• PRIVILEGI DEI SINDACATI

Lo scandalo Cisl è solo la punta dell'iceberg

Fausto Scandola denuncia e documenta i mega-compensi dei dirigenti del suo sindacato, la Cisl, e per aver detto la verità viene cacciato. Si tratta di un malcostume molto diffuso. Colpa dell'anarchia dei sindacati che non si sono mai adeguati all'articolo 39 della Costituzione, non registrandosi.

Cisl

In un Paese normale non si viene cacciati da un’associazione quando si dice il vero, ma quando si commettono gravi violazioni dello statuto. Nei sindacati italiani, che non a caso sono associazioni tecnicamente fuorilegge, nel senso che non si sono mai adeguati all’articolo 39 della Costituzione, può succedere di essere espulsi semplicemente per aver denunciato un andazzo deplorevole e a dir poco offensivo agli occhi dell’opinione pubblica.

E’ quanto è accaduto a Fausto Scandola, iscritto alla Cisl di Verona dal 1968 e ora defenestrato per aver reso pubblico il testo di una lettera nella quale si denunciavano i mega-compensi di alcuni dirigenti del sindacato. Trecentomila euro annui per alcuni di loro, che facevano vita sindacale a tempo pieno dichiarando di voler difendere i diritti dei lavoratori veri. Soldi dei contribuenti elargiti con disinvoltura a soggetti che vivevano di sindacato, alle spalle del sindacato, fingendo di fare gli interessi degli iscritti al sindacato. 

Quella cifra, a quanto pare assai diffusa come compenso annuo tra i dirigenti Cisl, ricorda molto quella dell’ex segretario Raffaele Bonanni che, durante il governo Monti, presagendo la possibile fine dei suoi lauti guadagni a causa della riforma Fornero, pensò bene di giocare d’anticipo e di andare in pensione, aumentandosi lo stipendio nel periodo conclusivo del suo mandato (oltre 330.000 euro annui nel 2011, circa 60.000 in più dell’anno precedente). 

Trattasi di cifre scandalose, che offendono la sensibilità dei cittadini, costretti a sopportare financo le esibizioni moralistiche di quegli stessi dirigenti sindacali durante i talk show e le trasmissioni di intrattenimento. In pubblico e in televisione quei finti paladini dell’equità retributiva tuonano contro i mega-stipendi, la moltiplicazione delle poltrone e il dilagare dei privilegi e rivendicano le sacrosante ragioni dei lavoratori. In privato, però, incamerano compensi d’oro, pagati da quegli stessi lavoratori che a parole dicono di voler difendere e proteggere da abusi e ingiustizie. L’apoteosi dell’ipocrisia si raggiunge durante le solenni celebrazioni della Festa dei lavoratori o durante gli scioperi, quando quei dirigenti, al fine di ricompattare una base sempre più scettica e disaffezionata, identificano un nemico, di solito il governo in carica, e snocciolano le drammatiche cifre della disoccupazione e dei bassi salari.

Questo andazzo si fonda sulla possibilità di cumulo di indennità, in particolare tra stipendio di sindacalista e incarichi esterni, il che porta a far lievitare il reddito di molti dirigenti nazionali e locali di Cgil, Cisl e Uil. Il leader del sindacato cattolico, Anna Maria Furlan, dopo la denuncia di Scandola, ha annunciato una svolta nel segno della trasparenza, con nuove regole in vigore entro fine anno e pubblicazione su internet dei compensi percepiti. Ma la sostanza è che viene punito un “delatore” come Scandola, nonostante le sue denunce siano attendibili (nessuno, neppure la Furlan, le ha smentite). Il sindacato,ancora una volta, non recita un doveroso “mea culpa” ma preferisce la scorciatoia dell’autoassoluzione.

In un’intervista, Savino Pezzotta, segretario della Cisl fino al 2006, prima dell’ascesa di Bonanni, suo acerrimo nemico, si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parla di “furbetti delle buste paga” e invoca la restituzione dei soldi percepiti ingiustamente da alcuni dirigenti.

Ma alla radice di tutto questo c’è un peccato originale, quello del mancato adeguamento dei sindacati alle prescrizioni dettate dai Costituenti nell’articolo 39 della nostra Carta fondamentale. I sindacati non dovrebbero comportarsi come associazioni “anarchiche” e non riconosciute, come fanno da sempre, ma dovrebbero registrarsi presso uffici centrali o locali, ottenere personalità giuridica, darsi regole interne precise e statuti rigorosi e stipulare contratti collettivi con efficacia verso tutti i lavoratori appartenenti alla categoria interessata. In Italia ciò non è mai avvenuto perché i sindacati hanno preferito operare a briglie sciolte e politicizzare il proprio ruolo, tradendo la loro storia e venendo meno al loro ruolo. Con la complicità del potere costituito.

A comprovarlo non sono soltanto i mega-compensi dei loro dirigenti ma anche le carriere politiche di molti leader di Cgil, Cisl e Uil, indiretta riprova del legame consolidato e indissolubile tra alcune sigle sindacali e alcuni partiti politici. Una delle tante anomalie di una democrazia malata e senza un trasparente equilibrio tra i poteri.