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L'Annuario pontificio mescola le carte sul Papato

Nell'Annuario pontificio 2020 appena pubblicato una novità che fa discutere: nella pagina dedicata al Papa, per la prima volta la biografia di Bergoglio precede l'enumerazione dei titoli del Papa. E "Vicario di Gesù Cristo" diventa un "titolo storico". Il card. Müller: «Barbarie teologica».

Lo scorso 25 marzo è stato pubblicato l’Annuario Pontificio 2020 a cura dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa. Questa nuova edizione ha acceso nelle ultime ore un dibattito tra specialisti ed appassionati per un cambiamento grafico che non è sfuggito agli occhi dei più attenti: a pagina 24, quella relativa al pontefice, la biografia ecclesiastica di Jorge Mario Bergoglio è stata anteposta all’enumerazione dei titoli del papa, a loro volta introdotti dalla locuzione “titoli storici”.

Da quando è cominciato l’attuale pontificato, questa non è la prima novità dell’Annuario Pontificio: già nell’edizione del 2013, si ‘separò’ il nome pontificale ed il titolo di “Vescovo di Roma” dalla breve biografia e gli altri titoli a lui spettanti, stampati in una seconda pagina. Fino alla scorsa edizione, la seconda pagina si apriva con il titolo di “Vicario di Gesù Cristo” in carattere grande seguito da tutti gli altri; l’ultima, invece, vede un ridimensionamento grafico di questa dicitura, ora di grandezza pari a quelle di “Successore del Principe degli Apostoli”, “Sommo Pontefice della Chiesa Universale”, “Primate d'Italia”, “Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana”, “Sovrano dello Stato della Città del Vaticano” e “Servo dei Servi di Dio”. Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha spiegato al giornalista Gianni Cardinale che l’aggiunta “titoli storici vuole indicare il legame con la storia del papato”. In base a questa spiegazione, secondo il vaticanista di “Avvenire”, “i titoli tradizionali attribuiti al Pontefice non vengono ‘storicizzati’ ma mantengono intatta la loro attualità; altrimenti sarebbero stati cancellati”.

I cambiamenti nella corposa documentazione sulla gerarchia della Chiesa cattolica, invece, non sono piaciuti al cardinale Gerhard Ludwig Müller che in una dichiarazione al giornalista Guido Horst se l’è presa con il “dilettantismo teologico degli statistici”. “Uno sguardo ai testi del Vaticano II sull’insegnamento cattolico vincolante del papa come Pastore supremo della Chiesa – ha detto il prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede - avrebbe salvato i redattori dell'Annuario Pontificio 2020 dall'imbarazzo di svalutare elementi essenziali dell'insegnamento del primato episcopale come un semplice accessorio storico”.

Secondo Müller sarebbe «una barbarie teologica respingere i titoli del papa "successore Pietro, rappresentante di Cristo e capo visibile di tutta la Chiesa" come un semplice bagaglio storico» perché «sebbene siano cresciuti storicamente» fanno emergere «elementi essenziali dell’insegnamento cattolico sul Primato, che risale all'istituzione di Cristo e quindi divino e non solo umano – ecclesiastico».

La novità più vistosa dell’edizione 2020 è il ridimensionamento grafico del titolo di “Vicario di Gesù Cristo”: l’uso divenne diffuso nel XII secolo – con l’opposizione del decretalista Uguccione – e fu consolidato da Innocenzo III perché – come spiegò in uno studio specialistico lo storico Girolamo Arnaldi - «collegava tale titolo con la dignità, a un tempo, sacerdotale e regale del Signore, anche se la rivendicazione dell'autorità terrena per allora si risolveva in un'affermazione di principio, salvo che per ciò che concerneva il dominio temporale della Sede apostolica».

Interpellato dal “La Nuova Bussola Quotidiana”, don Roberto Regoli, professore di storia contemporanea alla Pontificia Università Gregoriana, ha spiegato che in precedenza veniva utilizzato “Vicarius Petri”, mentre “Vicario di Gesù Cristo” era un titolo papale tipicamente medievale usato lungo la storia anche per altri vescovi ed addirittura per l’imperatore. Quali conseguenze comportano questi cambiamenti? Nessuna, secondo il docente dell’Ateneo di piazza della Pilotta, che ci ha ricordato come l’Annuario Pontificio sia “un semplice catalogo informativo” ed uno “strumento storico molto fallibile” tanto che “lo stesso elenco dei papi che vi è inserito si è evoluto nel corso degli anni”: non a caso, nel suo “La costruzione del catalogo dei papi”, Antonio Menniti Ippolito ha raccontato che nel 2000, quando rivestiva l’incarico di condirettore dell'Enciclopedia dei papi della Treccani, gli pervenne la richiesta dell’allora Presidente del Comitato di Scienze Storiche, il cardinale Walter Brandmuller, di “fornire materiale utile a rivedere gli elenchi di pontefici riportati nell'Annuario” e che questo lavoro condusse “a circa settanta modifiche nella cronotassi pubblicata sull'Annuario dell'anno successivo”.

Come va interpretato, invece, l’inserimento di “titoli storici” nella pagina dell’edizione 2020? Secondo Maria Antonietta Visceglia, professoressa emerita di Storia moderna alla Sapienza Università di Roma, rappresenta “un segno di modernità” che indica “una disponibilità a storicizzare il papato, a non considerarlo esclusivamente sul piano teologico”. “Non credo si possa interpretare come una svalutazione – ha aggiunto la docente - ma piuttosto come un altro modo di presentare la figura del papa perché questi titoli hanno un significato dottrinario”. Da parte degli statistici, dunque, ci sarebbe stato “un gesto di umiltà, da un lato, ma anche di storicizzazione”, secondo il parere della storica. Un’interpretazione dei cambiamenti avvenuti che, da un punto di vista e da una sensibilità differenti, sembra essere parzialmente vicina a quella fornita dal cardinale Müller nella sua riflessione sull’argomento affidata a Guido Horst.