• GLI OCCHI DELLA FEDE

Le "Sardine": un branco che annulla la persona

Si dice che anche la Bibbia paragona gli uomini agli animali, ma chi avrebbe mai accettato di avere una sardina all’origine della propria tribù? La Scrittura applica alle persone queste immagini, ma salvaguardando la loro fisionomia: Cristo leone e agnello è una personalità ben definita e forte, mentre le pecore del suo gregge hanno un rapporto personale con Lui. Altro che massa omologata!

Le Sardine al primo apparire mi hanno generato un sottile fastidio a tre livelli: 1. Ma saranno veramente così innocenti oppure dipenderanno da qualcun altro? 2. Da subito i fondatori e per estensione gli altri mi sono apparsi senza Dio, patria e famiglia, giovani educati e ben omologati, ma non inclini alla Messa domenicale e, quanto alla sfera affettiva e sessuale, se non provocanti perlomeno lontani dai principi del CCC in argomento (non lo so di per certo ma tale è l’impressione che ho avuto). 3. L’uso di immagini animali per qualificare persone umane e di animali di branco o di “banco” per significare il loro aggregarsi.

Il tempo sino ad ora trascorso ha fornito una parziale risposta al primo fastidio. Sul secondo fastidio ritengo di non avere gli strumenti e la capacità per un discorso serio e resto all’ammonimento del saggio: «Non scrutare cose troppo grandi per te» (Sir 3,21). Ma sul terzo fastidio qualcosa credo proprio di poter scrivere.

“Perché inquietarsi che della gente si auto-denomini Sardine, quando nella Bibbia è abbastanza frequente caratterizzare persone come animali?”. Questa è la contro obiezione che mi si è presentata, per cui mi sono domandato: “Sì, ma nella Bibbia è proprio così?”. E la risposta è stata: “Sì e no”, in quanto certamente la Bibbia caratterizza alcune persone come animali, ma evita il concetto di branco o di “banco”, che invece è fortemente veicolato dalle Sardine. Quanto all’Antico Testamento il discorso sarebbe troppo esteso, per cui mi limito a due esemplificazioni: le benedizioni di Giacobbe e i dialoghi dell’amato e dell’amata nel Cantico dei Cantici.

Sceso in Egitto per ritrovare il figlio Giuseppe, il patriarca Giacobbe prima di morire benedisse i dodici figli che «formano le dodici tribù d’Israele (...) ciascuno con una benedizione particolare» (Gen 49,28) indicante le caratteristiche di ogni tribù e regione della Palestina. Cinque dei figli sono descritti ricorrendo a immagini animali. Giuda è «un giovane leone: dalla preda, figlio mio, sei tornato; si è sdraiato, si è accovacciato come un leone e come una leonessa; chi lo farà alzare?» (Gen 49,9). Issacar «è un asino robusto, accovacciato tra un doppio recinto» (Gen 49,14). Dan «sia un serpente sulla strada, una vipera cornuta sul sentiero che morde i garretti del cavallo, così che il suo cavaliere cada all’indietro» (Gen 49,17). Neftali «è una cerva slanciata; egli propone parole d’incanto» (Gen 49,21). Beniamino «è un lupo che sbrana: al mattino divora la preda e alla sera spartisce il bottino» (Gen 49,27).

In tutti e cinque i casi è lontanissima l’immagine di branco ed emergono invece spiccate qualità diverse e personali. E poi chi avrebbe mai accettato di avere una Sardina all’origine della propria tribù? Anche i due innamorati del Cantico usano paragoni animali. L’amato paragona l’amata «alla puledra del cocchio del faraone» (Ct 1,9); l’amata è una colomba: «O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia / mia amica, mia colomba / unica è la mia colomba» (Ct 2,14; 5,2; 6,9). Se dalla persona passiamo a caratteristiche corporee di bellezza, gli occhi dell’amata «sono colombe dietro il tuo velo» (Ct 4,1; 1,15), «le tue chiome sono come un gregge di capre che scendono dal monte Galaad. I tuoi denti come un gregge di pecore tosate che risalgono dal bagno» (Ct 4,1-2; 6,6), «i tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella che pascolano tra i gigli» (Ct 4,5; 7,4).

A sua volta l’amata parla dell’amato come uno che «somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto» (Ct 2,9.17; 8,14) e «i suoi occhi sono come colombe su ruscelli d’acqua» (Ct 5,12). Anche qui, l’unica immagine che potrebbe avvicinarsi alle Sardine è quella del gregge, ma in realtà il gregge non indica la persona dell’amata, ma i suoi capelli ondulati che evocano un gregge che discende da una montagna. Per il resto le immagini sono fortemente personali. E poi una come l’amata, simile alla cavalla del cocchio del faraone e dunque scelta tra mille, avrebbe mai accettato di sentirsi dare della Sardina?

Nel Nuovo Testamento notiamo anzitutto l’uso di immagini animali per designare realtà negative, la prima delle quali è il demonio: le due bestie dell’Apocalisse (Ap 13,1.11 e quasi una trentina di citazioni); il Serpente antico o Diavolo o Satana (Ap 12,9; 20,2); il drago (Ap 12,3 e una dozzina di citazioni); un leone ruggente in cerca di chi divorare (1Pt 5,8). L’altra realtà negativa sono persone di questo mondo indicate come animali: i cretesi sono brutte bestie (Tt 1,12); Erode è una volpe (Lc 13,32); i nemici di Cristo e della sua Chiesa sono lupi, lupi rapaci (Mt 7,15; 10,16; Lc 10,3; Gv 10,12; At 20,29); i Farisei sono razza di vipere (Mt 3,7), gli estranei al vangelo sono come cani (Mt 7,6; 15,26-27; Ap 22,15).

Anche se siamo in un contesto negativo, ognuno è indicato come una bestia particolare e che agisce da sola e con sue caratteristiche e non c’è mai una immagine di branco. E a ben pensarci il demonio, che come Serpente antico o drago giunge a sfidare Dio, potrebbe mai presentarsi come una Sardina?

Se passiamo al positivo del NT, lo Spirito si presenta come colomba al battesimo di Gesù (Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22; Gv 1,32). L’Apocalisse ricorda poi quattro misteriosi esseri viventi intorno al trono di Dio: «Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di un uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola» (Ap 4,7, cf Ez 1,5,21 e una quindicina di citazioni). Tre di essi sono riferiti a una immagine di animale e nella tradizione diventeranno i quattro evangelisti: dunque non un branco ma autori con caratteristiche ben precise nel presentare il mistero di Gesù con ricchezze complementari.

Neppure Gesù Cristo sfugge da un riferimento animale, anzi da due: leone e agnello. «Ha vinto il leone della tribù di Giuda», dice uno degli anziani in Ap 5,5, riferendosi alla benedizione di Giacobbe citata all’inizio e applicandola al trionfo di Cristo. L’altra immagine con la quale Gesù viene indicato è l’agnello. Non bisogna però pensare a un agnellino piccolo e tenero: è un agnello abbastanza forte e cresciuto, come Jan van Eyck († 1441) lo dipinge bene nel celebre polittico di Gand. Cristo è agnello di Dio (Gv 1,29.36); agnello sacrificato (Ap 5,6.12; 8,32; 1Pt 1,19); agnello che è forza e gloria dei martiri (Ap 7,14; 12,11); agnello destinatario dei cantici di lode (Ap 5,8-13; 7,9-10); agnello che apre i sigilli della storia umana e della salvezza (Ap 6,1); agnello dalla cui collera gli uomini implorano di essere tenuti lontano (Ap 6,16); agnello che guida alle sorgenti della vita ed è lui stesso la sorgente (Ap 7,17; 21,27; 22,1); sposo/agnello che invita al banchetto di nozze (Ap 19,9; 21,9); agnello che insieme è il tempio e la luce della futura città di Dio (Ap 21,22-23).

Altro che una Sardina la cui forza è stare nel branco o ancor meglio nel “banco”! Cristo leone e agnello è una personalità ben definita e forte che sconfigge il nemico, non solo non si appiattisce nel branco, ma addirittura è forza generante che raduna un popolo intorno a sé ed è la beatitudine personale di ognuno dei redenti.

Gesù è anche «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20) e l’immagine rimanda al gregge: i fedeli sono affidati a Pietro perché li pascoli come agnelli e pecore (Gv 21,15-17) e il giudizio finale produrrà due branchi di pecore e di capre rispettivamente alla destra e alla sinistra del pastore (Mt 25,33). La categoria di gregge di pecore, con la quale spesso sono indicati i fedeli, è la più vicina al “banco di sardine”. Certo, in se stessa l’immagine si presta a questa vicinanza perché la dimensione delle pecore non annulla una relazione di gruppo simile a quella delle sardine. In realtà così non è poiché l’evangelista Giovanni nel testo su Gesù Cristo buon pastore riafferma una relazione personale che la categoria di gregge non suggerirebbe: Gesù «chiama le sue pecore ciascuna per nome» (Gv 10,3) e queste ascoltano e «conoscono la sua voce» (Gv 10,4), anzi il rapporto di conoscenza vitale tra Gesù e le pecore è modellato sul rapporto tra Gesù e il Padre: «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e il conosco il Padre» (Gv 10,14-15). Inimmaginabile qualcosa del genere in un branco di Sardine!

In conclusione la Scrittura applica alle persone immagini di animali, ma sempre salvaguardando in modo forte la loro personalità e mai riducendo le persone a un branco, ciò che invece sembra suggerire l’immagine delle Sardine, compresa l’omologazione dei cervelli. Si obietterà che anche i partecipanti ad altre manifestazioni di piazza sono esposti allo stesso pericolo: vero, ma almeno altri hanno avuto il buon gusto di non definirsi animali di branco. In ogni caso la Chiesa non è e non sarà mai un ammasso di sardine. Certo, c’è una forza nel restare uniti, ma in un rapporto personale con Cristo capo e con una dialettica personale di carismi diversi che le Sardine neppure si immaginano.