Lacrime e laicismo, le avventure anticlericali del papà di Remi
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La fortunata e sdolcinata serie a cartolini animati sul bimbo abbandonato e affidato a un artista di strada è tratta dal romanzo Senza famiglia di Hector Malot. Titolo adatto anche a descrivere le idee dell'autore, fervente assertore del divorzio e incallito mangiapreti fino all'ultimo respiro.
Chi non si è commosso, guardando la serie giapponese a cartoni animati Remi, alzi la mano! Gli appartenenti alla “Generazione X” la conoscono bene: è stata trasmessa con successo da Rai 1 tra l’ottobre 1979 ed il gennaio 1980 e da allora replicata infinite volte su infinite reti. Potrà forse risultare un po’ sdolcinata, ma di certo accontenta i palati nazional-
popolari.
Questa come tante altre rese televisive e cinematografiche sono state tutte tratte dal celebre romanzo Senza famiglia, che qualcuno avrà avuto anche l’ardire di leggere: è il classico romanzo di formazione imbevuto di buoni sentimenti. In breve, la vicenda, ambientata nel XIX secolo, narra le avventure di un bimbo di 8 anni abbandonato, Remi appunto, affidato dai genitori adottivi al maestro Vitalis, un artista di strada. Tra mille peripezie e colpi di scena piazzati ad arte, andando a zonzo per le strade di Francia ed Inghilterra, il protagonista alla fine scopre le sue vere origini.
Il romanzo apparve per la prima volta a puntate sul quotidiano Le Siècle tra il 4 dicembre 1877 ed il 19 aprile 1878 e solo successivamente divenne un libro, che siglò il trionfo definitivo del suo autore, lo scrittore francese Hector-Henri Malot (1830-1907): l’opera riscosse un successo in tutta Europa, venne premiata addirittura dalla prestigiosa Académie française e tradotta in moltissime lingue nei cinque Continenti, bissando la fama già acquisita col suo precedente romanzo, Les Amants, e strappando Malot pressoché definitivamente da una carriera come giornalista, intrapresa solo per necessità.
I suoi furono testi per lo più di denuncia sociale. Con categorie moderne potremmo definire Malot il paladino degli umili e degli oppressi, pronto a battersi con ferocia contro i pregiudizi, contro il patriarcato, contro il capitalismo selvaggio, contro lo sfruttamento minorile e quello femminile, come emerge chiaramente anche dall’altro suo romanzo di successo, In Famiglia. Nelle sue pagine, emozionali e moralistiche, si sente risuonare l’eco di Charles Dickens, scrittore con cui infatti Malot fu in contatto epistolare.
Unica raccomandazione: nessuno doveva parlargli dei preti o fare discorsi sulla religione, perché in tal caso gettava al vento gli stereotipi strappalacrime, di cui è piena la sessantina di titoli pubblicati, e mostrava un’inedita, ma radicata natura visceralmente anticlericale.
Fu una sua caratteristica fin dall’infanzia, quando osservò con attenzione i rapporti intercorrenti tra il curato e suo padre notaio. Si convinse che il clero sfruttasse la superstizione popolare a proprio vantaggio e che fosse, in realtà, pieno di vizi, corrotto e mosso solo da interessi materiali. Da tale certezza non lo smosse mai nessuno, anzi crebbe col passar degli anni, tanto da pretendere prima che a sua figlia Lucie non fosse impartita alcuna educazione religiosa e poi che, in punto di morte, non ci fossero preti attorno a vederlo esalare l’ultimo respiro: «Voglio morire leale – scrisse nel suo testamento -, coerente con le idee che hanno guidato tutta la mia vita. Non voglio pertanto alcuna cerimonia religiosa». Chiarissimo fino in fondo.
Malot era allergico a tutto quanto avesse a che fare con la religione, gli procurava un fastidio indicibile. Un esempio: non condivise l’insegnamento “dogmatico” e “confessionale”, di cui a suo dire era intrisa la Scuola francese di fine Ottocento. Ed è certo difficile immaginarlo “neutrale”, quando venne incaricato di sorvegliare l’istruzione primaria nei Comuni della circoscrizione di Vincennes oppure quando divenne membro del comitato della Cassa delle Scuole, nonché della commissione scolastica di sorveglianza presso la Biblioteca di Fontenay-sous-Bois. Di certo fece di tutto per allontanare dall’insegnamento l’odor di sagrestia. Ed è facile, invece, ipotizzare il suo entusiasmo, quando, con l’avvento al governo di Jules François Camille Ferry, un massone doc, venne promossa la laicizzazione della scuola pubblica francese. Oggi sarebbe sicuramente tra i più sfegatati a sventolare Oltralpe la bandiera dell’ideologia laicista.
Malot non mancò d’infondere anche nelle pagine dei suoi libri il suo anticlericalismo militante, facilmente rintracciabile, ad esempio, in Un curé de province o in Baccara. Non stupisce, quindi, che abbia potuto definire “indimenticabile” l’incontro avvenuto a Roma nel 1876, con Giuseppe Garibaldi, «primo massone d’Italia» e Gran Maestro del Grand’Oriente d’Italia, ma soprattutto mangiapreti per eccellenza, tanto da definire a sua volta nel testamento il clero come «atroce nemico del genere umano». I due si trovavano in perfetta sintonia su questo punto, benché non pare che Malot abbia mai aderito alla massoneria. Di certo si è però più volte scagliato in mille modi contro i preti “tiranni”, colpevoli di terrorizzare i loro fedeli con le pene dell’inferno ed altre trovate simili.
Malot era così lontano dalla morale cattolica da avversare con tutte le sue forze la legge con cui l’8 maggio 1816 venne cancellato il divorzio, definito «un veleno rivoluzionario» dal nobile Louis-Gabriel-Ambroise de Bonald, che agli occhi dello scrittore ebbe la “colpa” d’essere controrivoluzionario, monarchico e cattolico, nonché l’artefice di quella normativa. Malot se ne infischiò e nel 1867 sposò Anna Dariès, una donna già divorziata, senza preoccuparsi minimamente dello scandalo che ciò provocò. È facile, quindi, immaginare l’entusiasmo con cui Malot accolse poi la decisione di reintrodurre il divorzio in Francia, assunta nel 1884 dal governo del massone Ferry.
Insomma, andiamoci piano prima di commuoverci per le disavventure del piccolo Remi, perché da Senza Famiglia a Senza Chiesa è un attimo…


