La traccia agostiniana nel viaggio di Dante
Ascolta la versione audio dell'articolo
Sant’Agostino è uno dei padri della Chiesa, ma non compare mai come personaggio nella Commedia. Eppure il suo ruolo non è irrilevante, perché è strutturale. Agostino non appare perché è già dentro il poema. Non parla perché è la voce interiore che lo sostiene. Non discute con Dante perché Dante discute con lui da sempre.
Sant’Agostino è uno dei padri della Chiesa più influenti della storia occidentale: filosofo, teologo, autore delle Confessioni e del De civitate Dei. Eppure, nella Commedia, non compare mai come personaggio. Nessun dialogo con Dante viator, nessuna scena dedicata, nessuna apparizione.
Un’assenza sorprendente, soprattutto se confrontata con la centralità concessa a san Francesco, san Domenico, san Benedetto e molti altri. Dante non gli riserva un canto, non gli affida un discorso, non lo fa parlare. Lo nomina appena, e di sfuggita.
L’unico riferimento esplicito si trova nel Cielo del Sole, nel canto X del Paradiso, quando san Tommaso presenta la corona dei sapienti e indica Paolo Orosio, lo storico del V secolo che Agostino aveva utilizzato nel De civitate Dei: «Ne l’altra piccioletta luce ride quello avvocato de’ tempi cristiani del cui latino Augustin si provide». Una citazione minima, quasi marginale. Ma è proprio questa discrezione a suggerire che Agostino non è un personaggio da collocare in scena: è un’autorità che precede la scena stessa.
La rivelazione dell’Empireo: Agostino nella Candida Rosa
Per capire quanto pesi davvero la sua figura, bisogna salire con Dante fino all’Empireo, nella visione vertiginosa della Candida Rosa. Qui, su invito di san Bernardo, il poeta contempla l’anfiteatro dei beati, illuminato dalla bellezza della Madonna che «letizia / […] ne li occhi a tutti li altri santi».
È un momento di rivelazione: i santi appaiono finalmente con il loro volto, splendenti, seduti su troni. Maria è al centro, Eva ai suoi piedi, Rachele e Beatrice sul terzo ordine di gradini. Dalla parte opposta, allo stesso livello di Maria, siede san Giovanni Battista, «il più grande tra i nati da donna». Poco sotto, san Francesco e san Benedetto, collocati in posizioni che confermano la loro enorme importanza nel poema.
E poi, in quarta posizione, sant’Agostino. Non un personaggio, ma un vertice. Non un interlocutore, ma un fondamento. La sua collocazione nella Rosa dice ciò che la narrazione non dice: Agostino è uno dei pilastri della cultura cristiana medievale, e Dante lo riconosce come tale.
Del resto, il poeta si forma proprio negli ambienti in cui Agostino è letto, commentato, meditato: Santa Maria Novella con i Domenicani, Santa Croce con i Francescani, la Scuola di Santo Spirito con gli Agostiniani.
Negli anni successivi alla morte di Beatrice, Dante frequenta luoghi in cui circolano le opere dei Padri e dei mistici: Agostino, certo, ma anche Bernardo, Ugo e Riccardo da San Vittore, Bonaventura. È un terreno culturale in cui il pensiero agostiniano è ovunque, come lingua madre della teologia.
Le tracce nel poema: quando Dante parla con la voce di Agostino
La voce di Agostino risuona nei versi danteschi in modi sottili ma inequivocabili. Già all’inizio dell’Inferno, quando Virgilio si presenta dicendo di essere vissuto «nel tempo de li dèi falsi e bugiardi», Dante riecheggia quasi letteralmente il De civitate Dei, dove Agostino parla dei «deos falsos fallacesque». È un dettaglio che rivela familiarità profonda, non semplice erudizione.
Un’altra eco emerge nel Purgatorio XXIV, quando Bonagiunta riconosce la superiorità poetica di Dante e afferma: «Le vostre penne / dietro al dittator sen vanno strette». L’immagine delle «penne» che seguono il dettato dell’amore richiama da vicino un passo delle Enarrationes in psalmos, dove Agostino scrive: «Un’anima irretita dall'amore terreno è come se avesse del vischio nelle penne: non può volare». È lo stesso simbolismo: l’amore che libera o trattiene, che fa volare o impedisce il volo.
E ancora, nel canto II dell’Inferno, Dante descrive la propria esitazione con versi che sembrano usciti dalle Confessioni: «qual è quei che disvuol ciò che volle / e per novi pensier cangia proposta». Agostino, nel libro V, confessa: «Il mio cuore era spinto ora in una direzione, ora in direzione contraria». È la stessa psicologia dell’interiorità inquieta, dello scontro tra volontà e desiderio, tra timore e slancio.
Gli studi di Lino Pertile hanno mostrato come alcuni tratti profondi della Commedia — l’amore per la sintesi, la riflessione sulla natura del male, la visione della storia come teatro della Provvidenza — siano debitori proprio di Agostino. Anche la forte emotività del Dante viator, capace di passare dal pianto alla gioia, la veemenza delle invettive, l’uso di exempla tratti non solo da animali nobili ma anche da mosche, tafani, porci e pulci, trova un precedente nelle Confessioni (libro X, cap. XXXV).
Un maestro che non ha bisogno di parlare
Alla fine, la domanda iniziale trova una risposta chiara: il ruolo di sant’Agostino nella Commedia non è irrilevante, è strutturale. Agostino non appare perché è già dentro il poema. Non parla perché è la voce interiore che lo sostiene. Non discute con Dante perché Dante discute con lui da sempre.
La sua è una presenza che non ha bisogno di scena: è la presenza di chi ha formato la mente stessa del poeta. Una presenza che nasce dall’assenza, e proprio per questo è più profonda, più discreta, più decisiva.


