• AMBIGUITA' ISTITUZIONALI

Le verità scomode della nostra guerra segreta in Iraq

Fausto Biloslavo, reporter de Il Giornale, ha rivelato che i militari feriti in Iraq erano in missione anti-terrorismo assieme ai curdi. Si tratta di operazioni che ufficialmente "non esistono". Il vero problema è che l'identità dei militari è circolata. Le istituzioni che nascondono le operazioni all'estero non sanno proteggere l'identità di chi rischia la vita?

Il ritorno in Italia dei soldati feriti in Iraq

Il ferimento di cinque incursori delle forze speciali di Esercito e Marina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo delle truppe italiane rimaste in Iraq dopo la caduta di Mosul e del Califfato. Circa 900 militari rispetto ai 1.600 presenti fino al 2018, con componenti dedicate all’addestramento delle forze curde e della polizia irachena, reparti aerei ed elicotteristici e la Task Force 44 di forze speciali.

A differenza di quelli alleati della Coalizione, il contingente italiano non ha mai avuto compiti di combattimento ma solo di addestramento, consulenza militare, intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea. Il ferimento dei 5 militari, abbinato al coincidente sedicesimo anniversario dell’attacco terroristico qaedista contro la base italiana a Nassirya, ha visto ribadire i soliti triti e ritriti “master messages” che vuole i nostri militari “buoni” e impegnati a svolgere missioni “di pace” e attività solo addestrative o in ogni caso non letali. Circa il ferimento degli incursori, le poche notizie rese note dalle autorità hanno riferito che l’ordigno esplosivo ha colpito i soldati mentre si trovavano a piedi (anche se le ferite agli arti inferiori comuni a tutti i feriti indicavano chiaramente che si trovavano a bordo di un veicolo al momento dell’esplosione) al termine di una missione addestrativa al fianco delle unità speciali curde presso le quali le nostre forze speciali svolgono colpiti di addestramento e consulenza (training e mentoring).

Quanto realmente accaduto è stato però rivelato da un articolo di Fausto Biloslavo uscito su Il Giornale che ha svelato i retroscena e i dettagli dell’operazione contro le milizie dello Stato Islamico eseguita dai reparti d’élite dei peshmerga e dagli incursori italiani della Task Force 44, intervistando l’ufficiale curdo che guidò la missione. Il dettagliato resoconto rivela che i militari italiani sono stati feriti a bordo di un veicolo pick-up 4x4 civile non protetto Ford F-350, fornito in centinaia di esemplari da Washington alle forze militari e di polizia curde e irachene. L’ordigno esplosivo improvvisato è esploso sotto il veicolo che trasportava 5 italiani e 2 curdi, tutti feriti agli arti inferiori. 

Non deve del resto stupire il fatto che gli uomini delle forze speciali italiane e alleate operino mischiati alle truppe locali a cui offrono assistenza e si muovano a bordo dei loro stessi veicoli anche per non risultare visibili e distinguibili agli occhi del nemico come accadrebbe se venissero impiegati i veicoli militari in dotazione alle nostre forze armate ma non alle forze curde o irachene. “Eravamo a 200 metri dal punto di arrivo quando la bomba è esplosa. Mi trovavo nel mezzo davanti e quando ho sentito il rumore della deflagrazione ho subito guardato nello specchietto. Siamo scesi e mi sono reso conto che l’ordigno aveva fatto saltare il veicolo dietro, un Ford 350 che trasportava 5 italiani dei corpi speciali e 2 peshmerga rimasti tutti feriti” ha raccontato il tenente di prima classe Ranj Rizgar Noah. “Ero con gli italiani quel giorno e la nostra unità, con l’aiuto delle vostre forze speciali, ha condotto, fin dall’inizio dell’anno, operazioni nella zona montagnosa di Palkana” ha spiegato l’ufficiale curdo. “L’Isis usa quest’area come rifugio e ponte di collegamento con le montagne di Harim, dove sono dispiegate le forze irachene. Secondo la nostra intelligence ci sono fra 80 e 120 uomini dello Stato islamico” ha sottolineato l’ufficiale.

Prima dell’alba curdi e italiani hanno lanciato una missione operativa, del tipo “ricerca e distruggi” che aveva come obiettivo un deposito dello Stato islamico, dove venivano confezionate pure trappole esplosive come quella che ha ferito i nostri soldati. “Noi eravamo davanti e gli italiani dietro, come accade sempre quando facciamo queste operazioni” racconta Rizgar Noah. “C’erano 22 uomini delle vostre forze speciali che partecipavano alla missione e 25 Peshmerga” ha rivela il tenente. Un dato numerico che riveste un importante significato in termini operativi poiché un reparto composto da italiani e curdi in proporzioni più o meno simili indica un’operazione congiunta più che una attività di “mentoring” in cui vi sarebbe un nutrito reparti curdo affiancato da una mezza dozzina di consiglieri militari italiani di altri contingenti della Coalizione. “Non facciamo scattare alcuna operazione senza gli italiani, che sono sempre al nostro fianco e ci appoggiano con la logistica, quando abbiamo dei feriti facendoli evacuare via elicottero” ha aggiunto l’ufficiale.

L’aspetto paradossale dell’articolo di Biloslavo, reporter di guerra che ha già in più occasioni svelato aspetti nascosti delle operazioni militari italiane, è che non ha avuto nessuna eco né sulla stampa né in Tv. Neppure Il Giornale ha dato lo spazio adeguato (prima pagina) a un’esclusiva che è stata invece relegata nelle pagine interne nonostante abbia cambiato la narrazione del ferimento dei nostri militari raccontandola nei dettagli. Inutile spendere tempo a discutere della crisi di credibilità dei media se poi le notizie rilevanti vengono nascoste o tenute a basso profilo, magari per non creare imbarazzi ai vertici governativi e istituzionali. Quelle stesse istituzioni che non sono però riuscite a impedire che i nomi dei militari feriti circolassero sui social e poi venissero pubblicati da alcuni quotidiani. Facile dire che i media non avrebbero dovuto renderli noti, ma il problema investe la responsabilità dello Stato di tutelare l’anonimato di chi opera sul campo nell’intelligence o nei reparti di forze speciali.

Fatto ancor più grave tenuto conto che nessuna foto dei nostri militari assegnati alla Coalizione contro il Califfato viene diffusa senza aver prima oscurato il viso di ogni soldato, perché in questa “guerra” è chiaro a tutti che l’Isis dispone di molti adepti anche in Italia ed esporre l’identità dei militari potrebbe comportare il rischio di rappresaglie contro di loro o contro i loro famigliari. Anche alla luce di questa consapevolezza e delle misure adottate è molto grave che non sia stata adeguatamente protetta l’identità di membri delle forze speciali feriti mentre partecipavano al fianco dei curdi alle operazioni contro l’Isis.