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ELEZIONI TURCHE

La Turchia si prepara al voto. Erdogan non è invincibile

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Le elezioni generali in Turchia si avvicinano. Il 14 maggio si voterà per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale Generale (il parlamento) con voto proporzionale. E si voterà per il presidente. Erdogan potrebbe addirittura arrivare secondo, nel primo turno

Esteri 11_05_2023
poster elettorale di Kilicdaroglu

Le elezioni generali in Turchia si avvicinano. Il 14 maggio si voterà per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale Generale (il parlamento) con voto proporzionale. E si voterà per il presidente. Se nessuno dei candidati raggiungerà la maggioranza assoluta, il 28 maggio si terrà il ballottaggio. Se non sono proprio le “elezioni più importanti del mondo”, almeno sono quelle più importanti per la nostra parte di mondo. La Turchia si è infatti ritagliata un ruolo importantissimo nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e nell’Asia centrale. Erdogan non appare più il favorito e nel primo turno potrebbe addirittura arrivare secondo. Salvo poi rimontare nel ballottaggio.

Prima di tutto, perché la Turchia è così importante per noi? Perché è presente in tutte le aree di crisi che ci interessano direttamente. In Libia, la tregua fra il governo di Tripoli e Haftar è assicurata da un accordo fra Turchia e Russia, con la prima in veste di protettrice di Tripoli. Nel Mediterraneo orientale, gli interessi energetici turchi si scontrano con quelli della Grecia e talvolta anche con quelli dell’Italia per lo sfruttamento del gas sottomarino. Nel Medio Oriente, la Turchia occupa una fascia settentrionale del territorio siriano e il suo intervento è essenziale per la sopravvivenza di una sacca di ribellione anti-Assad nella regione di Idlib. Nel Caucaso, la Turchia arma e appoggia l’Azerbaigian, contro l’Armenia, per la sua volontà di conquistare la regione armena del Nagorno Karabakh. Nell’Africa sub-sahariana, la Turchia è sempre più presente (anche militarmente) nel Corno d’Africa, zona essenziale per proteggere il commercio marittimo dall’Asia all’Europa. Nella guerra in Ucraina, Erdogan si è ritagliato un ruolo indispensabile, essendo il garante dell’accordo per l’esportazione del grano nel Mar Nero. Sta cambiando il suo rapporto con la Cina. Mentre il ruolo tradizionale turco in Asia centrale era quello di rifugio delle popolazioni turcofone perseguitate, oggi il miglioramento dei rapporti fra Ankara e Pechino rende anche la Turchia un paese a rischio per gli uiguri in fuga: possono essere deportati più facilmente e subiscono una censura sempre più stretta.

Questi sono solo i più evidenti fra i vari dossier in cui la Turchia si è impegnata, soprattutto negli ultimi nove anni di presidenza Erdogan. L’uomo forte di Ankara, prima da premier, poi da presidente, infine da quasi-autocrate, ha rilanciato un ruolo imperiale del suo paese, seguendo le linee di espansione degli ottomani: verso il Medio Oriente, il Caucaso e il Mediterraneo. Bluffa, sta giocando un gioco molto più grande di lui? Probabilmente sì, considerando che l’economia turca, dopo il boom dei primi anni Duemila, da almeno cinque anni a questa parte sta mostrando tutta la sua fragilità. Una crescita fondata soprattutto su tassi bassi e l’emissione di una grande massa di liquidità ha causato un’inflazione a due cifre, che l’anno scorso ha toccato il record dell’85%. Le opposizioni a Erdogan gli contestano soprattutto la crisi economica. Oltre alla mala gestione del terremoto che ha colpito le regioni al confine con la Siria. Infine, l'altra componente che contende il potere assoluto a Erdogan è quella delle minoranze etniche, quella dei curdi in particolar modo. Il conflitto con i separatisti curdi non è mai stato risolto, né da Erdogan né dai suoi predecessori laici. L'opposizione curda in parlamento, rappresentata soprattutto nell'estrema sinistra, è fortemente perseguitata.

Erdogan, che era arrivato al vertice dello Stato come riformatore, per smantellare, da islamico e democratico, l’autoritarismo laico, è diventato quasi del tutto un autocrate a sua volta. Paradossalmente, per difendere la democrazia dal tentativo di golpe militare nel 2016, i controlli su stampa, esercito, magistratura e partiti dell’opposizione, sono diventati incompatibili con ogni definizione di “democrazia”. Il processo di erosione delle libertà non è stato repentino, ma graduale, iniziato subito dopo il primo mandato da premier di Erdogan. È sempre stato giustificato dalla protezione della democrazia da trame di potere di un'organizzazione segreta (caso “Ergenekon”, nel 2011) e poi dal golpe degli ufficiali “gulenisti”, seguaci di Fethullah Gulen, politologo e predicatore islamista, prima alleato e poi rivale di Erdogan.

A contestare la deriva autoritaria di Erdogan è soprattutto il candidato principale dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, leader del Chp (Partito popolare repubblicano), laico e riformatore. I sondaggi lo danno in testa, di misura, nel primo turno. Kilicdaroglu, asceso nel 2010 alla testa del suo partito, nel 2017 ha promosso una marcia pacifica di protesta contro la censura nella stampa, da Ankara a Istanbul. Considerato come un leader non-violento, quasi un Gandhi turco, attira soprattutto i voti delle grandi città e dei giovani, il 57% dei quali (secondo un sondaggio dell'istituto Konda) si considera "moderno". Il consenso per l’opposizione laica e democratica è però conteso anche da un altro candidato, Muharrem Ince, che punta la sua campagna elettorale soprattutto sul tema della laicità. All’estrema destra nazionalista si candida invece Sinan Ogan, accusato di xenofobia soprattutto contro i rifugiati di guerra siriani, giunti a milioni in Turchia. L’espulsione dei siriani, comunque, figura anche nei programmi degli altri due oppositori, Kilicdaroglu e Ince.

Le elezioni saranno determinanti anche per determinare il ruolo della Turchia nel mondo. Una vittoria di Erdogan rafforzerebbe il suo ruolo neo-ottomano, come nell’ultimo decennio. Al contrario, un’affermazione di Kilicdaroglu riorienterebbe la Turchia verso l’Occidente, con un maggior legame con la Nato (con cui i rapporti sono sempre più tesi: la Turchia è ormai più un membro nominale che di fatto) e un riavvicinamento all’Unione Europea.