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IL FILOSOFO

L'amicizia di Chomsky ed Epstein, più che uno scandalo è un metodo

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Chomsky difendeva Epstein, consigliando al miliardario trafficante di sesso di non concedere nulla ai media. E semmai accusava di isteria l'opinione pubblica. Diceva lo stesso per Pol Pot e i peggiori dittatori.

- Il guru materialista di Epstein di Liliane Tami

Editoriali 07_02_2026
Noam Chomsky (AP)

Gli Epstein Files, i documenti che rivelano i segreti del giro di prostituzione, anche minorile, del finanziere Jeffrey Epstein (morto impiccato in prigione nel 2019) e dei suoi illustri ospiti, sono diventati oggetto di gossip e di scontro politico.

Hanno rovinato la reputazione di due famiglie reali (quella britannica e quella norvegese) messo in crisi l’amministrazione Trump, ulteriormente danneggiato la reputazione di Bill Clinton e intaccato gravemente l’immagine di Bill Gates. 

Fra le email e le foto finora segrete appare un personaggio che apparentemente non c’entra nulla con tutto questo, la cui presenza è una singolarità, un pugno in un occhio: il linguista, filosofo e commentatore politico di estrema sinistra Noam Chomsky. Già nella prima tornata di documenti de-secretati, erano state pubblicate foto che lo ritraevano in aereo assieme al miliardario trafficante di sesso. Ma le email declassificate questa settimana rivelano che il rapporto dell’intellettuale di sinistra, con il miliardario che organizzava orge sulla sua isola privata, era tutt’altro che occasionale.

Al punto che Chomsky, pur non essendo suo avvocato, nel 2019 si premurava di dare consigli al suo amico, quando la verità sconvolgente stava iniziando a emergere e già era stato condannato, una prima volta, nel 2008. «Ho osservato il modo orribile in cui vieni trattato dalla stampa e dal pubblico. È doloroso dirlo, ma penso che il modo migliore di procedere sia ignorarlo». Chomsky si lanciava poi in una filippica contro la stampa e l’opinione pubblica: «Ciò che gli avvoltoi desiderano ardentemente è una risposta pubblica, che fornisce poi un’apertura pubblica per un assalto di attacchi velenosi, molti dei quali provenienti solo da persone in cerca di pubblicità o esaltati di ogni tipo (…). Questo è particolarmente vero ora con l’isteria che si è sviluppata riguardo agli abusi sulle donne, che ha raggiunto il punto in cui persino mettere in discussione un’accusa è un crimine peggiore dell’omicidio. Per praticamente chiunque veda tutto questo, la reazione sarà ‘non c’è fumo senza arrosto, forse un fuoco violento’ (qualunque siano i fatti, che pochi penseranno anche solo di indagare)». Un bel discorso garantista, contro la presunzione di colpa che caratterizza, anche in Italia, il modus operandi del circolo mediatico-giudiziario. Ma nel caso di Epstein c’era il fumo e c’era anche l’arrosto. Eccome se c’era. Chomsky era l’unico a non sospettarlo? Credeva davvero nella sua innocenza? C’era già una condanna e, secondo quanto ricorda Nellie Bowles, una cronista economica del New York Times, Epstein si vantava apertamente di quel che avveniva nella sua isola privata.

Sarebbe troppo facile accusare Chomsky di ipocrisia, di predicare bene e di razzolare male. Ma come, verrebbe da dire, proprio l’intellettuale fustigatore del capitalismo, dell’alta finanza e dei grandi media, poi si rende complice di uno dei peggiori predatori sessuali, nonché epicentro di una rete segreta di sesso e potere che coinvolgeva molti dei potenti della terra? Un vero contrappasso, se ne era inconsapevole. Oppure la dimostrazione che Chomsky non crede neppure lui a quel che scrive? Di sicuro è una macchia indelebile alla sua reputazione personale, un brutto regalo per i suoi 97 anni appena compiuti, uno scandalo a cui, per motivi di età, non potrà neppure rispondere a lungo e con il vigore necessario. Ma non è solo questo: è la dimostrazione di un “metodo” di Chomsky.

Nel 1977, a due anni dall’inizio della mattanza in Cambogia ad opera dei Khmer Rossi, Chomsky scriveva un articolo in cui invitava i lettori a non credere alle notizie date dai media sul genocidio cambogiano. Nel 1977 c’erano già milioni di morti provocati dal regime di Pol Pot, erano già massacri ampiamente documentati, ma per il professore americano era solo disinformazione dell’imperialismo americano e dei media a lui asserviti. Interpellato nel 1991 da un ricercatore di Oxford, Chomsky dimostrò di non essersi pentito e nelle sue risposte indignate afferma (oltre a ritenersi, come sempre, vittima di disinformazione e pregiudizi ideologici) che, sì, se anche c’è stato un genocidio dei comunisti in Cambogia, gli imperialisti americani hanno fatto di peggio nel resto del mondo. Insomma: prima nega, poi annacqua con un discorso alla “così fan tutti” e “chi siamo noi per giudicare”.

Lo stesso metodo è stato applicato più recentemente da Chomsky a Iran e Cina: il linguista e commentatore nega categoricamente che costituiscano dei pericoli per gli Stati Uniti. Esattamente come, anche di fronte all’evidenza, negli anni 70 e 80, negava che l’Urss costituisse una minaccia per la sicurezza americana. Anche in questi casi, gli argomenti sono gli stessi. Prima: “i media mentono” perché asserviti al potere. Poi “se anche ci sono dei problemi, noi facciamo di peggio”.

Ed è esattamente quello che Chomsky ha scritto ad Epstein, passando dalla politica mondiale al caso individuale. La struttura della sua risposta è la stessa: i media mentono e sono semmai gli accusatori il problema, “gli isterici”. Non si può parlare di ipocrisia, in questo caso, perché l’ipocrisia comporterebbe per lo meno l’esistenza di una moralità, sostenuta in pubblico ma violata in privato. E soprattutto implica l’esistenza di una realtà oggettiva, su cui è possibile confrontare le dichiarazioni con i fatti. Nel caso di Chomsky è impossibile, perché nella sua visione filosofica la morale è assente: tutto è relativo. Ed è assente anche la realtà: tutto è narrazione. Serve difendere Pol Pot? Si nega ogni crimine, poi lo si relativizza quando è impossibile negarlo. Serve difendere un miliardario amico? Si fa lo stesso, non importa nulla delle sue vittime, anche minorenni. Ed è essenzialmente questa l’essenza della rivoluzione propugnata da Chomsky e dalla nuova sinistra: un cumulo di menzogne.