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cronaca di una giornata speciale

L'indulgenza viaggia in metro: quel fascino medioevale del Giubileo

Un Giubileo dall'alba al tramonto. Il senso di un rito così meravigliosamente medioevale e così genuino, dove le parole perdono e indulgenza hanno ancora un valore. E dove la mascotte Luce resta invenduta perché alla fine il pellegrino sceglie sempre il Rosario. Cronaca di una giornata speciale alla ricerca delle quattro porte sante. 
- L'oro di Santiago, un pellegrinaggio alle radici dell'Europadi Stefano Chiappalone

Ecclesia 21_03_2025

L’appuntamento per varcare la Porta Santa di San Pietro è per le ore 16. Per arrivarci non troppo trafelati è necessario sapere che il punto di partenza è a Piazza Pia, all’inizio di Via della Conciliazione. È lì che, una volta radunatisi, i pellegrini ricevono la grande croce in legno a gruppi almeno di dieci, portando la quale possono entrare nel corridoio preparato per loro dai volontari, che li separa dai semplici turisti e che li porterà, una volta passati i metal detector sotto il colonnato, fino alla Basilica.

È in quel momento che la similitudine descritta da Dante 700 anni fa nella Divina Commedia torna a farsi viva: il via vai di anime che vanno e che vengono e le transenne che separano i pellegrini, anzi i romei, cioè coloro che vanno a Roma per l’Anno Santo, dai semplici turisti, alcuni dei quali probabilmente non sanno nemmeno che cosa sia un Giubileo.

L’immedesimazione con l’uomo medievale si fa presente, però - a voler essere sinceri - solo quando, sbrigate le incombenze burocratiche, gli organizzatori consegnano la croce e un libretto con le preghiere, i salmi e le litanie da recitare durante il pellegrinaggio. C’è un non so che di solenne pur nella sua semplicità: San Pietro è di fronte alla fine di via della Conciliazione e il corridoio riservato per i pellegrini è libero, aspetta solo la partenza del corteo. Ma il libretto è “corto” per tutto il tragitto, il Rosario viene in soccorso e i turisti si affacciano sulle transenne per fotografare questi strani esemplari che incedono lentamente salmodiando e portando una croce da penitenti, più che vessilliferi.  

L’esperienza giubilare, cioè l’esperienza del perdono e dell’indulgenza, necessita di numeri contenuti per evitare lungaggini e distrazioni. Meglio piccoli gruppi, ma inseriti in un grande e grandissimo vociare di popoli che affollano la piazza.

Un buon modo per vivere l’esperienza giubilare contemporanea è quello di estraniarsi dalle grandi distrazioni che Roma può offrire di questi tempi e che l’organizzazione del Dicastero per l’evangelizzazione elargisce a piene mani sul sito Giubileo2025: l’accordo con la Banca per non so che quale tipo di spese di accoglienza, la gestione degli appartamenti con Airbnb fino ai castelli romani; persino la partnership con la catena del pollo fritto per mangiare a prezzi stracciati nuggets e patatine. Necessarie, sarà, ma tutto può distrarti, anche l’accordo con Visa che diventa Official Payments Partner, ma il pellegrino sa che, come l’uomo medioevale, questo è un pellegrinaggio verso la vera patria, in un viaggio ascendente fino al Cielo. Quindi, bello che ci sia una rassegna cinematografica col logo giubilare, ma che senso avrebbe ai fini dell’indulgenza andare a vedere il film La Chimera, che è una oscura storia di tombaroli?

Comunque, alle 16 il corteo è quasi pronto, aspetta soltanto il via libera dei volontari. È una sensazione strana e antica che conferisce una certa austerità.

L’arrivo in San Pietro era avvenuto dopo aver coperto buona parte degli obiettivi prefissati dal planning di giornata, che è già un ottimo risultato per un gruppo organizzato di amici in libera uscita, vale a dire che non partecipano agli eventi ufficiali da calendario, l’elenco è sul sito: si va dai lavoratori agli imprenditori, dalle bande musicali alle confraternite e poi sportivi, governanti, seminaristi, vescovi, persino gli influencer cattolici, ognuno ha avuto o avrà nel corso dell’anno il suo Giubileo. Buono per rafforzare lo spirito di appartenenza alla categoria, ma in quanto all’obiettivo, più impalpabile da ricordare, anche perché se sei un influencer cattolico, che fai? Non te lo fai un selfie davanti alla porta santa? È lì che la solennità del momento inevitabilmente scema e l’obiettivo rischia di perdersi.

Perché l’obiettivo è quello di lucrare l’indulgenza. Parola arcaica e sopravvissuta alle rivoluzioni catto-woke. Parola che ogni volta va chiarita e spiegata, parola che assume nel nostro mondo un qualcosa di vetusto e legato alla fede che fu. Ma il fatto è che il Giubileo, lo dice anche la Bolla di indizione di Papa Francesco, mica dobbiamo per forza andare a cercare indietro, è proprio il pellegrinaggio per riscoprire l’amore di Dio attraverso la concessione del perdono e dell’indulgenza. Che, a scanso di equivoci, è bene ripassare prima di accostarsi al Giubileo, onde evitare di perdere di vista la ragione per cui si è venuti a Roma: «Le indulgenze sono la remissione davanti a Dio della pena temporale meritata per i peccati, già perdonati in quanto alla colpa, che il fedele a determinate condizioni acquista per sé stesso o per i defunti» (Compendium, 312).

Quindi, con questo desiderio ben chiaro, si è partiti all’alba alla volta di Roma. E, trattandosi di Roma, si è scelta la formula più fast e completa possibile partendo dalle antiche bolle giubilari. Come la Unigenitus Dei filius di Clemente VI, che nel 1343 concedeva il perdono a quanti si recassero a Roma a visitare le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Giovanni in Laterano. La Bolla di Papa Francesco è più generosa (i tempi cambiano anche se le distanze si accorciano) e dice che «i fedeli, pellegrini di speranza, potranno conseguire l’Indulgenza Giubilare concessa dal Santo Padre se intraprenderanno un pio pellegrinaggio: in Roma: ad almeno una delle quattro Basiliche Papali Maggiori di San Pietro in Vaticano, del Santissimo Salvatore in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di San Paolo fuori le Mura».

Ma dato che si va a Roma a fare Giubileo solo ogni 25 anni, meglio sforzarsi di raggiungere l’en plein, quindi si opta per farle tutte, le porte sante. Non per sfida, nemmeno per grandeur, ma per completezza. Ecco, completezza, l’idea che oggi, almeno oggi, si faccia tutto quello che è previsto, come un giorno intero dall’alba al tramonto interamente dedicato alla preghiera, che, in assenza dei viaggi pericolosi e degli imprevisti catastrofici che animavano i pellegrinaggi antichi, è il sacrificio odierno più difficile da onorare: una 24 ore per chiedere al Signore di meritare il suo perdono, pareggiare i conti in un certo senso e ricominciare con più slancio.   

Così sul Frecciarossa delle 6.10, mentre l’aurora cede all’alba e questa a una delle prime giornate di sole terso che fendono l’aria padana da due mesi a questa parte, si fa la ricognizione delle tappe, delle metro e dei bus, certi che trattandosi della città di Gualtieri sindaco, qualche cosa andrà sicuramente storto. L’obiettivo è fare tutto in andata e ritorno: le quattro porte sante, la Messa, la professione di fede, la Confessione, la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre e già che ci siamo, è venerdì di Quaresima, pure la Via Crucis e la Coroncina della Divina Misericordia in Santo Spirito in Sassia, che è una delle chiese giubilari autorizzate.

In San Paolo Fuori le Mura, prima tappa, l’impressione è quella di essere in un tempo sospeso: l’ingresso alla porta santa avviene dopo aver recitato i salmi previsti dal libretto ufficiale. L’interno è già brulicante di turisti, qualche pellegrino, che riconosci dai fazzoletti azzurri al collo e dal bastone di comando della guida alzato in aria. Ma alla tomba di Paolo, l’occhio cade sulla catena che lo ha portato a Roma e pensi ai martiri per la fede che anche oggi brulicano la terra.

Il 792 è quasi vuoto, il traffico sonnecchia ancora (sono appena le 9.45) e scarica proprio davanti al Laterano. Qui, il passaggio alla porta Santa ricorda il capitolo 10 del Vangelo di Giovanni: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Passare la porta acquista un significato sacro, è lì ad esempio che la mente corre alle richieste più genuine della fede: entrare per vivere una vita cambiata. Mentre in Santa Maria Maggiore ci sorprende il mezzogiorno e dopo aver varcato la soglia santa l’Angelus (rigorosamente in latino) nella cappella della Salus Populi Romani dove la maggior parte dei fedeli è già assiepata come nelle grandi occasioni, strano per un venerdì.

Bisogna trottare e non cedere al turismo, però una sosta davanti alla Santa Culla sotto l’altare maggiore riporta tutti al mistero dell’incarnazione. Si riparte: Termini, metro, Ottaviano, il pranzo, romano, ma di magro e via a passo spedito in Santo Spirito in Sassia, dove il grande quadro del Gesù misericordioso è posto proprio di fronte alla cappella dove è conservata una reliquia di Giovanni Paolo II.

È così che si arriva in Piazza Pia per intraprendere l’ultimo miglio del pellegrinaggio che si conclude davanti alla Pietà di Michelangelo, appena varcata la soglia della Porta Santa. Il volontario assegnato raccoglie il gruppo e fa recitare il Credo, che in questa occasione acquisisce un aspetto più solenne.

Una volta riconsegnata la croce, rimane la vastità di San Pietro nella quale ti trovi immerso, nel vociare dei turisti che coprono la via crucis appena iniziata. Rischi di perderti e un moto d’ansia ti assale: la Confessione? E la Messa? È tutto accessibile, i confessionali sono in numero adeguato, almeno 8 quelli in lingua italiana, qualcosa di meno quelli in inglese, spagnolo, francese e croato. Nell’attesa del proprio turno, scorre la via Crucis. E poi, finalmente assolti, la Messa alla Cattedra dove il celebrante in un italiano un po’ spagnoleggiante dà il benvenuto ai pellegrini.

Il tempo corre e il treno non aspetta. Ma un dubbio sale d’improvviso mentre si esce che è ormai tramontato il sole: ma che ne è di Luce, la formidabile mascotte tanto strombazzata per mostrare ai pellegrini il volto giovanile e gioviale della Chiesa? Il pupazzo Manga con l’impermeabile di Greta Thunberg voluto dal Vaticano per rendere l’Anno Santo più cool? Nessuno in piazza San Pietro sembra averla tra le mani e se diciamo nessuno è proprio nessuno. Non le avranno mica vendute tutte? Che fare? I negozi ce l’avranno di sicuro. Così si entra più per deformazione giornalistica che per necessità. Eccola la mascotte in bella vista sui banconi davanti alle casse. «E ne vendete?». «Nun famme parlà», risponde la cassiera. «Cò quello che costano…, alla fine la gente sceglie altro. Il Rosario, ad esempio, quello verde col logo del Giubileo è il più venduto». Verde, come la Speranza che dà il nome all'Anno Santo 2025. Alla fine, tra il marketing dell’ambiguità e l’usato sicuro di un bel Rosario, non c’è gara perché il pellegrino non cerca la paccottiglia dei souvenir, ma una prova tangibile di quello che ha appena ottenuto per grazia e misericordia. Lo era l'uomo medioevale, lo è anche quello di oggi.