a cura di Stefano Fontana
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Leone XIII e lo Stato che chiude le chiese

“È diritto della Chiesa vivere e conservarsi con leggi e istituzioni conformi alla sua natura. Essa, essendo non soltanto una società perfetta ma superiore a qualunque altra società umana, si rifiuta di seguire, per suo diritto e per il suo fine, le vicende dei partiti e di adeguarsi alle esigenze mutabili della società civile”. Così si esprimeva leone XIII nell’enciclica Sapientiae Christianae sui doveri dei cittadini cristiani. Era il 1890, non credo che la frase riguardasse specificamente qualche situazione di calamità come quella che stiamo attraversando ora, ma sembra certo che Leone XIII non avrebbe mai accettato che il potere politico chiudesse le chiese e impedisse di entrarvi. Nessuno dei due poteri, quello della Chiesa e quello dello Stato, “obbedisce all’altro”, anche se ciò non vuol dire “che i due poteri sono tra loro separati e tanto meno in lotta l’uno contro l’altro”. Quindi, né lo Stato può disciplinare di propria iniziativa esclusiva un terreno non suo ma della Chiesa, né esso può mettere la Chiesa sullo stesso piano di altre società umane. Leone XIII insegnava questo molto tempo fa, ma siamo proprio sicuri che non abbia ancora la sua validità?

Nella Immortale Dei del 1885, lo stesso Pontefice chiariva che ci sono due potestà, quella ecclesiastica e quella civile e intorno ad ognuna di esse “viene a determinarsi come una sfera, entro la quale ciascuna dispone con diritto proprio”. Però capita che una medesima cosa possa appartenere sia all’uno che all’altro ambito e cadere, pur per aspetti diversi, sotto la giurisdizione dell’uno e dell’altro. In questo caso il cittadino, che è contemporaneamente fedele, “sarebbe costretto a rimanere in forse, come chi si trova in un bivio e penosamente incerto circa la decisione da prendere, posto egli sarebbe tra le contrarie disposizioni di due autorità, alle quali non può in coscienza ricusare di obbedire”. Ecco perché le due autorità devono essere coordinate: “tutto ciò che nel mondo in qualunque modo ha ragione di sacro, tutto ciò che riguarda la salute delle anime e il culto divino cade sotto la giurisdizione della Chiesa. Tutte le altre cose, poi, che si racchiudono nel giro delle ingerenze civili e politiche, è giusto che sottostiano all’autorità civile”.

Il caso dell’accesso alle chiese impedito dallo Stato rientra pienamente in quanto qui previsto da Leone XIII. Nel caso attuale l’autorità politica è entrata in un ambito non suo, e la Chiesa ha permesso che questo avvenisse. Il cittadino credente si è trovato così davanti al bivio di cui parla il Pontefice e in difficoltà. Leone XIII sottolineava poi anche un’altra cosa interessante: “Si danno talora dei casi, nei quali si apre un’altra via di concordia ad assicurare la libertà di entrambe, cioè allorché i governanti civili e il romano pontefice [allora non c’erano le conferenze episcopali] si mettono d’accordo sopra qualche punto in particolare. Nelle quali circostanze la Chiesa offre prove splendidissime di bontà materna, recando tutto quel che le è possibile in opera di facilitazione e di indulgenza”. Infatti, se Stato e Chiesa si fossero messi d’accordo, la Chiesa avrebbe certamente offerto la sua collaborazione materna nell’accettare e nel collaborare ad una disciplina dell’accesso alle Messe e alle chiese. Purtroppo però, a quanto sembra, ciò non è avvenuto sia perché lo Stato è entrato a gamba tesa, sia perché la Chiesa non ha chiesto accordi. Ciò, naturalmente, a prescindere dal Concordato in essere che pure fornisce spunti giuridici per non rimanere supini e inerti davanti a questi problemi.

Nella medesima enciclica, Leone XIII prevedeva che si sarebbe arrivati a pensare che “la Chiesa, non più avuta in conto di società perfetta e giuridica, non sarà per lo Stato altro che un’associazione simile alle tante altre che sono e vivono in esso; e se gode diritti e azione legittima, si dirà che ne gode per concessione  e beneplacito dello Stato”. Il Papa aveva previsto l’equiparazione delle assemblee religiose a quelle ludiche sancita dai vari decreti del presidente Conte. Partecipare ad una Messa o entrare in una chiesa per pregare oggi è vissuto proprio in questo modo: come una concessione dello Stato, oppure come un diritto del cittadino posto nelle mani dello Stato, ma non come un diritto del fedele e della Chiesa.

Nell’enciclica Diuturnum illud del 1881, Leone XIII esortava le autorità politiche “affinché tutelino la religione e, ciò che interessa anche allo Stato, lascino che la Chiesa goda di quella libertà di cui senza ingiuria e comune detrimento non può essere privata”. E continuava dicendo: “Le cose che si riferiscono all’ordine civile essa [la Chiesa] riconosce e dichiara che  appartengono alla loro potestà e al loro supremo imperio: in quelle il cui giudizio, sebbene per diversa ragione, appartiene alla sacra e alla civile potestà, essa vuole che esista fra ambedue la concordia, grazie alla quale si evitino all’una e all’altra funesti dissidi”. In altre parole: non è che per evitare i dissidi si debba rinunciare ai diritti della Chiesa, piuttosto è vero che tutelando i diritti della Chiesa si evitano i dissidi.