• BOSNIA

L'islamizzazione turca della Bosnia

La Turchia di Erdogan sta riportando l'islam in Bosnia, ex provincia dell'Impero Ottomano, tramite finanziamenti milionari per la costruzione di centinaia di nuovi centri di culto, aiuti economici e assistenza ai rifugiati della guerra civile.

Sarajevo

La notizia dell’imminente apertura del Centro Islamico “Sultan Mehmed Fatih II” a Goražde, in Bosnia, porta nuovamente all’attenzione generale il fenomeno della moltiplicazione dei luoghi di culto per fedeli Musulmani costruiti con fondi esteri. In questo caso, come riporta il quotidiano Avaz, la struttura è stata realizzata grazie al contributo del TIKA, l’Agenzia di Cooperazione e Coordinamento Turca. Questo ente finanzia operazioni simili in varie parti del mondo, ma ha fra i propri obiettivi principali proprio il paese balcanico, come si può facilmente constatare leggendo la dichiarazione del Premier Erdogan che campeggia nella homepage del sito: “con TIKA noi saremo sempre al fianco dei nostri fratelli Bosniaci in Bosnia Herzegovina.” L’evento assume ancora maggiore importanza se collegato ai dati forniti dai principali quotidiani bosniaci nelle edizioni uscite il 7 maggio scorso, proclamato “Giorno della Moschea”. Secondo tali cifre, infatti, ad oggi sono stati rinnovati 452 moschee (quelle distrutte dal conflitto sarebbero 614) e 64 masjid, mentre ne sono stati edificati rispettivamente 367 e 172 nuovi. A questi numeri vanno aggiunti anche una decina di luoghi di culto in via di completamento e oltre un centinaio in attesa degli interventi necessari a renderli agibili ai fedeli. A tal proposito sono interessanti le parole di Fatima Šišić, direttrice del Centro per l’Architettura Islamica, che, intervistata dalla testata Oslobodjenje, ha affermato che tutto ciò è stato reso possibile dalle donazioni di privati cittadini, anche emigrati all’estero, e dai fondi concessi dalla Comunità islamica di Bosnia Herzegovina, dai paesi arabi e dalla Turchia.

Sebbene anche altre nazioni come l’Arabia Saudita abbiano portato avanti progetti simili e abbiano dimostrato di avere un grande interesse ad aumentare la propria influenza in Bosnia e nei paesi limitrofi, la Turchia sta giocando ora un ruolo di primissimo piano, dando prova di voler riaffermare la propria influenza sui territori balcanici appartenuti all’Impero Ottomano e abitati da popolazioni di fede Musulmana. Nel caso preso in esame, tale politica si fonda in parte sulla sapiente gestione di quel fenomeno che Alija Izetbegović ha chiamato “re-islamizzazione dei musulmani”, ossia la riscoperta della propria fede. Il conflitto etnico-religioso che ha dissanguato i Balcani negli anni ’90, infatti, ha riacceso il senso di appartenenza alle varie confessioni e, nel caso specifico dei bosgnacchi (i bosniaci musulmani), questo fenomeno è stato reso più evidente sia dall’influenza che l’estremismo portato dagli jihadisti ha avuto durante il conflitto del 1992-96, sia dalle grandi perdite civili patite durante la guerra.

L’altro elemento che favorisce l’influenza straniera è rappresentato dalla spaccatura interna al paese fra gruppi etnici, esacerbata dalla grave crisi economica e istituzionale che ha colpito lo Stato e che ha portato in piazza migliaia di persone, soprattutto nell’area croato-musulmana, per manifestare contro il governo e le amministrazioni locali. Considerata la scarsa credibilità di cui gode l’esecutivo di Sarajevo, risulta facile, per un paese forte ed organizzato come la Turchia, incrementare il proprio appeal presso la gente comune, soprattutto perché alle parole seguono i fatti. Le donazioni per la ricostruzione dei luoghi di culto sono accompagnate da finanziamenti per il recupero di edifici storici dall’alto valore simbolico o di interesse per la comunità musulmana di Bosnia, come ad esempio la casa natale dell’ex presidente Alija Izetbegović a Sarajevo, città che sul sito in lingua inglese della TIKA viene ancora chiamata con lo storico nome turco di Saraybosna.

La Turchia, inoltre, ha recentemente concesso un prestito di 100 milioni di euro al fine di favorire il ritorno dei profughi di guerra e rilanciare agricoltura e turismo, ma, soprattutto, ribadito che intende fare lobbying a livello internazionale per migliorare le condizioni dello stato amico. Come riporta il quotidiano Oslobodjenje, infatti, ieri a Sarajevo, durante un incontro ufficiale con il Presidente Bosniaco Bakir Izetbegović (figlio dell’ex leader Alija), il Capo di Stato Turco Abdullah Gül ha affermato che il futuro della Bosnia è nella NATO e nell’Unione Europea, aggiungendo che si augura che tutti rispettino la sovranità e l’integrità territoriale del paese. Nonostante i lunghi riferimenti allo storico rapporto di amicizia e vicinanza fra i due stati, sembra chiaro che il leader Turco abbia voluto soprattutto rassicurare la componente musulmana, target privilegiato della nuova politica estera di Ankara, scoraggiando le spinte separatiste provenienti da settori della Republika Srpska scontenti dell’attuale sistemazione.

Non c’è quindi da stupirsi se il giorno della vittoria di Erdogan alle elezioni di fine marzo ci siano state manifestazioni di giubilo in alcune città della Federazione croato-musulmana, ma anche in Kosovo e Macedonia, dove gruppi di cittadini festanti inneggiavano al leader turco. Alla luce di ciò risulta chiaro che l’Europa, dopo aver acconsentito allo smembramento della Jugoslavia, si trova ora a dover fronteggiare la nuova offensiva diplomatica Turca, che può contare non solo sull’appoggio e la simpatia di parte dei fedeli musulmani, ma anche sull’assenza di realtà statali forti che limitano il suo raggio d’azione.

Dona Ora