• LA LETTERA

Le cause della barbarie in cui viviamo

Caro direttore, dobbiamo renderci conto che tante barbarie non avvengono per caso, ma a seguito di precise scelte culturali e politiche, della cui origine, avvenuta magari qualche secolo o qualche decennio fa, non ci siamo sul momento accorti.

Bullismo

Caro direttore,

un po’ di anni fa, ho letto un libro intitolato I nostri atti ci seguono, un romanzo basato sulla tesi che ogni atto umano è pieno di responsabilità e che, quindi, non può non avere conseguenze. Mi è tornato in mente in questi giorni di fronte alla miriade di episodi negativi che stanno accadendo. I maestri (?) del pensiero si scandalizzano di fronte a quanto succede e subito pensano ai rimedi (soprattutto legislativi) che dovrebbero essere assunti, senza mai chiedersi perché tali episodi accadono. Molto raramente ci si pone il problema circa che cosa sta all’origine degli accadimenti talora nefasti e tragici. Provo a farti qualche esempio.

La cronaca quotidiana parla e scrive sempre di più circa il fenomeno del bullismo, soprattutto di quello che gli studenti rivolgono verso i loro professori, taluni dei quali addirittura non hanno neppure il coraggio di denunciare quanto accade. Tutti a chiedere misure più severe, bocciature e così via. Ma pochi si stanno chiedendo da dove originano certi episodi. Pur dando per scontato che certi fenomeni di bullismo sono sempre avvenuti (e non solo nelle scuole), impressiona che ora accadono anche contro i professori. Perché? A mio parere, perché 50 anni fa, durante il 68, è stata uccisa la figura del padre e, più in generale, della tradizione e quindi è stata abolita la figura, necessaria in ogni società civile e organizzata, dell’autorità. In fondo, l’imposizione del sei politico o del diciotto politico era una forma neppure troppo edulcorata di bullismo. Possiamo chiamarlo bullismo politico, ma bullismo era. La classe dirigente e culturale uscita da quel periodo non ha fatto altro che confermare in vario modo tale impostazione, suggerendo ai giovani di essere loro (e solo loro) i padroni del mondo. E ciò sia per motivi economici, sia per motivi culturali ed infine anche per motivi politici. E’ chiaro che il giovane, abituato ad essere vezzeggiato dal potere, alla fine, spazientito, si comporta come un uomo solo al comando, pretendendo di fare ciò che vuole. Ed arriva a chiedere al professore: “chi comanda qui?” D’altra parte, i professori, assaliti dal complesso di inferiorità, sono i primi ad accentuare il solipsismo dei loro studenti. Il bullismo è una delle conseguenze (almeno in parte) di quanto insegnato nel 68 e dintorni. L’attuale classe dirigente dovrebbe, allora, avere il coraggio di fare una profonda autocritica, andando all’origine di questi fenomeni, che non possono più essere curati con semplici aspirine. Cristianamente parlando, occorre ripartire dalla constatazione ovvia che tutti, proprio tutti, dipendiamo da un Altro e che quindi si deve ripartire da un gesto deciso sulla base del quale impegnare la libertà dei giovani e degli educatori adulti.

In questi giorni, un amico mi ha fatto rileggere un poderoso articolo scritto sul Corriere della Sera da Giovanni Testori, a commento della strage di via Fani. Ebbene, Testori, geniale come al solito, notava come, in quelle concitate ore , molti erano i commenti circa il tragico eccidio, ma nessuno di essi aveva il coraggio di dire che quella barbarie accadeva in una società che aveva dimenticato Dio e quindi in “una realtà privata del suo senso e del suo nome: privata, cioè, di Dio”. Ho pensato alla stessa cosa di fronte all’attuale dramma costituito dal “femminicidio”. Tutti si scandalizzano (giustamente), tutti si indignano, ma tutti si limitano a chiedere misure legislative, sempre sproporzionate e inadeguate rispetto a quanto accade. Mentre il fenomeno si sta allargando perché l’uomo sta perdendo ogni riferimento a qualcosa di più grande e di più alto rispetto alla propria meschina misura. Ma chi educa così l’uomo di oggi sono quegli stessi che si stracciano le vesti quando quell’uomo così educato commette atrocità permesse dal suo sentirsi superuomo. Un uomo isolato e senza quegli ideali che solo l’esperienza religiosa può dare prima o poi non può che cedere al proprio istinto. Anche in questo caso, gli atti seguono una cattiva educazione, favorita dall’attuale “pensiero unico”.

Ed a proposito di pensiero unico, mi introduco nel terzo esempio, di cui persino i giornaloni e la TV di Stato sono stati costretti a parlare. Lo Stato inglese, attraverso alcuni suoi organi istituzionali, impedisce ai genitori di far curare (o almeno assistere) il proprio piccolo Alfie in un ospedale diverso da quello in cui si trova oggi trattenuto (con tanto di polizia schierata per evitare una possibile ‘evasione’). Mi pare inaudito, anche perché, per la cura diversa, lo Stato britannico non sopporterebbe alcuna spesa. Quanto sta accadendo è così palesemente assurdo che non voglio approfondirlo ulteriormente in questa lettera. Qui voglio sottolineare come questo comportamento non sia frutto del caso o del capriccio di un singolo giudice, ma sia, anche questo, conseguenza di una posizione ben precisa. Si tratta dell’attuazione ideologica di un pensiero unico che pretende di essere sovrano decisore circa la vita di chi è ritenuto “inutile”. Seguendo questo pensiero, si dovrebbero far fuori migliaia di persone, giovani e anziane, che, secondo lo stesso criterio usato per Alfie, sarebbero inutili.

Caro direttore, dobbiamo renderci conto che tante barbarie non avvengono per caso, ma a seguito di precise scelte culturali e politiche, della cui origine, avvenuta magari qualche secolo o qualche decennio fa, non ci siamo sul momento accorti. E’ la cultura che prima o poi determina la direzione del mondo. Per questo, noi cristiani (per coscienza e per mandato) abbiamo la responsabilità di vigilare e lottare perché l’uomo rimanga sulla strada indicata da chi ci ha messo al mondo. Penso che dovremo rendere conto di ogni omissione di cui saremo colpevoli. Sento dire, ogni tanto, che noi cristiani soffriamo del pericolo dell’eccesso di “attivismo”. Penso che, invece, rischiamo il grave vizio dell’ignavia.

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