L'ex detenuto Simoni torna nel campo di Spaç da cardinale
L'anziano porporato ha celebrato la Messa nello stesso luogo in cui era stato imprigionato dal regime comunista albanese. La preghiera per le vittime, l'appello al perdono e il messaggio del Papa.
Venerdì 31 luglio l'ex detenuto Ernest Simoni è tornato nel campo penale di Spaç, ma questa volta non ha dovuto celebrare di nascosto, con pochi acini d'uva spremuti, le formule della Messa pronunciate a memoria, senza messale né altare, a rischio continuo di essere scoperto e mandato a morte: il dittatore Enver Hoxha è morto e sepolto da quattro decenni e il regime comunista finì pochi anni dopo di lui, mentre il 97enne sacerdote albanese, oggi cardinale di Santa Romana Chiesa, è ancora lì, a testimoniare la fede del suo popolo sotto una delle più violente persecuzioni della storia.
Vennero a prenderlo nel Natale del 1963 e insieme a lui fu ammanettato l'intero popolo: lo ha ricordato venerdì il cardinale Simoni celebrando la Messa in memoria e in suffragio di coloro che qui sono stati incarcerati e sono morti. Ai presenti ha mostrato il casco che usava quando lavorava in miniera: sacerdote per vocazione, minatore per volontà del regime, padre spirituale per i compagni di prigionia. Oggi, padre spirituale dell'Albania, che invita i suoi connazionali a perdonare per ricucire le ferite inflitte dal regime: «Siamo tutti figli di Dio... Amatevi gli uni gli altri, amate la vostra patria, difendete la verità, diffondete la verità e conservate la speranza». E la speranza si coltiva insieme alla memoria, come ha ricordato mons. Gjergj Meta, presidente dei vescovi albanesi, esortando a custodire quel luogo, perché «se verrà distrutto, le giovani generazioni diranno che non è successo nulla. Sarebbe la più grande catastrofe, perché ciò che viene dimenticato si ripete».
Memoria e speranza riecheggiano nel messaggio di Leone XIV, che si unisce spiritualmente «alla preghiera per coloro che hanno sofferto e sono morti a Spaç , affinché il loro ricordo rimanga vivo e sia un costante monito per le nuove generazioni a rispettare l'inviolabile dignità della persona umana, il valore della libertà e l'impegno per la pace». Il Papa rievoca «il sangue di coloro che hanno sofferto e sono morti», le loro suppliche e preghiere nell'inferno della prigionia – «Quante persone, segnate dalla sofferenza e dalle privazioni, hanno affidato la loro ultima speranza a Dio!» – e sarà proprio il loro ricordo a impedire che gli orrori della storia travolgano la speranza: «La memoria ci ricorda che nessuna catena è abbastanza forte da imprigionare una coscienza illuminata dal Vangelo, nessuna notte è abbastanza lunga da impedire l'alba che Dio prepara per i suoi figli, e nessuna prigione è abbastanza profonda da separare l'uomo dall'amore di Dio (cfr. Rom 8,35-39)».

