• MAFIA CAPITALE

Le mille zone grigie delle cooperative rosse

Caprotti lo aveva denunciato sette anni fa, ma non lo avevano ascoltato. Adesso l'inchiesta Mafia Capitale riconferma la stessa realtà: esistono intrecci fra le cooperative rosse e la malavita. Ma anche qui le notizie sono filtrate attraverso pregiudizi ideologici. Il problema delle cooperative è che nessuno le controlla.

Salvatore Buzzi, nella cena-scandalo di Mafia Capitale

Già nel 2007 Bernardo Caprotti, patron della catena di supermercati Esselunga, dando alle stampe il volume Falce e carrello. Le mani sulla spesa degli italiani, provò a scoperchiare il pentolone delle cooperative rosse, ricco di esempi di malaffare, di conflitti di interessi, di appoggi incondizionati da parte delle giunte “rosse”. In quel libro, l'autore raccontò la storia della sua azienda e dei contrasti con le cooperative rosse, criticando il sistema di agevolazioni fiscali e denunciando appoggi politici alle cooperative da parte di amministrazioni locali o istituzioni di centrosinistra. Caprotti documentò in quel volume le scorrettezze messe in atto dalle cooperative che gestiscono i supermercati Coop, in particolare in Emilia Romagna, al fine di impedire l'espansione di un concorrente "scomodo" come Esselunga.

L’attacco frontale da parte di Caprotti fu catalogato frettolosamente dalla stampa più influente come una rivendicazione “pro domo sua” e ciò impedì di abbattere quel muro di ipocrisia e di omertà che da decenni avvolge il sistema delle cooperative rosse, ancora pieno di zone d’ombra.

Lo scandalo di Mafia Capitale ha evidenziato gli imbarazzanti legami tra il mondo cooperativo di sinistra e la criminalità organizzata e il sistema di diffusa impunità che riguarda le coop. Penoso il ping-pong tra giornali di destra e giornali di sinistra all’indomani dell’apertura di quell’inchiesta, come se dalle carte non fosse nitidamente emerso il carattere trasversale del malaffare. La giunta Alemanno, unica di centrodestra negli ultimi vent’anni di governo romano, si è indubbiamente avvitata su pratiche spartitorie e sulla gestione affaristica dei soldi pubblici, riproducendo dinamiche già collaudate dai governi cittadini precedenti. E le cooperative rosse, come emerge dai trascorsi di Carminati e Buzzi, hanno concluso affari indifferentemente con le giunte rosse o con le giunte nere.

Ma anche in altre parti d’Italia, come il Friuli Venezia Giulia di Debora Serracchiani, la governance delle cooperative annaspa; si sono registrati buchi milionari in due cooperative di Udine e Trieste che, attraverso incaute operazioni di prestito sociale (simili ai libretti di risparmio postali), hanno dilapidato i risparmi di 20.000 persone.

Se certo giornalismo ha affrontato nelle settimane scorse le notizie su Mafia capitale con le lenti deformanti dell’ideologia e del preconcetto, alcuni esponenti della politica e del management hanno riacceso i riflettori sulle torbide manovre che hanno consentito al mondo delle coop di saccheggiare risorse pubbliche, contando su appoggi politici in tutti i partiti, soprattutto, ma non solo, quelli della sinistra.

Sta per uscire un libro di Giovanni Consorte proprio su queste trame oscure. Ex presidente e amministratore delegato di Unipol, realtà di riferimento della finanza rossa, diventato celebre per la famosa intercettazione con l’allora segretario Ds, Piero Fassino, che esultava (“Abbiamo una banca”), Consorte nei giorni scorsi ha rilasciato un’intervista al quotidiano Libero e ha denunciato la mancanza di controlli sulle coop e sulla loro gestione, che ha potuto determinare casi di corruzione come quelli smascherati dall’inchiesta su Mafia capitale. D’altronde, l’attuale sistema, così com’è, non può funzionare: i sistemi di controllo sono affidati alla stessa Lega coop, in una logica di autoreferenzialità e di autarchia non più tollerabili. La revisione dei bilanci non può essere interna. Il ministero del Lavoro dovrebbe intervenire. Consorte ricorda nell’intervista che Unipol ha ristrutturato la situazione finanziaria della direzione dei Ds dal 2002 al 2004, un debito da 300 milioni che i Ds avevano anche sulla base delle fideiussioni rilasciate a favore delle banche, accumulatesi nel tempo da parte dei segretari. 

Ancora più illuminante in tal senso appare l’edizione aggiornata del volume di Fabrizio Cicchitto L’uso politico della giustizia, che riproduce il profilo assai spregiudicato dei dirigenti coop collusi e dei quali parla sorprendentemente lo studioso comunista Ivan Cicconi ("In essi – si legge nel volume di Cicchitto-  c’è da un lato l’interesse economico di moltiplicare il fatturato della loro azienda senza guardare troppo per il sottile, dall’altro lato la convinzione che un comunista può fare affari anche con il diavolo senza sporcarsi le mani perché in ultima analisi quello che fa porta vantaggi al partito e al mondo cooperativo"). E’ verosimile che un tale sistema di disinvolta gestione del potere sulle spalle dei cittadini si sia perpetuato per decenni all’insaputa dei vertici del maggiore partito della sinistra italiana?

Cicchitto si spinge oltre: "E’ possibile che il gruppo dirigente del Pci non si sia reso conto a suo tempo di questa 'spregiudicatezza' affaristica delle cooperative rosse nel rapporto con la mafia e la camorra? O il gruppo dirigente comunista è stato di una straordinaria 'ingenuità' , oppure fra le dichiarazioni di principio dei dirigenti sulla questione morale e la pratica seguita specie sul terreno degli affari c’era un’enorme contraddizione".

Queste domande che Cicchitto alimentano un atroce sospetto. Non è che in Italia le strumentali polemiche sui conflitti di interesse più visibili ma, tutto sommato, anche meno pericolosi, sono in realtà la foglia di fico per coprire le commistioni di interesse più gravi e avvolgenti, quelle che hanno provocato sistematiche e infamanti distorsioni sul mercato dei beni e servizi e nella distribuzione delle risorse collettive?