• LEGA

L'astensionismo premia i sindaci di Centrosinistra

Se più di un elettore su due preferisce stare a casa e non crede più nella partecipazione al voto, vuol dire che la crisi della democrazia è molto più profonda di quanto non si voglia far credere. Per guidare la ripartenza del Paese è necessaria una classe dirigente all’altezza.

Il centrosinistra ha gli stessi sindaci che aveva fino a due giorni fa, ma esulta come se avesse stravinto i ballottaggi. Il centrodestra, che sperava di strappare alla sinistra qualche città come Torino e Varese, deve accontentarsi di confermare Roberto Dipiazza alla guida di Trieste. Ma i due dati più rilevanti di questa doppia tornata elettorale sono il crollo del numero dei votanti e la quasi scomparsa dei Cinque Stelle, che conservano piccolissimi comuni del sud ma perdono Roma, Torino e sono ininfluenti sui successi dei candidati del Pd.

Sono questi i messaggi chiari che emergono dalle urne, anche se si tratta di urne sempre più deserte, perché domenica e lunedì, per il secondo turno delle amministrative, dei circa cinque milioni di elettori chiamati alle urne, si è presentato ai seggi solo il 43,94%, circa il 9% in meno del primo turno, che peraltro era già stato un turno misero sul piano partecipativo.

Il centrosinistra ha vinto nei due capoluoghi di regione più importanti: a Roma l’ex ministro Roberto Gualtieri ha preso circa il 60% dei voti, un punto in più lo ha raccolto a Torino Stefano Lo Russo. Al di là di qualche città media, come Cosenza e Savona, strappata dal centrosinistra al centrodestra, la situazione è rimasta più o meno quella di cinque anni fa, anzi come numero la Lega ha più sindaci della precedente tornata.

Ma conta poco tutto questo, anche se Enrico Letta si è affrettato a commentare che si tratta di una vittoria storica e Matteo Salvini ha preferito minimizzare l’esito del voto, sottolineando che oltre un avente diritto su due non si è presentato alle urne.

E in effetti la grande crisi della democrazia sta proprio nell’assenteismo. Se è vero che i comuni sono il livello più vicino al cittadino, se è vero che la legge elettorale per i comuni è la più funzionale perché consente di avere subito un vincitore che poi governa stabilmente, a meno di incidenti di percorso, per cinque anni, non si capisce perché la gente non si sia sentita particolarmente motivata ad andare a votare.

La paura di contagi può aver avuto il suo peso, perché c’è ancora gente non vaccinata o molto impaurita dal virus che non intende rischiare e che evita luoghi affollati, seggi compresi.

Ma non basta questa giustificazione per mascherare la grave crisi di rappresentanza di tutti i partiti, nessuno escluso. Certamente Matteo Salvini non può essere soddisfatto dell’esito delle urne, perché in Lombardia e in particolare a Varese non sfonda. Neppure Giorgia Meloni può esultare, visto che Enrico Michetti, a Roma, perde di quasi 20 punti la sfida contro Gualtieri. Men che meno possono dirsi contenti gli altri, da Forza Italia ai Cinque Stelle, che perdono consensi e potere. In particolare i pentastellati vedono ormai eroso gran parte del loro patrimonio elettorale e quindi non hanno altra chance che allearsi con la sinistra, pur da una posizione di estrema debolezza. Solo diventando una costola della sinistra potranno infatti contare ancora qualcosa, su base nazionale, dopo le prossime elezioni politiche, fra un anno o due.

La sinistra farebbe certamente un errore se si cullasse sugli allori di questo apparente exploit, mentre sarebbe opportuno che nel centrodestra si aprisse un cantiere per una vera e propria rifondazione. I sondaggi su base nazionale continuano a dire che il centrodestra è maggioranza nel Paese e che, se si votasse domani, andrebbe al Governo con una solida maggioranza. Ma queste sono solo intenzioni di voto.

Senza un programma condiviso, una coesione reale e non di facciata, una classe dirigente credibile e rinnovata, a livello nazionale potrebbe ripresentarsi analoga situazione di sfiducia dell’elettorato. Il federatore Silvio Berlusconi non è più in grado di garantire l’unità del centrodestra e le rivalità tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni non possono che far male alla coalizione.

Enrico Letta ha già annunciato che il 5 e 6 novembre, al Pirellone, aprirà una lunga campagna elettorale per conquistare la guida della Regione Lombardia, con un anno e mezzo di anticipo. Analogo metodo dovrebbe seguire il centrodestra su base nazionale, perché le recenti amministrative hanno dato una lezione ai suoi leader. Con candidati sbagliati, non radicati nella società, semisconosciuti e senza una visione  politica, le sconfitte diventano cocenti e l’immagine complessiva della coalizione ne risente. Invece, un nuovo laboratorio di idee e proposte, con un’attenzione alla selezione di candidati competenti, credibili e autorevoli, può riportare alle urne scontenti, delusi e disillusi, che si trovano soprattutto nel centrodestra.

Se più di un elettore su due preferisce stare a casa e non crede più nella partecipazione al voto, vuol dire che la crisi della democrazia è molto più profonda di quanto non si voglia far credere. La pandemia ha probabilmente contribuito anche a spegnere il già tiepido entusiasmo verso la politica, ma per guidare la ripartenza del Paese dopo il Covid è necessaria una classe dirigente all’altezza, tanto al centro quanto sui territori. Sarebbe un errore fatale ignorarlo.

Dona Ora