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ISLAM

Le ferie religiose musulmane chieste dall'Ucoii sono privilegi, non diritti

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Eid al-Fitr, la festa della fine del Ramadan, Eid al-Adha, la festa del sacrificio e il venerdì di preghiera, per l'Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii) devono essere giorni di ferie. Un privilegio raro anche nei paesi musulmani.

Libertà religiosa 05_05_2026
Preghiera di fine Ramadan a Torino (La Presse)

L’Unione delle comunità islamiche italiane, Ucoii, è una associazione islamica fondata nel 1990. Ad essa fanno riferimento una parte delle comunità islamiche residenti in territorio italiano, con le loro moschee, i loro luoghi di culto, i loro centri culturali. In occasione del 1° maggio l’Ucoii ha diffuso un comunicato nel quale si lamenta che i diritti dei lavoratori di fede islamica non sono rispettati perché devono lavorare anche durante le principali festività della loro religione e il venerdì, il giorno che l’islam dedica alla preghiera.

L’Ucoii sostiene che per i musulmani Eid al-Fitr, la festa della fine del Ramadan, il mese del digiuno, e Eid al-Adha, la festa del sacrificio, equivalgono per importanza al Natale e alla Pasqua cristiani. Ma per celebrarle i musulmani che lavorano devono chiedere giorni di ferie, scambiare dei turni, cosa che oltre tutto non sempre possono fare. Quindi – scrive il presidente dell’Ucoii, Yassine Baradai, nel suo comunicato – «servono intese collettive che riconoscano queste due festività come diritto contrattualmente esigibile, sul modello già praticato in altri Paesi europei».

Quanto al venerdì, per i musulmani è l’equivalente della domenica. La preghiera del venerdi (Salat al-jumu’a) è un obbligo religioso e per rispettarlo l’Ucoii chiede «una pausa di quaranta minuti, una flessibilità d’orario, un permesso retribuito o recuperabile».

A queste rivendicazioni l’Ucoii ne aggiunge altre per affrontare, si legge nel comunicato, «questioni quotidiane troppo a lungo rimosse: la disponibilità di pasti rispettosi delle prescrizioni alimentari nelle mense aziendali, luoghi dignitosi per la preghiera quotidiana, il rispetto durante il mese di Ramadan per chi pratica il digiuno, la tutela contro le molestie a sfondo religioso — fenomeno ancora largamente sommerso e sotto-denunciato».

Sono «pratiche semplici, già adottate da aziende lungimiranti. Non sono privilegi – dice Baradai – sono accomodamenti ragionevoli», parte «naturale di un mercato del lavoro inclusivo». E ribadisce, concludendo: «l’UCOII non chiede privilegi. Chiede l’applicazione piena della Costituzione, della normativa antidiscriminazione e dei principi più antichi del lavoro: nessuno deve essere costretto a scegliere tra la propria fede e il proprio posto di lavoro».

Tante cose vengono in mente leggendo il documento diffuso dall’Ucoii che, oltre a rivendicare per i musulmani i diritti “legati alla dimensione spirituale”, ancora “spesso lettera morta” in Italia, accusa datori e colleghi di lavoro di discriminazioni causate dall’islamofobia.

Innanzi tutto c’è il fatto che quelli rivendicati dell’Ucoii, checché ne dica, sono dei privilegi perché, a meno che non intenda proporre che quelle islamiche diventino addirittura feste nazionali, vuole che i musulmani godano di festività, permessi, flessibilità a loro riservati, oltre a quelli a cui hanno diritto come tutti i lavoratori; e che abbiano sul posto di lavoro “luoghi dignitosi per la preghiera”… che nessuno ha, neanche i cattolici.

Viene anche in mente che i musulmani praticanti non hanno simili condizioni di lavoro e concessioni neanche nei paesi a maggioranza islamica, o almeno di certo non tutti, e sicuramente non in quelli in cui sono minoranza, salvo, come fa presente Baradai, in alcuni europei. Durante il mese del digiuno, ad esempio, tutti lavorano e vanno a scuola.

Siccome però il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’islam, vale a dire i doveri fondamentali che costituiscono la base della vita e della fede di ogni musulmano, allora – altra cosa che viene in mente – il prossimo passo dell’Ucoii può essere di rivendicare anche il diritto dei lavoratori a pause quotidiane e luoghi dignitosi per poter pregare cinque volte al giorno negli orari prescritti – il secondo dei cinque pilastri – e un supplemento di ferie retribuite per poter svolgere il Pellegrinaggio alla Mecca, il viaggio che ogni musulmano economicamente e fisicamente abile deve compiere almeno una volta nella vita (meglio più volte) e che rappresenta il quinto pilastro.

C’è altro da aggiungere. L’articolo 8 della Costituzione italiana stabilisce che «le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze»: intese per la stipula delle quali le confessioni interessate possono presentare istanza al presidente del Consiglio. La prima intesa approvata ai sensi dell’articolo 8 risale al 1984, con la Tavola Valdese. Altre sono seguite – con l’Unione Buddista Italiana, l’Unione Induista Italiana, l’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia… – per un totale di 13.

L’Ucoii non è tra queste. Non ha sottoscritto intese con il governo italiano. Né d’altra parte potrebbe farlo, non a nome della popolazione italiana di fede islamica perché non la rappresenta tutta. Può pretendere di parlare a nome e nell’interesse dei musulmani italiani e di quelli stranieri residenti in Italia, ma i circa due milioni di musulmani che vivono nel nostro paese hanno nazionalità e appartenenze diverse, al di là della divisione storica tra sunniti e sciiti.

È un “vizio” frequente, quello delle associazioni, di presentarsi come portavoce di una intera categoria e pretendere di conseguenza ruoli e attenzione presso le autorità di un paese, anche se non sono state delegate e se addirittura una parte dei componenti della categoria neanche sa della loro esistenza.