• IL CASO

L'educazione, il docente trans e la libertà di scelta

Sta suscitando un certo scalpore la vicenda del professore transessuale di matematica di Cervignano del Friuli. Trentotto anni, insegnante maschio di matematica e fisica, si è presentato in classe in abiti femminili e tacco 15. Si fa chiamare “professoressa” pur mantenendo il suo nome maschile.  Inevitabile il disorientamento, l’imbarazzo (e probabilmente il divertimento iniziale) degli alunni. Ma a situazioni così dovremo abituarci.

Michele Romeo, l'insegnante trans

Sta suscitando un certo scalpore la vicenda del professore transessuale di matematica di Cervignano del Friuli. Ne ha dato conto il Messaggero Veneto del 18 ottobre: «assegnato al Liceo Oberdan di Trieste, Michele Romeo, trentotto anni, insegnante maschio di matematica e fisica, si è presentato in classe in abiti femminili e tacco 15. Travestito di tutto punto, si fa chiamare “professoressa” pur mantenendo il suo nome maschile». Inevitabile il disorientamento, l’imbarazzo (e probabilmente il divertimento iniziale) degli alunni. Così come le immediate reazioni –anche di segno contrapposto- delle famiglie.  

Segni dei tempi. Ci mancava solo il docente trans a rinfocolare le polemiche già accesissime sul gender nelle scuole italiane. E, se tanto mi dà tanto, situazioni così dovremo “abituarci” ad affrontarne sempre più spesso… Michele Romeo, in realtà, ha fatto solo quello che tanti altri stanno facendo per arrangiare la propria vita e la propria carriera di precario dello Stato. E non gli si può certo chiedere di morire di fame solo perché ha qualche problema di identità sessuale. «Romeo sostiene, come ha spiegato agli studenti nella sua prima ora di lezione, di essere partito dall'ermafroditismo (che in realtà nell'uomo non esiste, salvo rarissime patologie) e lì di essersi fermato. Nel suo curriculum vanta due anni di dottorato a Monaco di Baviera, un passaggio in un prestigioso liceo di Trieste, una collaborazione con l'università triestina, nonché un matrimonio con una donna (che, a suo dire, ha saputo accettare la sua decisione con grande intelligenza e affetto) tutt'ora in corso. Non mancano neppure le crisi di panico (angoscia), né il gusto infantile di vestire gli abiti della madre, successivamente interpretato come una condizione originaria ricevuta da "madre natura", di cui (però) lo stesso Romeo ha ravvisato un inizio solo all'età di dieci anni (intervista a tgcom24, 17 ottobre)» (clicca qui). 

Cinque anni fa, trentatreenne, ha deciso di fare outing; possiamo immaginare che i precedenti 23 anni siano stati sicuramente drammatici. E sulla sofferenza e i drammi della vita, di qualsiasi persona, nessuno può permettersi di dire nulla. Così come nessuno può discutere (fino a prova contraria, come per chiunque) le competenze del prof. Romeo.  Malgrado ciò, questa "professoressa sui generis" è diventata un vero e proprio caso cittadino. Chi lo (o la?) difende afferma che Romeo «può vestirsi come vuole e può indossare tutti i tacchi a spillo e le autoreggenti che desidera, che nulla glielo vieta, e che l'importante è che svolga, come qualsiasi altro insegnante, il suo lavoro con professionalità e profitto». Chi lo attacca, invece, chiede che quantomeno si vesta con abiti maschili, quando non arriva addirittura alla minaccia di ritirare i figli da scuola.

Premesso il massimo rispetto per la persona –che è sempre necessario- sulla specificità e delicatezza dell’insegnamento tuttavia, qualcosa occorre dire. Perché non è del tutto vero (o possibile) che «l'importante è che svolga, come qualsiasi altro insegnante, il suo lavoro con professionalità e profitto». Sappiamo, infatti, che l'apprendimento di qualsiasi disciplina dipende moltissimo dalla persona che la insegna e che la materia acquista, inevitabilmente, i tratti del volto del docente. Lo sappiamo tutti per esperienza scolastica diretta, come lo sanno i genitori che spesso devono fare i conti con una imprevista disaffezione (o affezione) allo studio dei figli per motivi di rapporto personale con qualche docente. L'insegnante poi comunica, suo malgrado, sempre e comunque, insieme e attraverso le nozioni disciplinari, il suo particolare sguardo sul mondo, sulla vita e sul suo significato. Non esiste un insegnamento neutro. 

Ora, di fronte a questa inevitabilità, se si vogliono scongiurare guerre di religione pro o contro le persone, è necessario inquadrare la questione nel suo ambito più autentico. Il vero problema, infatti, non è chi insegna, che cosa e come lo fa, ma il fatto che le famiglie non sono in condizione di scegliere liberamente. Né lo sono le scuole statali, che devono tenersi gli insegnanti che arrivano. Quando le famiglie, in Italia, iscrivono i propri figli ad una scuola statale, non sanno a cosa andranno incontro, né chi incontreranno i figli. E nel caso si trovino ad avere a che fare con personaggi eccentrici, talvolta discutibili, o che comunque non corrispondono minimamente alle proprie convinzioni etiche, religiose o anche solo civili, hanno le mani legate. E quelle che protestano perché non vogliono quel docente (non per la persona, ma per lo sguardo sulla vita che inevitabilmente veicola), non solo non ottengono nulla, ma rischiano di essere additate come omofobe, razziste, retrograde etc... Di fronte alle accese proteste di diverse famiglie per il “caso Romeo”, la città di Trieste è stata immediatamente definita “bigotta” dai media più “illuminati”: «La città italiana con più trans e anziani (in rapporto al numero di abitanti) non è ancora pronta a digerire un uomo che non nega la propria identità». Come volevasi dimostrare.

Il vero problema, insomma, è che in Italia manca ancora (a differenza della gran parte dei Paesi progrediti) la libertà di scelta educativa per le famiglie. Se lo Stato vuole aprire –per ipotesi- una scuola con insegnanti tutti trans, così come se vuole che si insegni il gender, lo faccia. E’ comunque discutibile, ma lo faccia. A patto, però, che non obblighi le famiglie a pagare le tasse per un siffatto sistema di istruzione e metta in condizione, chi non vuole frequentarle, di scegliere scuole con proposte educative diverse, senza ingiuste penalizzazioni. Insomma, liberi tutti. In un sistema educativo e formativo davvero libero, c’è spazio per tutti, anche per Michele Romeo; ai genitori, come da Costituzione, il compito, il diritto e la possibilità concreta di scegliere per i propri figli la proposta di scuola e di vita che ritengono più giusta. Ci arriveremo mai?