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La via italiana alla banda larga è ancora molto "stretta"

Perché il “sistema Italia” continua a non essere attrattivo per gli imprenditori stranieri? Elefantiasi burocratica, oppressione fiscale e ritardo in ambito tecnologico sono tra le cause che scoraggiano nuove iniziative industriali. La Relazione annuale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

L'Italia è in ritardo sulla diffusione della banda larga

Perché il “sistema Italia” continua a non essere attrattivo nei confronti degli imprenditori stranieri? Elefantiasi burocratica, oppressione fiscale, instabilità politica e ritardo infrastrutturale in ambito tecnologico sono tra le cause che scoraggiano nuove iniziative industriali nel nostro Paese. Del ritardo infrastrutturale si è parlato ieri alla Camera dei deputati in occasione della presentazione della Relazione annuale del Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), Marcello Cardani.

Un quadro a tinte fosche quello tratteggiato da Cardani, con l’evidenziazione di un nesso stretto tra il ritardo infrastrutturale dell’Italia e la mancanza di crescita del Prodotto interno lordo. «L’Unione Europea», ha esordito il Presidente Agcom, «stima che una più incisiva politica di digitalizzazione possa generare una crescita del Pil dell’Unione pari al 4% nel prossimo quinquennio, per un valore di 520 miliardi di euro a prezzi correnti. Investimenti addizionali e crescita della domanda di Ict consentono di ridurre il divario di produttività tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, pari negli ultimi dieci anni allo 0,2% medio annuo. Alla luce dei benefici macroeconomici, migliorare l’uso delle tecnologie digitali e dei servizi online deve diventare una politica orizzontale, che copre tutti i settori dell’economia». La Commissione europea si sta muovendo lungo tre direttrici, come ha ricordato Cardani: «Garantire alle famiglie e alle imprese un accesso di alta qualità alla rete internet per lo scambio di beni e servizi online; creare le condizioni per lo sviluppo di reti ultraveloci e affidabili; sfruttare il potenziale di crescita stimolando le imprese e la pubblica amministrazione all’utilizzo di infrastrutture Ict e di servizi e applicazioni digitali e in rete». 

Ma in Italia il perseguimento di tali obiettivi sconta ancora fortissimi ritardi, con evidenti ricadute in termini di mancata crescita. Cardani ha parlato di una posizione di arretratezza “preoccupante”: «L'Italia, nell’ambito delle connessioni superiori ai 30 megabit, registra un livello di copertura del 36% contro il 68% dell'Unione europea e, di conseguenza, un digital divide doppio rispetto a quello europeo e con situazioni regionali che arrivano al 100% (ovvero totale assenza di reti a banda ultralarga)». Ancora più critica la situazione se si considera il livello di penetrazione di tali tecnologie sul territorio e nella società. «Solo il 4% delle famiglie», ha precisato, «utilizza connessioni superiori a 30 megabit, a fronte di una media europea del 26%. Quasi nulle sono le connessioni superiori a 100 megabit, che in Europa raggiungono il 9%». Tutto ciò riduce le potenzialità dei fattori produttivi, materiali e umani, e frena la rincorsa dell’Italia verso obiettivi più ambiti.

Come colmare questo digital divide, che in Italia presenta una componente infrastrutturale (scarsi investimenti in banda larga e ultralarga) ma anche una culturale (analfabetismo digitale ancora molto diffuso)? Secondo Cardani «un ruolo decisamente importante nella direzione di colmare tale divario potrà essere svolto attraverso gli strumenti messi in campo dal governo in attuazione della Strategia per la banda ultralarga». Incentivi e contributi finanziari potranno fungere da volano per cittadini e imprese, a patto che tutti guardino all’obiettivo finale, che è quello di un’implementazione complessiva del mercato unico digitale, al servizio del “sistema Paese”. Ma va aggiornato e reso più omogeneo e meno frammentato anche il quadro normativo e regolamentare, affinché incentivi la realizzazione di investimenti privati, alimenti il circuito virtuoso della neutralità tecnologica, senza posizioni di privilegio sul mercato, e garantisca la tutela dei diritti di cittadini e imprese nella Rete.

Le cifre snocciolate da Cardani nella sua Relazione annuale non possono lasciare tranquilli gli attori della filiera. Il macrosettore delle comunicazioni in Italia nel 2014 ha registrato in totale un valore di 52,4 miliardi di euro, il 5,9% in meno (3,278 miliardi) rispetto al 2013. Il 61% del fatturato arriva dalle tlc (32,033 mld), che però hanno perso in un anno il 7,7%; il 27% arriva dai media (14,331 mld, -3,2%) e il 12% dai servizi postali (6,039 mld, -2,3%). Il comparto comunicazioni incide sul Pil per il 3,3% ed e' tutto in rosso, con perdite in doppia cifra per la rete mobile (-10,4%), per l'editoria in generale (-10,7%) e per i periodici in particolare (-15,8%). Un confortante segno "piu'" arriva solo dal comparto Internet (+10% con fatturato di 1,632 mld) e dalla tv a pagamento (+1,4%, con fatturato di 3,370 mld), anche se è ancora la tv in chiaro a produrre i maggiori introiti (4,546 mld, -3,3% sul 2013).