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Leopardi e quel prete intellettuale dimenticato

Il film su Leopardi (di Mario Martone, con Elio Germano), aggiunge alla vita del poeta incontri che non ci sono mai stati e trascura esperienze che ci sono state. L'operazione serve a mostrare l'immagine di un uomo "ribelle", ma si dimentica la figura del suo precettore, un prete di straordinaria cultura.

Elio Germano interpreta Leopardi

Non c’è dubbio, questa offerta da chi ha scommesso su di un poeta-filosofo così poco personaggio, così poco protagonista di eventi storici come Giacomo Leopardi, è una grande occasione. Occasione per tutti, per chi vedrà il film, per riaccostarsi o per accostarsi per la prima volta al recanatese. Una personalità complessa, un’opera ancor più intricata, dunque merito a chi, con “Il giovane favoloso”, ha voluto rischiare lì dove nessun altro aveva ancora tentato. Tuttavia, la scelta di proporre allo spettatore la biografia, necessariamente selezionata, di Leopardi, non poteva non esporre il film a critiche relative appunto alla selezione fatta, al criterio usato per certe scelte. Ed è su questo, sul momento cruciale della formazione leopardiana, che vorrei intervenire, partendo da alcuni apprezzamenti espressi dalla critica.

Per Goffredo Fofi (Il Sole 24 Ore del 19 ottobre), Germano e Martone si sarebbero messi “umilmente a servizio di una storia e di un pensiero”. Nicola Campagnoli è sulla stessa lunghezza d’onda, sostenendo che “Martone ha avuto il coraggio di seguire lo sguardo di Giacomo, di lasciarsi prendere da lui, di fare i passi che faceva lui” e questo dovrebbe bastare, evidentemente, per rendere superfluo qualsiasi approfondimento sulla furba operazione compiuta dal regista napoletano. Furba, sì, perché avendo scelto di voler ricostruire del recanatese la biografia, unitamente al contesto storico, inserendo su questa alcuni richiami all’opera, Martone ha deciso di inserire eventi, incontri di cui nella biografia nota del poeta non c’è alcuna traccia, tralasciandone evidentemente altri, facilmente documentabili, perché non collimanti con l’idea che il regista voleva s’incardinasse nell’immaginario dello spettatore (altro che Martone che “segue” Leopardi!). Mostrando una certa presunzione, il regista ha pensato che l’unico modo per rendere appetibile Leopardi oggi fosse sottolinearne il tratti da giovane ribelle, ma c’era forse qualcuno che, conoscendone un minimo l’opera, forse, come ha ben detto Maurizio Assalto, “pensava a un giovinetto beatamente pago”? Insomma, si possono condividere certi giudizi positivi relativi all’elemento specificatamente filmico (la fotografia di Renato Berta, la recitazione di Elio Germano), ma dovendo fare i conti con la biografia leopardiana (per scelta martoniana) ci si accorge che i cliché accumulatisi nella storia intorno a figura e opera leopardiana ne escono tutti rafforzati.

Uno di questi, quello su cui mi soffermo, vorrebbe che carica ribelle e ricchezza interiore di Giacomo non siano state altro che i frutti della sua reazione all’educazione. Perfino l’“Osservatore Romano”, con Emilio Ranzato, s’è adeguato al cliché, parlando di una “educazione religiosa ma dal sapore oscurantista” riferendosi in particolare a Monaldo e Adelaide. È a partire dalla (presunta) dicotomia tra l’oscurantismo imperante nell’ambiente recanatese e la debordante spiritualità interiore del giovane Giacomo che è stata costruita l’immagine del genio dolorosamente autodidatta, affermatosi a dispetto di “cattivi” maestri (padre e madre su tutti). C’è un quid che ha costretto più di un suo lettore a chiedersi come sia riuscito Leopardi, visto l’opprimente contesto del “natio borgo selvaggio” recanatese, a creare forme in strabiliante sintonia con la sensibilità europea a lui contemporanea.

Nessuna risposta plausibile, se non si tiene conto di un personaggio, un erudito, sacerdote cattolico, francese, esule nello Stato Pontificio. Josef Anton Vogel (Altkirch 1756 – Loreto 1817) visse a Recanati almeno dal 1801 al 1814, divenendo un punto di riferimento per numerose famiglie nobili della Marca per lo studio delle lingue, antiche e contemporanee, per l’archeologia, per la filologia, per l’apicoltura, per la numismatica. Insomma, un erudito a tutto tondo che per natura e vocazione era legato in profondità alle più moderne esperienze culturali (letterarie, filosofiche, scientifiche) europee, francesi, inglesi, tedesche, svizzere in particolare (Vogel studiò a Strasburgo negli anni in cui la città era frequentata da Goethe, Herder, Lenz). Una dimensione assolutamente moderna che salta agli occhi dalla lettura delle sue lettere al marchese Filippo Solari (Epistolario, Transeuropa 1993). Una di queste, del novembre 1807, cioè dieci anni prima che Giacomo iniziasse a scrivere il suo Zibaldone, testimonia, per esempio, come in quell’ambiente, così “oscurantista”, lui fosse in grado di presentare l’”arte di fare estratti” secondo le teorie e le pratiche più in voga in Europa (Vogel cita Drexel, Locke, Leibniz): “lo stilo”, scriveva Vogel, “vuole che ogni letterato abbia di questi caos scritti, taccuini, o sottisiers, adversaria, excerpta, pugillares, commentaria etc. e Dio sa se tutti sono scritti di proprio pugno”. In un’altra lettera, del 1813, sempre da Recanati, a Solari, si colgono ancor più l’afflato e lo sprone a guardare al di là delle Alpi: “Se l’Italia nostra va superba delle sue ricchezze, e se i giovani nostri debbono conoscere, valutare ed accrescerle, sarà pur cosa utile assai e doverosa di non ignorare i poeti grandi e molti di altre coltissime nazioni dell’Europa”.

Insieme alla fondata ipotesi che l’alsaziano sia stato quantomeno di stimolo alla scrittura di quell’eccezionale documento leopardiano che è lo Zibaldone, esistono documenti, pochi (del resto era un esule, una figura dunque schiva e poco disponibile ad esporsi pubblicamente) ma molto significativi, che raccontano i suoi rapporti con casa Leopardi, con Monaldo e Giacomo in particolare: una lettera prodiga di consigli di Vogel a Giacomo, missive di Monaldo al canonico con richiesta di suggerimenti e correzioni in merito a traduzioni compiute del figlio, tracce di mano dell’alsaziano sull’autografo leopardiano della Storia dell’astronomia. Del resto di lui si sono occupati in passato Vossler, Corti, Timpanaro, Flora, Verdenelli, Peruzzi. Dunque per gli studiosi di Leopardi Vogel non è mai stato uno sconosciuto. Sembra però lo sia per gli autori, de “Il giovane favoloso”, Martone e Di Majo, visto che nella lunga prima parte del film, ambientata a Recanati e dedicata agli anni della formazione di Giacomo, di un personaggio come l’alsaziano, così marcatamente “estraneo” al contesto del “natio borgo selvaggio” non c’è traccia e non può essere neppure lontanamente paragonato al sacerdote precettore presente nel film, in verità una macchietta modellata su Torres o Sanchini, gli altri due ecclesiastici assoldati da Monaldo per seguire Giacomo. Insomma una scelta, quella di sceneggiatrice e regista, nel pieno rispetto dei luoghi comuni. Col rischio, in particolare, che tra i ragazzi, nelle scuole, visto il film ci si convinca di aver capito e di sapere tutto, o almeno quello che di Giacomo vale la pena si debba sapere.

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