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GRANDI POTENZE

Lo show di Trump all'Onu. Ma la sostanza sarà nell'incontro con Xi

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Trump monopolizza l'attenzione all'Assemblea Generale dell'Onu, ma la vera attività diplomatica è altrove, negli incontri e negli accordi bilaterali. E sarà più importante osservare, domani, il bilaterale con il presidente cinese Xi Jinping. A discutere di intelligenza artificiale e Taiwan. 

Esteri 23_09_2026
Donald Trump

L’inaugurazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre (ieri, per chi legge) è stata monopolizzata dal discorso del presidente Usa Donald Trump. Ha vantato i suoi successi in politica estera, giustificato la guerra in Iran, lanciato minacce di guerra (o Teheran accetta un accordo sul nucleare o "sarà distrutto"), condannato la Corte Penale Internazionale, indicato i prossimi obiettivi (Cuba?). E ha di nuovo smentito le tesi più catastrofiste sull’intelligenza artificiale, anzi la super-intelligenza come d’ora in avanti la chiamerà e la farà definire sui documenti ufficiali statunitensi.

Ma la vera attività diplomatica è altrove. A margine dell’Assemblea, quando Trump ha firmato il già annunciato accordo sulla sicurezza della Groenlandia. E ha incontrato i leader dei paesi partner e alleati in guerra: il presidente ucraino Volodymyr Zelenski e i sovrani arabi del Golfo. Non è difficile, poi, intuire che il presidente dia meno importanza alla sessione inaugurale rispetto all’incontro bilaterale che si terrà domani, 24 settembre, a Washington, con il presidente cinese Xi Jinping.

Più che nelle istituzioni sovranazionali, in cui Trump non ha mai creduto, la sua vera politica estera è solo negli incontri bilaterali con le altre potenze mondiali. E in particolare con i capi di Stato delle grandi potenze, con cui vuole avere un rapporto franco e diretto. Per questo è importante vedere cosa emergerà dal bilaterale di domani, pur senza sopravvalutarlo: è prevedibile che si tratti più di un incontro di facciata che di un negoziato vero e proprio da concludere con un trattato.  

Cosa è importante guardare dell’incontro di domani? Due cose, essenzialmente: intelligenza artificiale e Taiwan. Sperando poi che Trump non si dimentichi di una terza questione: la libertà di religione, dunque la richiesta di scarcerare Jimmy Lai a Hong Kong.

Sull’intelligenza artificiale, in particolar modo, sia Trump che Xi arrivano da settimane in cui si sono trovati sostanzialmente d’accordo, contro gli allarmismi e le tesi catastrofiste che hanno trovato ampio spazio nei media. L’intelligenza artificiale può sfuggire al controllo umano? Sì, è sempre possibile. Può distruggere l’umanità? Su questo i due presidenti sono convinti che sia un’esagerazione. Il suo sviluppo deve essere affidato al controllo di un'organizzazione globale? No, su questo entrambi i presidenti sono molto contrari. Trump, alle Nazioni Unite ha anche ridicolizzato i profeti dell’apocalisse digitale: «Le stesse persone che dicevano che saremo tutti morti entro 12 anni a causa del riscaldamento globale... sono le stesse che ora dicono che l'IA ci ucciderà tutti, che i robot ci attaccheranno, e che tutto sarà un disastro totale». Xi Jinping non è stato altrettanto esplicito, ma ha respinto categoricamente l’idea di rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, così come quello di una nuova governance globale.

I due leader potrebbero però convergere sull’idea di istituire una “linea rossa” per gestire assieme eventuali incidenti e soprattutto evitare equivoci pericolosi. Lo ha anticipato il Segretario al Tesoro Scott Bessent, che parla di un “meccanismo di notifica” adatto a prevenire crisi della sicurezza nazionale. Se una fuga di agenti di IA dalla Cina dovesse, ad esempio, portare all’hackeraggio di infrastrutture strategiche americane, o viceversa, deve esistere un telefono, o un canale sicuro e verificato che comunichi che quello è un incidente e non un attacco cibernetico deliberato.

Per quanto riguarda Taiwan, invece, secondo osservatori statunitensi e taiwanesi, Xi intravede un’opportunità di annettere l’isola anche senza sparare un colpo, a causa della sempre più diffusa impressione che il presidente Trump possa essere disposto a sacrificare il sostegno all’isola in cambio di migliori relazioni con Pechino. Un recente sondaggio della Brookings Institution ha rilevato che solo il 24% degli elettori taiwanesi considera gli Stati Uniti un alleato affidabile. Secondo Chiu Chui-cheng, ministro del Consiglio per gli Affari Continentali di Taiwan, gli strateghi di Pechino: «Ritengono che l'imprevedibilità di Trump sugli impegni assunti dagli Stati Uniti dia a Xi maggiore margine di manovra». L’obiettivo a breve termine, come nel precedente incontro fra i due presidenti, è quello di indurre Trump a esprimere una contrarietà più esplicita all’indipendenza di Taiwan. Ma l’obiettivo finale è quello di far sentire i taiwanesi abbandonati dagli Usa, in modo da indurli ad arrendersi all’unificazione (anche di fatto e non solo di diritto, come è oggi) con la Cina, votando di conseguenza contro gli indipendentisti.

Allo stesso tempo, Pechino sta cercando di esercitare maggiore influenza sulla politica di Taiwan. Paradossalmente facendo leva proprio sul partito del Kuomintang, quello di Chiang Kai-shek che fondò la repubblica di Cina a Taiwan a seguito della sconfitta nella guerra civile contro Mao, dunque teoricamente il partito più anticomunista. Ma la sua nuova leader, Cheng Li-wung, è una figura atipica. «Molti amici dei media internazionali mi hanno chiesto se sono filo-cinese o filo-americana», aveva detto ad una riunione di partito a Taipei. «Io rispondo chiedendo: perché non posso scegliere entrambi? Perché devo schierarmi?». Nello stesso discorso aveva spiegato che: «la Cina continentale è la nostra famiglia e non potremmo mai fare del male ai nostri stessi connazionali».

Lo scorso aprile Cheng Li-wung si era recata in Cina, in visita ufficiale, accolta con tutti gli onori dal regime comunista. Oggi sappiamo anche che il suo viaggio fosse stato pianificato con cura da funzionari del Partito Comunista Cinese assieme a quelli del Kuomintang, compresa la stesura dei discorsi contro l’indipendenza di Taiwan. Se Cheng Li-wung diventasse lei la prossima presidente, nel maggio 2028? Potrebbe imprimere, assieme a Trump (che sarebbe ancora in carica per altri otto mesi) una svolta radicale nella politica fra Pechino e Taipei. Ed è questo ciò su cui Xi Jinping sta puntando.