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ORA DI DOTTRINA / 105 – La trascrizione

La specie dei peccati – Il testo del video

Ogni peccato comporta che l’uomo si orienti in modo disordinato verso un bene creato, voltando le spalle a Dio. Ogni atto morale ha un oggetto che lo specifica. Peccati carnali e peccati spirituali. Peccato mortale e peccato veniale.

Catechismo 25_02_2024

Proseguiamo le nostre catechesi sul peccato. Abbiamo dedicato degli incontri al peccato originale e, dalla scorsa volta, abbiamo iniziato a riflettere sul peccato attuale, cioè quel peccato che non ereditiamo, ma commettiamo noi stessi. Nella lezione scorsa, se ricordate, abbiamo cercato di definire che cos’è la colpa, che cos’è il peccato, dal punto di vista anche della teologia morale. E abbiamo visto che il peccato consiste essenzialmente in un atto umano, dunque un atto disordinato caratterizzato dalla volontà – dunque non un atto semplicemente dell’uomo che potrebbe essere un atto involontario. C’è un disordine, appunto, un non essere ordinato secondo che cosa? Secondo due elementi strettamente connessi tra loro, cioè l’ordine di ragione e la legge divina. Quando c’è un disordine, rispetto all’ordine di ragione e alla legge divina, abbiamo un atto morale cattivo che, posto nella sua relazione con Dio, assume la connotazione di peccato.

Vorrei richiamare un concetto che è molto importante. Nel peccato c’è sempre un movimento della volontà umana che, come si dice, ha una conversio ad creaturam e una aversio a Deo, cioè l’uomo si orienta verso un bene creato, voltando le spalle a Dio. Il movimento del peccato, qualunque esso sia, ha questo tipo di caratteristica: si tratta di un orientarsi verso il bene creato in modo disordinato e dunque, per questo stesso disordine, ci si allontana, si voltano le spalle a Dio. Il peccato non è per forza un’avversione diretta a Dio, un voler girare le spalle a Dio. Il peccato, cioè l’atto morale disordinato, ha come sua intenzionalità quella di “convertirsi”, di volgersi verso un bene creato, il che porta questo distogliere l’orientamento, lo sguardo da Dio. Perché fare questa sottolineatura? Perché a dare sostanza al peccato è proprio questa conversio, questo disordine, anche se uno non pensa ipoteticamente o non vuole direttamente volgere le spalle a Dio. Ma il fatto stesso di orientarsi in modo disordinato verso un bene creato comporta questa aversio a Deo.

Questa distinzione ci permette di comprendere e risolvere un grande conflitto, una grave dicotomia, che però non corrisponde alla realtà della vita morale dell’uomo, cioè quella tra una morale oggettiva e una morale soggettiva. La vita morale, se noi intendiamo l’atto morale cattivo in questo modo, avrà sempre un oggetto che specifica l’atto: ad esempio, un atto di adulterio, di gola, di furto, di avarizia. C’è sempre un oggetto morale, nell’atto, ma chiaramente c’è sempre un soggetto che lo compie, cioè è sempre il soggetto a essere coinvolto in un atto morale. Dunque, questa dicotomia tra una morale oggettiva e una morale soggettiva significa non aver compreso l’etica delle virtù, molto presente in san Tommaso, e che è stata rilanciata dalla grande enciclica di san Giovanni Paolo II, Veritatis Splendor. È importante capire questo, perché spesso vengono poste sul tavolo queste dicotomie: “ma una morale troppo oggettiva perde il soggetto; una morale troppo soggettiva perde l’oggetto”. È una dicotomia falsa: vuol dire che abbiamo impostato il problema morale in modo sbagliato. Sempre in un atto morale c’è un oggetto che specifica, perché c’è sempre una conversio ad, ma c’è sempre un soggetto che compie questa conversio. È importante, teniamo sempre questo sullo sfondo.

Oggi vediamo le diverse specie dei peccati, appunto perché, come spiega molto bene san Tommaso, l’oggetto proprio degli atti umani è ciò che distingue specificamente un atto. L’atto fisico potrebbe essere lo stesso e avere due valenze morali differenti. Sparare con un fucile è un atto fisico, ma che può voler dire omicidio oppure può voler dire accaparrarsi il cibo con la caccia: sono due oggetti morali molto diversi. Quindi, l’oggetto materiale non è l’atto fisico, è appunto l’oggetto morale, l’atto umano implicato; se vogliamo, è l’oggetto prossimo di quell’adesione disordinata alla creatura. Questo è quello che intendiamo con l’oggetto morale cattivo, disordinato. Se invece l’atto morale è buono, è ordinato. San Tommaso lo definisce appunto come «l’atto medesimo, in quanto ha il suo termine nell’oggetto che richiama l’intenzione del peccatore» (I-II, q. 72, a. 8). Vedete: c’è l’oggetto che richiama l’intenzione del peccatore. Noi possiamo distinguere chiaramente l'oggetto dall'intenzione, ma non possiamo scindere.

Ora, attenzione. Il peccatore, colui che commette questo atto disordinato, questa conversio ad creaturam e questa aversio a Deo, non vuole il disordine per sé, cioè non vuole la privazione della conformità alla regola e nemmeno, come dicevo prima, vuole la aversio a Deo per sé, o almeno non necessariamente. Egli vuole l’oggetto morale nonostante quell’oggetto morale non sia conforme alla regola di ragione e alla legge divina. Cioè, l’atto del peccato ha “occhi” solo per l’oggetto morale, non richiede necessariamente anche l’intenzione esplicita di una privazione di conformità alla regola. Ma di fatto quell’oggetto morale, che egli sceglie, lo sceglie nonostante non sia conforme alla regola di ragione e alla legge divina. Questo per dire qual è la dinamica dell’atto morale cattivo, del peccato.

In base a questo oggetto morale, Tommaso distingue diverse specie di peccato. Siamo nella I-II della Summa, alla quæstio 72. Riprenderò alcuni articoli. Il primo che voglio riprendere è l’art. 2, dove san Tommaso pone la distinzione tra peccati spirituali e peccati carnali. Ora, che cosa determina la distinzione tra questi due? È il bene voluto, l’oggetto morale, in modo disordinato chiaramente, che può dare un duplice godimento: un godimento più spirituale, esclusivamente spirituale; oppure può dare un godimento carnale. Quindi, questa distinzione tra il peccato spirituale e il peccato carnale non significa che nei peccati carnali non vi sia un atto spirituale, cioè l’atto di ragione, altrimenti non sarebbe un peccato, non sarebbe un atto volontario. La distinzione quindi non è se c’è o non c’è l’elemento spirituale dell’uomo, non ha senso: la distinzione è invece il piacere che si persegue, il tipo di piacere che si persegue in un certo atto. Il piacere carnale in un peccato carnale e un piacere più spirituale nel peccato spirituale.

Il piacere carnale, ad esempio l’atto di gola, è chiaramente un atto dello spirito, cioè un atto volontario, un atto umano, ma è un atto che tende a che cosa? A un tipo di godimento carnale. Invece, l’invidia, di per sé, prevede un tipo di godimento più psicologico e spirituale rispetto alla gola. Questo è un tipo di distinzione.

Un’altra precisazione. Nelle Sacre Scritture, quando si parla dell’uomo carnale, non si intende solo l’uomo che cerca il piacere carnale; l’uomo carnale è l’uomo disordinato, cioè che si è convertito in modo disordinato alla creatura, volgendo le spalle a Dio. E quindi l’uomo carnale può compiere atti, peccati sia carnali che spirituali, secondo la distinzione che abbiamo visto adesso con san Tommaso.

Un altro articolo su cui mi voglio soffermare è l’art. 4. San Tommaso si chiede se sia giusto distinguere i peccati verso Dio, verso sé stessi e verso il prossimo. Si potrebbe obiettare, ad esempio, che tutti i peccati sono contro Dio, se è vero quello che abbiamo detto prima. Ed è una giusta considerazione. Tuttavia questa distinzione non è futile, non è solo per parlare a vanvera, ha un riscontro reale. Vediamo che cosa ci dice san Tommaso. Questa distinzione del peccato verso Dio, verso sé stessi e verso il prossimo indica tre tipi di disordine. C’è un disordine che implica la regola di ragione (disordine verso sé stessi) e un disordine che implica la legge divina (verso Dio). E questa legge di ragione, siccome l’uomo non vive da solo ma è un animale socievole, implica anche la relazione verso gli altri, verso il prossimo. Quindi abbiamo tre tipi di relazione.

Ora, san Tommaso fa una distinzione molto interessante: l’ordine verso Dio – immaginatevi degli insiemi – è l’insieme più ampio che include sicuramente gli altri due. Cioè l’ordine verso Dio include l’ordine verso il prossimo e verso sé stessi. Dunque, sicuramente ogni peccato verso sé stessi e verso il prossimo, è anche un peccato verso Dio. Tuttavia, questo cerchio esterno, che include gli altri due, li eccede, è più grande dell’insieme degli altri due. Dunque, il peccato verso Dio non ha solo una sovrapposizione, una coincidenza con il peccato verso il prossimo e verso sé stessi, ma ha una sua parte esclusiva, come dire: è un peccato solo verso Dio. Perché appunto Dio sorpassa gli altri due ordini e dunque noi abbiamo dei peccati diretti contro di Lui, per esempio il peccato contro la fede, contro le virtù di religione, di cui abbiamo parlato. Sono peccati che entrano in quell’eccedenza che è esclusiva solo di Dio, e non coincide quindi con il peccato verso sé stessi e verso il prossimo.

Ora, anche il peccato verso sé stessi include il peccato verso il prossimo, ma lo sorpassa, ha una sua eccedenza, per cui è possibile peccare solo verso sé stessi e non verso il prossimo. Per esempio, pensate a un peccato della sfera sessuale, la masturbazione, fatta da soli, chiaramente è un peccato contro sé stesso ma non verso il prossimo. E poi abbiamo il peccato verso il prossimo, che è chiaramente specifico, ma in qualche modo include sempre il peccato verso sé stessi e il peccato verso Dio. Quindi è una falsa prospettiva, per l’ordine che abbiamo visto, quella di dire “ma io ho peccato solo verso il prossimo e non verso me e verso Dio”.

Nello stesso tempo abbiamo visto che ciascuna di queste specie di peccati ha la sua particolare distinzione con questo ordine: il peccato verso Dio colpisce l’ordine della ragione, ossia verso sé stessi e verso il prossimo, ma lo eccede, dunque ha una sua parte propria. Il peccato verso noi stessi include sempre un peccato verso Dio e ha una parte che coincide con il peccato verso il prossimo e una parte sua, propria, specifica, perché eccede il peccato verso il prossimo.

Un’ulteriore distinzione è portata dall’art. 5. È una distinzione che ci è più familiare: quella tra peccato mortale e peccato veniale. Ora, è importante riflettere su questa distinzione perché è stata più volte messa in discussione, come per dire che in realtà il peccato è sempre lo stesso, non c’è una distinzione; oppure, per dire addirittura che il peccato mortale non esiste perché nell’uomo non esiste una tale intenzione da provocare la morte dell’anima; o addirittura si è messo in discussione il senso stesso di morte dell’anima.

Ora, san Tommaso spiega molto chiaramente che la differenza tra peccato veniale e mortale non costituisce una diversità specifica, ma di pena, cioè l’effetto che un peccato provoca. Quindi, in questo senso, è estraneo dall’intenzione dell’agente. L’agente, colui che agisce, cosa fa? Guarda al suo bene, non guarda alla pena. E dunque evidentemente chi pecca mortalmente non intende la pena, non intende peccare mortalmente, cioè non intende la pena della morte dell’anima, intende il suo bene; eppure intendendo questo suo bene, gravemente disordinato, provoca la morte dell’anima.

Che differenza c’è tra peccato mortale e veniale? La differenza non sta nella conversio ad creaturam: questo è il peccato in quanto tale. Il peccato è sempre una conversio ad creaturam, una conversio disordinata. La differenza sta invece in quanto questa conversio mi allontana da Dio o, meglio, questa conversio non solo mi allontana da Dio, ma rompe la relazione con Dio, cioè provoca non solo un allontanamento, ma un vero e proprio distacco. Il peccato mortale è un peccato in materia grave, con la piena avvertenza e il deliberato consenso; e questo peccato distacca da Dio. Dunque, è un peccato che non è riparabile dall’uomo. Invece il peccato veniale è riparabile dall’uomo: in che senso è riparabile? Cioè, il peccato veniale è riparabile dalla carità: la vita di carità ripresa, recuperata, vissuta, ripara questo peccato perché riduce fino ad annullare questo allontanamento. Nel caso del peccato mortale, questa conversio provoca invece un distacco, che non è più riparabile da parte dell’uomo: è riparabile solo attraverso una rigenerazione da parte di Dio. Vedremo, quando faremo i sacramenti, che si attua con il battesimo o con il sacramento della penitenza, la confessione.

Attenzione, quando parliamo di piena avvertenza e deliberato consenso, non pensiamo a qualche cosa che non avverrà mai in questo mondo. Già vi accennavo la scorsa volta che sempre l’uomo è condizionato; è condizionato dall’esterno, è condizionato dall’interno. Non si deve pensare questa piena avvertenza e questo deliberato consenso dunque come una situazione irrealistica, in cui la persona, senza nessun condizionamento, pecca. Questo era il peccato di Adamo. Il peccato mortale invece, dentro un contesto di condizionamenti, implica che questi condizionamenti non hanno cancellato la libertà dell’uomo, per cui l’uomo, in questi condizionamenti, mantiene una sua libertà di seguirli o non seguirli, di dirigerli o di esserne, diciamo così, diretto. Questo è il contesto realistico. Se si cerca il contesto ideale, cioè zero condizionamenti, il peccato mortale non esisterebbe: è quello che molti vogliono far credere, ma non è così, non è mai stato considerato così dalla teologia cattolica, che si basa su una concezione realistica. E cioè che ciascuno di noi, per quanto possa essere condizionato, a meno che non ci sia una situazione che priva della libertà o la coarta in maniera molto forte, è comunque responsabile dei propri atti. Capite la differenza tra ricevere un consiglio sbagliato ed essere minacciati di morte: è chiaro che il consiglio sbagliato mi condiziona, ma io mantengo la libertà di seguirlo o non seguirlo, di cercare un altro consiglio, di cercare il vero, capire se questo consiglio è buono o cattivo. Invece la minaccia di morte è qualche cosa che sicuramente diminuisce molto di più la nostra libertà, non la annulla, ma realisticamente c’è condizionamento e condizionamento.

Nell’art. 6 san Tommaso fa una differenza tra il peccato di commissione e il peccato di omissione, cioè il peccato che si compie facendo qualcosa e il peccato che si compie omettendo qualcosa. San Tommaso dice che la distinzione non è formale, ma è materiale. Che cosa vuol dire? Facciamo un esempio. Il goloso commette il peccato di gola sia abbuffandosi, quindi un peccato di commissione, ma anche omettendo, per esempio, i digiuni prescritti, cioè omette di digiunare in un tempo prescritto. Dunque, vedete che c’è una distinzione, materialmente parlando, ma non formalmente: in entrambi i casi ci troviamo infatti in un peccato della stessa specie, in questo esempio, il peccato di gola.

L'ultima distinzione che vi propongo è nell’art. 7 e anche questa ci è familiare, essendo qualcosa che noi pronunciamo, ogni volta che andiamo alla Messa, nel Confiteor (“Confesso a Dio Onnipotente…”), e cioè tra tre tipi di peccati, a cui con la riforma liturgica è stato aggiunto il peccato di omissione di cui abbiamo parlato. Tre tipi di peccati, cioè: pensieri, parole, opere (o azioni). Di nuovo, anche qui san Tommaso spiega: «Queste tre cose differiscono come tre gradi diversi di peccato. Tuttavia è chiaro che appartengono a un’unica specie completa di peccato, derivando esse da un unico motivo» E fa un esempio:  l’iracondo, per il fatto che desidera la vendetta [vedete dov’è il suo orientamento, volere la vendetta di qualcosa], da principio si turba nell’animo [quindi, è il peccato di pensiero: inizia a pensare, a volere, a ideare la sua vendetta]; in secondo luogo prorompe in parole offensive; e in terzo luogo passa ad atti di offesa» (I-II, q. 72, a. 7). Cioè, non sono tre specie diverse di peccato, è sempre l’ira, ma in tre gradi “ordinati”: per i padri del monachesimo era molto chiaro che la genesi di ogni peccato esterno, di parola e di azione, è sempre nel pensiero. Non nel pensiero involontario, ma nel consenso che noi diamo a questo pensiero che si affaccia alla nostra mente. E poi passa ad essere un peccato di parola e un peccato di azione; a volte si può fermare solo alla parola, a volte passa direttamente all’azione, a volte ha entrambi questi aspetti.

Abbiamo visto le diverse specie di peccati considerati da diversi punti di vista; quello che è fondamentale è capire che a specificare il peccato è l’oggetto morale, non l’oggetto fisico: è quello che mi dice se mi trovo di fronte a un peccato di gola, di lussuria, di invidia o di altro.

La prossima volta inizieremo a vedere che cosa succede nelle nostre facoltà. Perché se è vero che il peccato è un peccato della volontà, tuttavia, essendo della persona, chiaramente entrano in gioco tutte le dimensioni, tutte le facoltà della persona. E andremo a vedere questo aspetto.



ORA DI DOTTRINA / 105 – Il video

La specie dei peccati

25_02_2024 Luisella Scrosati

Ogni peccato comporta che l’uomo si orienti in modo disordinato verso un bene creato, voltando le spalle a Dio. Ogni atto morale ha un oggetto che lo specifica. Peccati carnali e peccati spirituali. Peccato mortale e peccato veniale.

ORA DI DOTTRINA / 104 – La trascrizione

Origine del male morale – Il testo del video

18_02_2024 Luisella Scrosati

Il male è l’assenza di una perfezione richiesta in una determinata natura. Il male morale è una specie particolare di male che, come ogni male, implica una deficienza. L’atto umano va conformato a ragione e legge divina.