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Ora di dottrina / 196 – La trascrizione

La sposa del Cantico – Il testo del video

Il Cantico dei cantici non è affatto un testo profano, bensì il cuore delle Sacre Scritture. La dimensione sponsale: chiave di lettura di tutta la storia della salvezza. Ma chi è la sposa del Cantico? In senso universale: Israele e la Chiesa. In senso speciale: Maria Santissima.

Catechismo 08_02_2026

Continuiamo il nostro percorso di ricerca delle profezie dell’Antico Testamento che prefigurano Maria, e in particolare Maria unita a Cristo. Questa prova scritturistica si lega al principio che abbiamo enunciato all’inizio di questo percorso, cioè della predestinazione unica di Cristo e Maria.

Oggi ci dedichiamo a un testo importantissimo che è il Cantico dei cantici. Cerchiamo di contestualizzare questo testo. Già nell’interpretazione giudaica, nell’interpretazione rabbinica, il Cantico dei cantici non era e non doveva essere considerato un testo profano. Lo dico perché oggi c’è una forte insistenza a considerarlo un testo profano, scritto per delle nozze umane e poi interpretato in una chiave simbolica. Non è così. Il Cantico dei cantici già nella tradizione giudaica è il testo che ha come primo soggetto la relazione sponsale tra Jahvè e Israele, tra Dio e, possiamo dire, la Sinagoga, intesa come il popolo eletto, il popolo di Israele. Tant’è vero che abbiamo un rabbino, il rabbi Akiva, a cavallo tra il I e il II secolo dopo Cristo, che attesta proprio questo e dice in sostanza: chiunque legga il Cantico dei cantici in questo modo non avrà parte alle nozze eterne, al regno eterno. E rabbi Akiva ha un testo che si trova nel Midrash Yadayim ed è molto importante, perché ci aiuta a collocare nella chiave giusta il Cantico dei cantici: «Tutti gli scritti [della Bibbia] sono santi, ma il Cantico dei cantici è il Santo dei santi». Il Santo dei santi è la parte più interna, più centrale della tenda del convegno e quindi del tempio, la parte in cui risiede l’Arca dell’Alleanza e in cui si fa presente Dio nella nube, nella Shekhinah. Quindi, il Santo dei santi è la parte più importante che dà senso a tutto il resto del tempio.

Il Cantico dei cantici, in rapporto alle altre Scritture, è considerato come il cuore, lo scrigno, ciò che dà senso a tutte le altre Scritture. O, potremmo dire, è la chiave di lettura che dà accesso alla comprensione adeguata, piena, corretta del resto delle Scritture. E cosa troviamo nel Cantico dei cantici? Appunto il rapporto sponsale tra Israele e Dio. Tutta la storia di Israele può e deve essere interpretata, compresa come la storia del fidanzamento e dello sposalizio di Dio con il suo popolo. Pensiamo anche all’episodio del Sinai in cui abbiamo Mosè che sale sul monte e Dio consegna la Legge, poi abbiamo l’aspersione del popolo: questo viene letto, già nella letteratura profetica e anche poi nei commenti rabbinici, come un insieme di segni che dicono del matrimonio, dello sposalizio tra Dio e il suo popolo, di cui la Legge, la Torah è come il contratto matrimoniale: Dio si impegna come sposo a custodire, proteggere, amare, nutrire, condurre, difendere Israele; e Israele si impegna ad amare il suo Dio nell’osservanza della Legge.

È importantissimo quanto andiamo dicendo, perché se noi prendiamo il Nuovo Testamento qual è la figura chiave, di passaggio, tra l’Antico e il Nuovo Testamento? È la figura di san Giovanni Battista. Chi è san Giovanni Battista? Essenzialmente Giovanni Battista è «l’amico dello sposo» (cf. Gv 3, 29). Nel rituale nuziale ebraico, l’amico dello sposo aveva un ruolo cruciale: era colui che preparava le nozze, curava ogni dettaglio delle nozze, era colui che teneva in qualche modo i legami tra lo sposo e la sposa prima della celebrazione delle nozze ed era anche colui che udiva la voce dello sposo che aveva consumato le proprie nozze con la sposa. Quindi era il testimone non solo delle nozze ma anche del fatto che queste si erano consumate attraverso l’unione sponsale. Giovanni Battista è amico dello sposo. E chi è lo sposo? È Cristo, evidentemente. Quindi il Nuovo Testamento si apre con l’annuncio dello sposo di Israele che è giunto.

Dunque, la chiave nuziale è veramente la chiave di lettura di tutta la storia della salvezza e di tutte le Scritture. Nel Cantico dei cantici ci sono moltissime espressioni che non si addicono a personaggi puramente umani, ma che rimandano invece direttamente – per chi ha una certa familiarità con le Sacre Scritture – a Gerusalemme, cioè la città, la capitale del popolo di Israele, figura del popolo di Israele, e al tempio. Per esempio, quando nel passo 1, 5 del Cantico dei cantici si parla delle tende di Salomone, che cosa sono queste? Sono le tende poste nel tempio a separare il Santo dal Santo dei santi. Oppure quando leggiamo «i tuoi germogli sono un giardino di melagrane» (Ct 4, 13), cosa significa? Cos’è il melograno? Che senso ha questa frase? In realtà, se andiamo a leggere il Secondo Libro delle Cronache (3, 16), troviamo che Salomone dispose che davanti al tempio ci fossero due colonne che egli adornò con dei melograni. Oppure quando si parla del profumo del Libano nel contesto del Cantico dei cantici, a cosa ci si riferisce? Ci si riferisce a una costruzione, sempre di Salomone, che troviamo descritta nel Primo Libro dei Re (7, 2): un palazzo che si chiamava Foresta del Libano, interamente fatto con il legno dei cedri del Libano che emanava il profumo del cedro caratteristico del Libano. Questi sono tutti riferimenti che, se non vengono compresi in questa chiave, e se si pensa semplicemente a un canto profano, non rendono ragione della loro pregnanza di significato e di simbolo.

Il Cantico dei cantici è interessante perché si conclude non con una consumazione delle nozze, ma con un’apertura verso una nuova attesa. Nella chiusura del Cantico dei cantici (8, 14), la sposa dice: «Fuggi, mio diletto, simile a gazzella o a un cerbiatto sopra i monti degli aromi». Si ha una nuova fuga e quindi il Cantico si chiude aprendo a una nuova attesa. Anche questo è ben conosciuto nella tradizione rabbinica. Perché? Perché nella tradizione rabbinica è vero che Jahvè è lo sposo di Israele, ma il Messia, che Jahvè avrebbe inviato, doveva essere lo sposo di Israele che in qualche modo consumava le nozze. E dunque ogni celebrazione del rituale ebraico, in particolare i sacrifici al tempio, era da un lato il rivivere quella celebrazione nuziale che è all’origine del popolo ebraico, cioè l’alleanza del Sinai, ma dall’altra apriva verso l’attesa della venuta dello Sposo di Israele. Il Messia era atteso non solo come Messia, annunciatore, nuovo legiferatore come Mosè, ma come sposo di Israele. Dunque, il Cantico dei cantici apre a questa dimensione; e non a caso l’Apocalisse chiude la Rivelazione precisamente con l’apparizione della sposa finalmente adorna per lo sposo e con la celebrazione finale delle nozze. Lo sposo che viene nella carne, Cristo, è lo stesso sposo che tornerà nella gloria. Era estremamente importante calare il Cantico dei cantici in questo contesto, che poi è il contesto della stessa tradizione rabbinica, della comprensione di tutta la storia sacra, che è la grande storia della chiamata da parte di Dio alle nozze con il suo popolo.

Quindi, il Cantico dei cantici, sotto questo punto di vista, è realmente il Santo dei santi, è il testo che dà in qualche modo la chiave di lettura di tutti i testi della storia sacra. Pensate all’idolatria. Qual è il grande peccato di Israele, che viene rimproverato da Dio? Ricordate Mosè che scende dal Sinai e vede il culto dato al vitello d’oro; è il peccato che poi viene sempre rimproverato dai profeti. Ogni volta che Israele, nel suo popolo, nei suoi capi, non si attiene all’osservanza della legge divina, commette un peccato di idolatria: i vari idoli – che si tratti di statue o di idoli del proprio ventre o del denaro – che Israele si costruisce, vengono chiamati “i suoi molti mariti”. L’idolatria è letta come prostituzione, cioè rottura del patto nuziale per andare verso altri mariti. Quindi qui veramente abbiamo il cuore, la chiave di lettura, il senso di tutta la storia sacra, di tutta la storia umana: tutto il resto è contorno. E questo ci confonde un po’, perché noi siamo abituati a leggere la storia indagandone le cause politiche, economiche, sociali, culturali: tutto giusto, non si tratta di rifiutare questi approcci, che però sono complementari; la chiave di lettura è che la storia è storia dello sposalizio tra Dio e l’umanità, storia dell’umanità che, udendo la voce del serpente, cerca altri mariti e quindi commette costantemente prostituzione. E Dio ogni volta vuole perdonare la sua sposa, ricondurla a Sé, purificarla per unirla a Sé. Questo è il senso della storia umana, della storia personale, della storia dei popoli, della storia della Chiesa.

Detto questo, comprendiamo chi è la sposa del Cantico dei cantici. Prima di tutto è Israele in senso, potremmo dire, incoativo; e la Chiesa in senso perfettivo. Cioè, c’è la Chiesa nella sua fase embrionale o di infanzia, che è la gestazione dell’Antica Alleanza e quindi è Israele; poi c’è la Chiesa nella sua fase perfettiva, cioè quando nasce, viene alla luce, cresce e si sviluppa. Non è una contraddizione dire che nel Cantico dei cantici troviamo Israele e la Chiesa, perché Israele è l’origine della Chiesa e la Chiesa è il compimento di Israele.

Ma attenzione: c’è un altro passaggio che dobbiamo fare. Già nei Padri della Chiesa, nei primissimi secoli cristiani, troviamo un’altra identificazione: non è un’altra nel senso di totalmente diversa; è una duplice identificazione. La prima è che la sposa del Cantico è l’anima fedele e dunque il Cantico è la storia non solo della relazione tra Dio e la Chiesa, tra Dio e il suo popolo, ma anche tra Dio e ciascun’anima. La seconda è che la sposa del Cantico dei cantici è la Vergine Maria.

Ora, come dobbiamo intendere questo passaggio? Ripeto, lo troviamo nei Padri, ma ha uno sviluppo molto più sostenuto, importante, nel Medioevo. In particolare, l’opera che commenta il Cantico dei cantici, prendendo quasi esclusivamente la prospettiva mariana, è In Cantica canticorum de incarnatione Domini, di Ruperto di Deutz (c. 1075 – c. 1129), un abate benedettino che pare sia stato il primo a dare questa interpretazione esclusivamente mariologica. E da qui si sviluppa sempre di più questo tipo di approccio, che pure aveva le sue radici nei Padri della Chiesa.

Ora, dobbiamo comprendere il criterio che è alla base di questa stratificazione di identificazione della sposa del Cantico dei cantici. E ce lo offre un testo bellissimo, il Sermone 51, che è il primo sermone di Isacco della Stella (scuola cistercense) per l’Assunzione della Beata Vergine Maria. Isacco della Stella, in questo sermone, ci dà un criterio importante: «Nelle Scritture divinamente ispirate quello che si dice in senso universale della Vergine Madre Chiesa lo si intende correttamente come valido in senso singolare per la Vergine Madre Maria. E quello che vale in modo speciale per la Vergine Madre Maria vale in senso generale o universale per la Vergine Madre Chiesa. E quando un testo parla dell’una o dell’altra, ciò che si afferma si applica egualmente e quasi senza distinzione all’una e all’altra. Allo stesso modo ogni anima fedele può essere intesa secondo il suo modo proprio come sposa del Verbo di Dio, come madre e figlia e sorella di Cristo [anche questa immagine viene dal Cantico dei cantici, dove la sposa viene chiamata spesso sorella, figlia], come al contempo vergine feconda. Si dice dunque in senso universale per la Chiesa, in senso speciale per Maria e in senso singolare pure per l’anima fedele ciò che si dice della stessa sapienza di Dio che è il Verbo del Padre: in ogni cosa ho cercato riposo (…)». (Sermone 51, 8-9).

È un testo straordinario, perché dà anzitutto un criterio di interpretazione delle Scritture ma anche una chiave per capire queste stratificazioni; per cui, quando noi in un testo troviamo qualcosa che si riferisce all’anima, non per questo si esclude la Chiesa o Maria; e quando si riferisce alla Chiesa, non per questo si esclude Maria o l’anima, e così via. Cioè, il criterio che Isacco della Stella ci dà e che ci serve per il Cantico dei cantici (e in generale per tutte le Scritture) è questo: in senso universale, la sposa del Cantico dei cantici è Israele e la Chiesa (Israele in senso incoativo, la Chiesa in senso perfettivo, come abbiamo detto); in senso speciale, la sposa è Maria Santissima; in senso singolare, è l’anima fedele.

Cerchiamo di capire cos’è questo senso speciale con cui si identifica la sposa in Maria Santissima. Pensate anche alla Donna dell’Apocalisse e a tutta la diatriba se è la Chiesa o se è Maria: in realtà, in senso universale è la Chiesa, in senso speciale è Maria Santissima. Cosa vuol dire in senso speciale? Non è un’eccezione. Senso speciale vuol dire che in Maria Santissima noi troviamo pienamente compiuto tutto quel disegno di amore, di salvezza, di desiderio di Dio di comunicare Sé stesso. Lo troviamo pienamente compiuto in Maria Santissima come in nessun’altra persona. Per questa ragione nel Cantico la sposa è chiamata per eccellenza “la diletta”, “l’amata”. Chi è l’amata, la diletta per antonomasia? È Maria Santissima. Ma perché? Questo è importante capirlo. Perché quando si parla dell’amata, della diletta, di colei che ha ricevuto in modo speciale e unico l’amore di Dio, è perché Dio, amandola in modo così speciale, le ha conferito tutte le perfezioni, tutto quel bene che poteva dare a creatura umana: più di quello era impossibile dare; impossibile perché altrimenti si passerebbe dalla creatura al Creatore, si passerebbe cioè dentro l’ordine trinitario, della generazione delle Persone in cui il Padre dà tutto Sé stesso, inclusa la divinità, generando il Figlio; e così fanno il Padre e il Figlio facendo procedere lo Spirito Santo. Al di fuori di questo ordine trinitario, nell’ordine creato non c’è nulla di più grande, di più bello e di più santo che Dio potesse fare, se non Maria. In lei Dio ha riversato tutto l’amore possibile che si può riversare su una creatura, da cui discendono tutte le perfezioni mariane che avremo ancora modo di vedere in questo percorso di catechesi mariane: la divina maternità, la verginità perpetua, l’immacolata concezione, la corredenzione, la maternità spirituale nei confronti degli uomini, il suo potere di intercessione, l’assunzione al cielo, l’incoronazione come regina.

Tutte le prerogative di Maria Santissima non sono altro che il riflesso dell’amore di Dio, questo è importante capirlo. Cioè, Dio non ama qualcuno per il bene che trova, ma amando qualcuno crea il bene. Noi facciamo il contrario: noi amiamo una persona per il bene che troviamo in quella persona, perché magari quel bene ritorna a noi. Dio fa esattamente l’opposto: amando, crea il bene, che troviamo nelle creature, nelle persone; e avendo riversato tutto il suo amore in Maria Santissima, ecco che lei è la diletta, l’amata per antonomasia. D’altra parte, proprio il Cantico dei cantici (6, 9) parla della colomba: «unica è la mia colomba, la mia perfetta». Non c’è nulla di più grande di Maria Santissima che si possa pensare nell’ordine delle creature.

Pensiamo ad altre espressioni che sono state recepite dalla Chiesa e in particolare dalla sua liturgia. Ad esempio, se pensiamo al Comune della Beata Vergine Maria sia nell’Ufficio divino che nella Messa o ad alcuni Propri, come a quello dell’Immacolata, noi troviamo tantissime espressioni che nel Cantico dei cantici sono riferite alla sposa: per esempio hortus conclusus, il giardino chiuso (Ct 4, 12); turris davidica, torre di Davide (Ct 4, 4), turris eburnea, torre d’avorio (Ct 7, 5), che troviamo anche nelle Litanie Lauretane. Ancora, pensiamo all’espressione sicut lilium inter spinas, «come giglio tra le spine»: anche questa è un’espressione del Cantico dei cantici (2, 2) e noi liturgicamente la attribuiamo a Maria. Ancora, l’espressione «tutta bella sei, Maria», quindi la bellissima antifona mariana Tota pulchra, è tratta dal Cantico dei cantici (4, 7). Dunque, la liturgia della Chiesa recepisce e incrementa questa lettura mariologica del Cantico dei cantici, che non esclude – ripetiamo – l’interpretazione ecclesiologica, ma la conferma, perché ciò che è riferito alla Chiesa in modo universale è riferito a Maria in senso speciale.

Questa verità ci permette di capire anche un altro aspetto, cioè che Maria in qualche modo racchiude in sé tutta la perfezione della Chiesa; e la racchiude nella sua persona in virtù proprio delle prerogative speciali che le sono state conferite da Dio. Sotto questo punto di vista, la Madonna non è una figlia della Chiesa, ma è una Madre della Chiesa, Mater Ecclesiæ; Paolo VI volle che le fosse attribuito questo titolo. Si disse che non era il caso per varie ragioni, ma Paolo VI glielo attribuì comunque, cosa che auspichiamo anche per altri titoli mariani: è possibile, se si prega, la grazia di Dio poi interviene come sempre. Quindi lei non è semplicemente una figlia della Chiesa, magari più importante, ma è la Madre stessa della Chiesa, cioè in lei troviamo in modo speciale, perfetto, tutto ciò che troviamo nella Chiesa. E come la Chiesa, Maria è Madre; come la Chiesa genera le anime, Maria genera le anime: da qui la sua maternità spirituale. Qui si apre un mondo enorme.

Dunque, oggi abbiamo chiarito questa identificazione di Maria con la sposa del Cantico. Ma tutto il Cantico dei cantici non è solo la presentazione della sposa, è anche la presentazione di uno sposo. Di nuovo troviamo questa presentazione congiunta di Cristo e di Maria, a indicare una predestinazione comune: dove c’è Cristo, c’è Maria Santissima. Dove Cristo è presentato come Colui che deve schiacciare la testa del serpente, Colui che compie la promessa fatta a Davide, Colui che è lo sposo, eccetera, dall’altra parte troviamo la donna, la vergine partoriente, la sposa. Dunque, vedete di nuovo questa presenza congiunta di Cristo e Maria.

La prossima volta iniziamo un percorso dove andremo a “grattare” la superficie delle Sacre Scritture per andare a vedere in quante altre parti delle Scritture è presente la Madonna. In particolare cercheremo sempre di vederla in connessione a Cristo.



Ora di dottrina / 196 – Il video

La sposa del Cantico

08_02_2026 Luisella Scrosati

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Ora di dottrina / 194 – La trascrizione

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