giovanni Paolo II, perché rende ragione della grandezza di questa figura e getta una luce vera sull'attuale compromesso tra Santa Sede e governo cinese.

Papa Giovanni Paolo II con il cardinale Kung Pinmei

Esattamente venti anni fa, il 12 marzo 2000, moriva a Stamford (Usa) all'età di 98 anni il cardinale cinese Ignazio Kung Pinmei, una delle figure più esemplari della Chiesa nella Cina contemporanea. Nominato vescovo di Shanghai nel 1950 fu arrestato dal regime comunista nel 1955. Per la sua tenace fedeltà alla Chiesa rimase in carcere per ben trenta anni. Nel 1979 fu nominato cardinale "in pectore" da Papa Giovanni Paolo II, che gli potè consegnare finalmente la porpora il 28 giugno del 1991. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato l'omelia pronunciata in occasione del ventennale della morte proprio a Stamford - dove ha sede la Kung Foundation - dal cardinale Raymond L. Burke, che ne ha individuato un erede nel cardinale Joseph Zen Ke-kiun, vescovo emerito di Hong Kong. In occasione della sua nomina cardinalizia ho avuto la grazia di incontrarlo e intervistarlo per il quotidiano "Avvenire". Per ricordare a venti anni dalla morte questa figura gigantesca, ripubblichiamo integralmente quella intervista, che rappresenta anche un giudizio sull'oggi della Chiesa in Cina e della politica della Santa Sede nei suoi confronti. (R.C.)

«A tutti quelli che incontro chiedo di pregare molto per la Chiesa in Cina, affinché i cattolici rimangano saldi nella fede e quelli che hanno deviato tornino a essere fedeli». È quanto ci ha detto ieri il cardinale Ignazio Kung Pinmei, il 90enne vescovo di Shanghai che Giovanni Paolo II aveva già nominato “in pectore” nel 1979.

Stanco e malato, ma con uno sguardo che esprime grande serenità, il cardinale Kung per tutto il tempo dell’intervista non ha smesso di sgranare la corona del rosario. La stessa che Giovanni Paolo II gli aveva donato, insieme alla croce pettorale, due anni fa quando, finalmente libero dopo 33 anni di detenzione (era stato arrestato l’8 settembre 1955), era venuto a Roma per incontrarlo. Fu in quell’occasione che il Papa gli comunicò la sua nomina. Come prese quella notizia? «Dissi al Papa: non lo merito, non sono degno». Parla con un filo di voce, una parola per volta, con grande fatica.

La Chiesa in Cina sta vivendo una persecuzione fortissima, solo pochi giorni fa è stato arrestato il vescovo coadiutore di Kung, monsignor Giuseppe Fan Zhong Liang. «L’ho saputo indirettamente, dai giornali», dice Kung. Dalla Cina non ha notizie dirette, ma una cosa può dire con certezza: «I cattolici cinesi, nella grande maggioranza, sono fedeli al Papa». Che prospettive di apertura vede per la Cina? «Non oso dare una risposta, non sono in grado di fare profezie».

Giovanni Paolo II ha detto più volte che nel suo cuore la Cina occupa un posto particolare: pensa che lui possa fare qualcosa? «Lo spero», dice di getto ancor prima che possa finire la domanda, poi ci pensa ancora un poco: «Il santo Padre – dice commosso – ha teso la mano da molto tempo, ma purtroppo la Cina non ha risposto». Qual è la cosa che le sta più a cuore per l’avvenire della Cina? «Auspico che la Chiesa cinese torni tutta alla fedeltà a Roma». Un desiderio che ha attraversato tutta la vita del cardinale Kung Pinmei, e che gli è costato decenni di carcere. Cosa ha vissuto in quegli anni? «Difficile dire 30 anni in poche parole». Ma a una domanda più precisa risponde: «Non ho mai potuto leggere la Bibbia. Le mie uniche letture erano i classici del tempo – e stavolta quasi ride -: i pensieri di Mao e i giornali comunisti». Poche parole, non ce la fa davvero a dirne di più.

Qualcosa in più aveva invece detto a Milano il 13 maggio 1989, ai giovani della diocesi riuniti a San Siro: «Ho passato i primi 5 anni in una prigione particolare, in attesa di processo. Eravamo in 22 in una camera di pochi metri quadrati e qualche volta l’aria era talmente cattiva, al punto che un prigioniero è morto soffocato. Nella prigione vera e propria si è in tre nella cella, ma è così stretta che ci si può muovere a fatica. Ed è ancora peggio quando i prigionieri sono quattro. La cella era piena di parassiti, cosicché era difficile dormire. Ma la cosa più dura consiste nel fatto di essere sottomessi a un continuo lavaggio del cervello. Una volta, per cinque mesi ininterrotti, sette persone hanno discusso con me per rendermi convinto dei miei errori. Ciò nonostante ho avuto la grande gioia di avere molti amici nella prigione e ho potuto insegnare il catechismo e anche battezzare una dozzina di persone».

Da quando l’altra sera è arrivato a Roma, la Curia generalizia dei gesuiti che lo ospita è diventata un punto d’incontro della comunità cinese: preti, famiglie, tantissimi giovani. Arrivano in gruppi: tutti lo vogliono vedere, incontrare. Quest’uomo, piccolo all’aspetto e fragile, con la sua ostinazione a seguire la verità, incarna le speranze di milioni di cinesi, schiacciati dalla menzogna del potere comunista. Nel marzo ’88, subito dopo la sua definitiva liberazione, due occidentali ebbero la possibilità di incontrarlo, e fecero qualche fotografia. La sera stessa i due incontrarono alcuni preti che, vedendo le foto del loro vescovo Ignazio, si inginocchiarono con le lacrime agli occhi per la gioia di rivederlo dopo 30 anni.

Ignazio Kung Pinmei fu consacrato vescovo nel 1949, poco tempo dopo la proclamazione della Repubblica popolare cinese, e anche questa coincidenza di date contribuisce a farne il simbolo vivente del martirio della Chiesa di Cina. Fin dall’inizio il regime di Pechino, con la scusa di «liberare la Chiesa dal dominio straniero», ebbe il solo scopo di distruggerla fin dalle radici, attraverso l’isolamento dalla Chiesa universale e il controllo sulla sua vita interna. Ma sulla sua strada il regime di Pechino incontrò il vescovo Kung e tanti come lui che non si piegarono a questo progetto: «Amo il mio Paese – disse ancora a Milano il card. Kung -, farei tutto per il mio Paese, ma per la fede in Cristo e nella sua Chiesa non posso assolutamente mercanteggiare. Ho preso sin dagli inizi con fermezza questa decisione. Essa taglia corto a ogni tentazione di compromesso; dissipa tutta la paura; mi ha donato la pace, la gioia e la forza di servire il Signore nella prigione. Quando non si è più in comunione con il vicario di Cristo non si è più cattolici».

Poco prima che fosse arrestato, un numeroso gruppo di giovani, di cui egli era assistente spirituale, lo volle ringraziare con queste parole: «Con Lei guardiamo a questo nostro tempo con fiducia. Se il nostro cammino comporterà lacrime e sangue nel dolore troveremo sicuramente dolcezza e speranza, nel sacrificio troveremo amore e gioia. Sotto la Sua guida la Chiesa di Shanghai vive un’esistenza bella e avvincente. Lei ha protetto l’integrità della fede e lo spirito della Chiesa. Con il Papa Lei è la roccia sulla quale si fonda la Chiesa. Non abbiamo paura: la grazia di Dio non ci può venir meno nelle prove gravi di questi momenti. Se è volontà di Dio che gli rendiamo gloria con il nostro sangue, noi certamente non ci rifiuteremo…».

Da quel lontano inizio degli anni ’50, un numero incalcolabile di cinesi ha reso gloria a Dio con il proprio sangue, e il martirio è tuttora il tratto caratteristico della Chiesa cinese. Con la porpora a Kung Pinmei, Giovanni Paolo II indica al mondo intero questo stupendo esempio di fedeltà a Cristo e alla Chiesa. E al proposito è interessante registrare questa reazione raccolta all’interno della Cina e resa nota dall’agenzia Asia News. A parlare è il capo di una comunità: «Sono stati così confusi questi anni! Abbiamo visto i nostri fratelli e sorelle di fede provenienti dall’estero mettersi in coda per rendere omaggio ai cattolici (preti, vescovi e laici) “patriottici” e per lodare la politica di libertà religiosa inventata dal nostro governo… Ci siamo chiesti migliaia di volte se non fossimo noi a sbagliare tutto, se la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa non dovesse oggi passare attraverso il compromesso e la menzogna, se non contenesse verità l’accusa mossa contro di noi di intransigenza di fronte alle aperture del governo, di chiusura mentale e incapacità di capire le nuove circostanze. Oggi tutto ridiventa chiaro: al Papa siamo riconoscenti, noi e tutta la Chiesa in Cina».