• L'ANALISI

L'ecumenismo delle urne

Cattolici ed evangelici assieme hanno cambiato il corso degli eventi. La macchina da guerra della Clinton è stata battuta da un voto fortemente religioso. Il 33% degli elettori di Trump è infatti costituito da cattolici ed evangelici conservatori. Hanno trovato unità di intenti nei principi non negoziabili.

Evangelici in preghiera per Trump

La vittoria di Donald Trump non impressiona solo per l’ampiezza dello scollamento fra il popolo reale e quello dipinto dalle élite della East e della West Coast, dove si è concentrato il voto democratico, ma per il fatto di aver palesemente mostrato l’inutilità di un dibattito a cui i cristiani vengono da mesi sottoposti da intellettuali e leader cristiani. Durante il secondo mandato obamiano, che ha coinciso quasi del tutto con la salita al soglio pontificio di papa Francesco, si sono infatti domandati come i cristiani dovessero ripensare alla propria presenza in un’epoca che, si è più volte ripetuto, sta cambiando (come se fosse una novità che il mondo cambi da quando esiste). Si è poi discusso molto a partire dall’“opzione Benedetto”, avanzata dall’intellettuale americano Rod Dreher, una sorta di ritirata dei cristiani in grosse comunità capaci di vivere radicalmente il Vangelo (il che sarebbe auspicabilissimo) ma senza troppo implicarsi con la politica e il mondo esterno, contrariamente a quanto suggerirebbe il significato stesso della parola “cattolico”.

Che si sia d’accordo o meno con Dreher, è un fatto che il dibattito sia ruotato tutto sul presupposto dato per assodato che i cristiani siano destinati all’emarginazione e che la loro cultura, su cui l’America è stata fondata, sia ormai, non solo completamente estromessa dalla vita pubblica, ma incomprensibile ai nostri contemporanei. Queste elezioni, invece, hanno svelato tutt’altro. I cristiani conservatori hanno dato ben il 79% dei loro voti a Trump, mentre solo il 15% è andato alla Clinton. Ma soprattutto gli evangelici e gli osservanti cattolici hanno rappresentato ben il 33% dell’elettorato del neopresidente repubblicano. E, come ha notato il sondaggista, Glen Bolger, contrariamente ai rassegnati alla scomparsa ineluttabile della cristianità (come se la storia non la facessero gli uomini) “si tratta della quota più alta del corpo elettorale costituita da cristiani conservatori in un'elezione presidenziale dell’epoca moderna” e “se questi elettori fossero rimasti a casa, come alcuni osservatori pensavano che sarebbe accaduto, Donald Trump avrebbe perso queste elezioni”. 

Ciò dimostra innanzitutto il fatto che insieme, cattolici e protestanti, sono ancora in grado di cambiare il corso degli eventi, anche quelli che tutto il potere politico e mediatico aveva stabilito diversamente. Ma sopratutto prova che l’unità fra cristiani, in un tempo di attacco feroce ai fondamenti antropologici si fa partendo proprio dai cosiddetti “princìpi non negoziabili” di Joseph Ratizinger, forse troppo frettolosamente archiviati come inadatti al “cambiamento epocale”. A dire che non c’è strategia cristiana e dialogo efficaci che non partano dalle evidenze antropologiche comuni necessarie a vivere radicalmente il Vangelo e a difenderlo nell’agone pubblico. Quello che è accaduto con la nomina di Trump lo si potrebbe quindi definire un vero e proprio “ecumenismo delle urne”, e non solo, in grado di sconfiggere il nemico laicista e secolarista. Non è tempo di ritirate, dunque, ma di una nuova unità fra cristiani capace persino di vincere.

Lo stesso Trump lo aveva ben capito. E, a differenza dei presidenti repubblicani, pur sedicenti o praticanti cristiani che però evitavano certi temi per paura di scontri divisivi, lui ha rimesso al centro della scena proprio le radici cristiane del suo paese unendo chi si riconosce in esse. Più volte ha ribadito le sue convinzioni pro life e pro family, come ben riassunto nella lettera da lui invita ai cattolici due giorni prima del voto: “Gli Stati Uniti sono stati e sono rafforzati da uomini e donne e preti e religiose cattolici (…). Ho un messaggio per i cattolici: sarò lì per voi. Combatterò per voi. Sarò al vostro fianco. Come First Lady, senatrice, segretaria di Stato, e doppiamente candidata alle presidenziali, Hillary Clinton è stata ostile alle questioni fondanti e alle politiche di interesse cattolico: la vita, la libertà religiosa, le nomine alla Corte Suprema, l’assistenza sanitaria accessibile e di qualità, la libertà di educazione, l’home schooling. Per esempio, Hillary Clinton ha caldeggiato l’imposizione alle Piccole sorelle dei poveri (…) di pagare per la contraccezione nei loro piani assicurativi (…) questa è un’ostilità verso la libertà religiosa che non vedrete mai nell’amministrazione di Trump”. E, condannando l’aborto finanziato e difeso dalla Clinton, ha ribadito: “ Io sono e rimango pro life. Io difenderò la libertà religiosa e il diritto di praticare pienamente la vostra fede (…) mi prodigherò per estendere la libertà di educazione (…) e nominerò come giudice della Corte Suprema chi si atterrà fortemente alla Costituzione (…) come il grande e amato pensatore e giurista cattolico Antonin Scalia”.

Sono state migliaia le novene e le veglie sia cristiane sia evangeliche, a cui ha partecipato lo stesso Trump, pregate per scongiurare la salita al potere di una delle più feroci nemiche della Chiesa. Ralph Reed, fondatore della Faith & Freedom Coalition, un’organizzazione di rilevamento del voto operante in un universo di 15,6 milioni di cristiani conservatori, ha dichiarato che “ci siamo accorti che stavamo assistendo a qualcosa di enorme quando abbiamo fatto le telefonate di rilevamento del voto durante l’ultima settimana (…). I cattolici hanno aiutato Trump a vincere in Ohio, Iowa, Pennsylvania e Wisconsin, mentre il voto evangelico lo ha spinto fortemente in Florida, Georgia e Wisconsin.

Ma la battaglia è solo all’inizio perché per mantenere le sue promesse Trump dovrà continuare a battersi contro il suo stesso establishment e le potenti lobby che lo hanno osteggiato e che, ora più che mai, lo combatteranno. Come ha chiarito Roger Stone, consigliere politico di molti uomini della Casa Bianca, “ci sono state ben 9 milioni di persone che hanno votato per Donald Trump e questo è il più grande numero ottenuto da un presidente repubblicano nella storia, incluso il grande Ronald Regan”. Ma se qualcuno potrebbe pensare che sia finita, invece “la battaglia è appena cominciata”. Molto, dunque, dipenderà dalla continuità dell’azione dei cristiani che insieme, a suon di preghiere, campagne pubbliche e lobbying, hanno dato il colpo di grazia a poteri che pareva imbattibili.

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