• DECRESCITA INFELICE

Le imprese falliscono e noi puntiamo sul posto statale

Il Governo Draghi, anziché mettere un tetto ai rincari di luce e gas o varare politiche urgenti per frenare l’urto devastante che un’inflazione all’8% produrrà sui bilanci di famiglie e imprese, punta a potenziare le pubbliche amministrazioni. 

Nei giorni scorsi Confindustria ha lanciato ancora una volta l’allarme; Assolombarda ha rincarato; Confesercenti non è meno preoccupata e paventa la possibilità che si blocchino i consumi e l’economia non giri più.

Tutti segnali che il Governo dovrebbe raccogliere promuovendo politiche di rilancio del sistema delle imprese e una riforma fiscale davvero in grado di stimolare l’iniziativa imprenditoriale anziché deprimerla. Ridurre il costo del lavoro e la tassazione per chi investe, produce, affronta il rischio d’impresa, dà lavoro è l’unica strada per assicurare un futuro alle nuove generazioni e frenare la deriva del nostro Paese, fortemente indebitato e anagraficamente “vecchio”.

Invece nulla di tutto questo. Solo una trionfalistica celebrazione dell’arrivo della prima tranche di 21 miliardi di fondi del Next Generation Eu, per metà prestiti e per metà a fondo perduto, che ben poco potranno fare, visto che la crescita dell’inflazione e l’impennata del costo delle materie prime, della luce, del gas e di altri fattori produttivi importanti hanno già eroso gran parte delle somme erogate dall’Ue al nostro Paese. Ad agosto 2021 era arrivato un pre-finanziamento di circa 25 miliardi. Ora arrivano altri 21 miliardi perché l’Italia è stata brava nel fare i compiti a casa, preparando i progetti del Pnrr in sintonia con gli obiettivi europei. E quali sono questi obiettivi? , si legge negli atti ufficiali di Bruxelles.

Peccato, però, che i bisogni impellenti di famiglie e imprese non possano assolutamente attendere che quegli obiettivi trovino compimento. Ci sono ristoratori in affanno che non riescono a pagare le bollette del gas e della luce, commercianti e professionisti che abbandonano gli uffici perché non riescono a pagare l’affitto, famiglie che non potranno iscrivere i figli a scuola perché uno dei due genitori o entrambi i genitori hanno perso il lavoro.

E sono in diversi gli economisti che invocano un nuovo scostamento di bilancio e una immediata manovra da almeno 50 miliardi di euro per dare ossigeno all’economia ed evitare il tracollo. Peraltro 50 miliardi sono circa un quarto dei fondi che l’Italia dovrebbe percepire entro il 2026 dall’Ue nell’ambito del Pnrr.

Il Governo Draghi, anziché mettere un tetto ai rincari di luce e gas, anziché varare politiche urgenti per frenare l’urto devastante che un’inflazione all’8% produrrà sui bilanci di famiglie e imprese, punta a potenziare le pubbliche amministrazioni.

La dematerializzazione e digitalizzazione delle attività degli enti pubblici dovrebbero suggerire semmai una riduzione degli organici. Invece, il Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha preannunciato che entro 4-5 anni avremo quattro milioni di dipendenti pubblici, contro i 3,2 attuali. Dunque, 800.000 assunzioni di nuove leve che andranno ad infoltire la macchina pubblica, sostituendo prepensionati e pensionati, ma anche coprendo i nuovi posti in pianta organica previsti anche alla luce dei progetti e degli obiettivi del Pnrr. Non proprio una scelta lungimirante, visti anche i precedenti. Le statistiche da questo punto di vista sono impietose. L’Italia, come livello di efficienza delle pubbliche amministrazioni e come indice di gradimento dei servizi pubblici da parte dei cittadini, è agli ultimi posti. La produttività, l’efficienza e la capacità manageriale e organizzativa di dirigenti e dipendenti statali italiani sono ai minimi livelli. Soprattutto al sud l’attaccamento al posto fisso da parte dei cosiddetti “garantiti” continua ad essere la zavorra che frena ogni slancio di ripartenza.

Puntare sul pubblico non risponde in alcun modo a un indirizzo strategico di ampio orizzonte, perché sottrae risorse al sistema imprenditoriale, che sarebbe l’unico in grado di generare meccanismi virtuosi di crescita industriale e occupazionale. Continuando di questo passo, se si tiene anche conto del moltiplicarsi di sussidi improduttivi e parassitari erogati a pioggia, ci saranno davvero tutti i presupposti per la decrescita (in)felice.

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