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Lieber e l'ambiguo rapporto degli scienziati con Pechino

Il professor Charles Lieber (Harvard) ha ricevuto laute offerte dall'università cinese. E, di fatto, esportare in Cina la sua profonda conoscenza delle nanotecnologie. Adesso è incriminato negli Usa. E' una violazione della libertà accademica? Non bisogna dimenticare che la Cina usa scienza e tecnologia occidentale a suo esclusivo vantaggio

L'Istituto per la Tecnologia di Wuhan

Nel mondo accademico, non è strano che Università di diversi paesi collaborino a progetti scientifici. Anzi, questo è abbastanza normale, anche benefico in un certo senso, perché ognuna può portare le proprie abilità tecniche per lo svolgimento più efficace del progetto a cui si sta lavorando. Ma cosa accade quando un noto accademico americano, capo del dipartimento di chimica della prestigiosissima Università di Harvard, riceve dalla University of Technology dell’ora tristemente famosa città di Wuhan in Cina un milione e mezzo in dollari americani (€ 1.380.000), un rimborso annuale per spese varie di 158.000 USD (€ 146.000) e uno stipendio mensile di 50.000 USD (€ 46.000)? Succede che viene incriminato dalle autorità preposte che giustamente qualche domanda se la fanno.

Il professor Charles Lieber non è un accademico come gli altri, essendo autore di circa 340 articoli scientifici pubblicati su giornali accademici ed esperto in nanotecnologie e nella manipolazione di molecole; lo stesso professore, che è anche ampiamente finanziato da parte americana, sembrerebbe aver omesso di menzionare l’estensione del suo coinvolgimento con la Cina, come ricostruito in un interessante articolo del South China Morning Post di Hong Kong.

La domanda che gli americani si pongono, è: ci si dovrebbe preoccupare dell’interesse di una potenza straniera come la Cina per le scoperte tecnologiche e scientifiche degli occidentali? La domanda, ha naturalmente una doppia risposta. La Cina, fa in fondo il suo dovere, quella di cercare di espandere la propria influenza arricchendo le proprie capacità tecnologiche e scientifiche. Il modo in cui lo fa è dettato dalla loro cultura, per cui “collaborazione” significa più usufruire delle capacità dell’altro per crescere unilateralmente in potenza e forza che crescere insieme. Poi c’è la risposta che dovrebbero darsi gli occidentali, se è conveniente favorire questi interessi strategici della Cina con un'apertura di credito incondizionata. Da quello che vediamo negli ultimi anni, specialmente dopo l’inizio della presidenza di Donald J. Trump, la risposta è quella di grande attenzione al fatto di non offrire il fianco a quello che viene sempre più percepito come un avversario su tanti fronti.

Il problema, alla fine, è sempre quello: i timori che suscita la Cina al di fuori dei suoi confini, sono dettati dal fatto che essa, per motivazioni che sono facilmente comprensibili conoscendo il suo percorso storico, è percepita come poco trasparente, un paese in cui è difficilissimo sapere quello che veramente accade, l’uso che veramente viene fatto delle “acquisizioni estere”. A volte, si ha l’impressione che la Cina, quando è in uscita, non voglia esportare la sua grandissima cultura, ma l’immagine di come si percepisce adesso, come superpotenza che adotta un regime autoritario di tipo comunista. Questo ha suscitato molti interrogativi, specialmente pensando agli istituti di cultura cinesi, sotto il nome del grande filosofo Confucio, che sono stati spesso oggetto di dibattito perché venivano accusati di essere degli strumenti di indottrinamento e spionaggio nei paesi occidentali. Non sarà un caso che dal 2013 più di 45 di questi istituti siano stati chiusi in giro per il mondo, come attesta il documentario In the name of Confucius.

La geopolitica, non è astratta. Cioè, bisogna comprendere che ogni paese ha una propria strategia, e la persegue con certe tattiche, cioè certi modi per arrivare a realizzare i propri obiettivi. Ovviamente, alcune strategie sono in contrasto, perché ci sono Paesi che perseguono interessi comuni ma autoescludenti. Quindi da un punto di vista strategico si comprende perché la Cina adotti certe tattiche che sono in linea con la propria cultura; ma dall’altra, è anche comprensibile che l’Occidente debba comprendere la minaccia che può venire dal concedersi troppo ad un competitore che non si conosce poi troppo bene. Come hanno detto alcuni osservatori, l’apertura e la libertà che si respira negli ambienti accademici americani e occidentali, potrebbe essere una minaccia in prospettiva futura, perché può fornire accesso ad informazioni che, se usate in un certo modo, potrebbero mettere in pericolo la sicurezza interna dei nostri paesi. Come detto, la geopolitica non è astratta, le nostre riflessioni le facciamo dal punto di vista di quello che siamo, occidentali, che devono anche preoccuparsi di proteggersi da possibili minacce esterne. Questa idea che “tutti vogliono essere amici“, è una pia illusione. Tutti, perseguono degli obiettivi strategici. Se si capisce questo, si capisce anche che cosa si può concedere e cosa è meglio tenere riservato.

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