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Lezioni di inglese per sinistra e destra italiane

Le reazioni italiane al verdetto delle urne inglesi confermano un'atroce verità: il livello di cultura politica nel nostro Paese è lontano anni luce da quello del Regno Unito. In questo caso si tratta di prendere atto che il centrosinistra italiano ha poco o nulla a che spartire con il laburismo inglese, così come il centrodestra italiano appare distantissimo dal conservatorismo del vittorioso David Cameron. Ecco cosa insegna il voto inglese.

Il premier inglese David Cameron

Le reazioni italiane al verdetto delle urne inglesi confermano un'atroce verità: il livello di cultura politica nel nostro Paese è lontano anni luce da quello del Regno Unito. In questo caso non si tratta di dire che l'erba del vicino è sempre più verde della propria, ma di prendere atto che il centrosinistra italiano ha poco o nulla a che spartire con il laburismo inglese, così come il centrodestra italiano appare distantissimo dal conservatorismo del vittorioso Cameron. Senza dire che l'indipendentista Farage, pur raggiungendo il 13% dei voti, è rimasto escluso dal Parlamento perché la legge elettorale inglese valorizza la dialettica bipolare, marginalizzando o addirittura cancellando le terze forze. Che cosa insegna, quindi,il voto londinese a noi italiani? Una serie di cose che meriterebbero singolarmente una riflessione accurata e non di circostanza.

Partiamo dal versante del centrosinistra. Alle ultime elezioni politiche del febbraio 2013, l'ex leader del Pd, Pierluigi Bersani, dopo aver dichiarato in campagna elettorale di voler smacchiare il giaguaro, ha amaramente preso atto di non aver vinto. Il centrosinistra si è assicurato il premio di maggioranza alla Camera grazie a uno 0,4% in più del centrodestra. Nonostante il sostanziale pareggio sancito nelle urne, Bersani ha bloccato il Paese per 40 giorni, ostinandosi a voler formare un governo che non avrebbe comunque avuto i numeri e che tanto avrebbe ricordato quello Prodi del 2006, tenuto in piedi da tre voti di maggioranza (infatti, durò meno di due anni, contrassegnati da mille fibrillazioni). Alla fine l’ex segretario del Pd si è dovuto arrendere all'ascesa di Enrico Letta, il secondo premier non scelto dal popolo e incoronato grazie a manovre di palazzo. 

Il leader laburista inglese, Ed Miliband, subito dopo aver appreso che Cameron aveva vinto, si è dimesso, per dignità e per rispetto nei confronti del proprio elettorato. Questo passo indietro, tempestivo e onorevole, gli ha procurato l'apprezzamento dei fedelissimi, nonostante il comprensibile dispiacere per la debacle. In verità, a spoglio ultimato, il primo a gettare la spugna è stato il leader liberaldemocratico Nick Clegg. Era al governo con Cameron da cinque anni, è stato rieletto nel collegio in cui si candidava, ma il suo partito è stato annientato (ha conservato solo 8 deputati su 57 uscenti). Anche Nigel Farage, indiscusso leader dello United Kingdom Independence Party, partito che ha comunque racimolato tre milioni di voti, ma soltanto un seggio, ha rassegnato le dimissioni. Prendere atto della sconfitta è dunque una qualità che i politici inglesi hanno e quelli italiani no. 

Il centrodestra italiano, anziché imparare la lezione, si limita a esultare per la vittoria di Cameron e si affretta a stabilire affinità tra i vincenti conservatori inglesi e un ipotetico partito repubblicano che in Italia resta tutto da costruire. Ma non si rintraccia alcun punto di contatto tra le politiche del vincitore delle elezioni inglesi e quelle praticate in passato dal centrodestra italiano quando era al governo. Cameron ha avuto il coraggio di fare scelte di austerità, licenziando impiegati pubblici, eliminando molti elementi dello Stato sociale ormai insostenibili per le finanze pubbliche (detrazioni, sussidi, ecc.) e in questo modo ha rilanciato l’economia, come dimostrano i dati sulla disoccupazione (in Inghilterra è al 5,6%) e sul Pil (in crescita del 2,6%). La demagogia dimostrata negli anni dal centrodestra di governo in Italia è davvero l’opposto del coraggio mostrato dal primo ministro del Regno Unito, che non a caso è stato premiato dall’elettorato. La praticità è il tratto distintivo del conservatorismo inglese, interclassista e vicino al territorio. In Italia la base elettorale del centrodestra si è sgretolata proprio per l’assenza di un programma chiaro e condiviso e di una classe dirigente all’altezza.

Infine, un insegnamento che riguarda tutti gli schieramenti. Il trasformismo italiano, con centinaia di parlamentari che durante ogni legislatura cambiano casacca e fanno scelte dettate da calcoli convenientistici e dall’ostinazione a conservare il cadreghino, in Inghilterra non esiste: chi vince governa, s’impegna, ci mette la faccia, non cerca alibi; chi perde ammette la sconfitta e continua a fare opposizione sulle cose concrete, sui contenuti, sulle scelte, non necessariamente mantenendo la poltrona. Questo è stile, ma anche sostanza. In Italia c’è pochissima sostanza e dello stile è meglio non parlare.