• DOPO GHEDDAFI

Libia a secco, strada aperta al terrorismo

Mentre attentati e scontri sono all'ordine del giorno, crolla l'export di petrolio dovuto ai movimenti di protesta che hanno bloccato alcuni impianti. Se non ci sarà un'inversione la Libia potrebbe in breve completare il processo di “somalizzazione” sul quale è avviata.

Libia nel caos

Disordini, scontri tra milizie tribali, e offensiva islamista che dilaga in tutta Libia con attacchi e attentati contro militari, poliziotti e funzionari pubblici frequenti soprattutto in Cirenaica ma in crescita ovunque, inclusa la capitale. L’ultimo a finire nel mirino dei terroristi è stato l'ex capo di Stato Maggiore libico, il generale Salem Gnaidi, ferito lunedì a Tripoli. Gnaidi era stato sostituito la scorsa settimana dal colonnello Abdulsalam Salheen al-Obaidi. L’incapacità del governo di gestire la situazione e di controllare il Paese è ben rappresentata dalle continue dimissioni e rimozioni. Il 4 agosto si è dimesso il vicepremier libico, Awad al-Barasi esponente del partito Giustizia e Costruzione (Fratelli Musulmani) spiegando di non poter lavorare in un governo che non è riuscito a imporre la legge e l'ordine e in cui lui stesso si è detto di fatto privato di poteri effettivi.

Da ieri la Libia (Paese che dalla morte di Gheddafi ha registrato un omicidio politico ogni 12 giorni) ha un nuovo  ministro della Difesa, Abdallah al-Thani, che succede a Mohammed al-Bargathi, sollevato dall'incarico in seguito a violenti scontri avvenuti a Tripoli lo scorso giugno tra gruppi armati rivali che avevano provocato cinque morti e almeno 100 feriti. Thani è stato detenuto diverse volte sotto il regime di Muammar Gheddafi a causa delle ripetute accuse che suo fratello aveva rivolto al dittatore ed è quindi “politicamente autorizzato” a far parte del governo in base alla legge che vieta gli incarichi pubblici a chi ne avesse ricoperti durante il regime. Il continuo balletto di nomine e dimissioni non solo rende ancor più improbabile una credibile gestione del governo e soprattutto della sicurezza ma ostacola la cooperazione internazionale rappresentata dagli accordi tra Libia e alcuni Paesi occidentali per l’addestramento delle reclute di Tripoli e forniture militari.

Il rischio “default” per quel po’ che resta dello Stato libico è determinato soprattutto dall’allarmante crollo dell’export petrolifero registrato in luglio. Le esportazioni di petrolio dalla Libia hanno avuto una flessione del 70 per cento a causa dei movimenti di protesta che hanno provocato la chiusura dei principali terminal petroliferi del paese. “Alcuni gruppi hanno chiuso i porti di Ras Lanouf, Zueitina, al-Sedra e al-Hariga, provocando il crollo delle esportazioni, al 30 per cento se non meno" ha dichiarato la scorsa settimana il premier Ali Zeidan durante una conferenza stampa a Tripoli mentre il ministro del Petrolio, Abdelbari al-Arussi, ha precisato che la Libia esporta 330mila barili al giorno contro una media di 1,42 milioni degli ultimi mesi.

Lo stesso al-Arussi, ha annunciato ieri la temporanea ripresa della produzione in diversi terminal petroliferi dell'ovest del Paese dopo trattative con i rappresentanti della contestazione auspicando un assestamento della produzione intorno ai 700 mila barili al giorno ma ammettendo che “i terminali petroliferi di Zueitina (100.000 b/g), Sedra e Ras Lanouf (600.000 b/g) sono ancora chiusi". A preoccupare non sono solo le manifestazioni e la vulnerabilità agli attacchi di impianti estrattivi, terminal e oleodotti ma il fatto che i manifestanti sono per lo più poliziotti e guardie di frontiera che reclamano il pagamento di stipendi arretrati, aumenti salariali e pretendono che resti al suo posto il dimissionario capo delle guardie dei siti energetici.
 
L'export petrolifero, gestito in forma clientelare da tribù e funzionari di Stato, rappresenta più dell'80 per cento del Pil e il 97 per cento delle esportazioni libiche. Se si tiene conto che le esportazioni del petrolio hanno fruttato alla Libia nel 2012 circa 50 miliardi di dollari è ben comprensibile come senza questi profitti Tripoli non sarà in grado di pagare stipendi a dipendenti pubblici e milizie tribali oggi retribuite per svolgere (male) compiti che militari e poliziotti non riescono a espletare. Se crolla l’export petrolifero la Libia potrebbe in breve completare il processo di “somalizzazione” sul quale è avviata da due anni perdendo ogni minima parvenza di Stato.

Oltre a ciò è evidente che il brusco calo dell’export libico colpisce l’Europa e soprattutto l’Italia che ha in Tripoli il suo primo fornitore di greggio. Un motivo in più per riflettere sulla guerra scatenata dalla NATO contro il regime di Gheddafi per lasciare poi la Libia in balìa di se stessa e di al-Qaeda. Nonostante l’impegno italiano ad assistere Tripoli, caldeggiato da Washington, nessuno in Occidente ha intenzione di farsi coinvolgere  in un Paese ad alto rischio da dove gli Stati Uniti sono i primi a fuggire per il rischio di azioni terroristiche di al-Qaeda.
 
Come ha ricordato Alberto Negri su Il Sole 24 Ore l’Alleanza Atlantica si appresta a  varare una nuova missione in Afghanistan ma latita nel Mediterraneo. Anche la Francia sembra essersi dimenticata di Tripolinonostante abbia tanto premuto per combattere Gheddafi. Scrive Negri: «Tutto sarà meglio di Gheddafi», sosteneva Bernard Henry Levy quando convinse Sarkozy a bombardare Gheddafi, cosa che non gli è ancora riuscita con Hollande in Siria: ma ora lo stesso ineffabile intellettuale è stato dichiarato a Tripoli persona non grata per le sue origini ebraiche».