• SCENARI DI GUERRA

La Siria infiamma tutto il Medio Oriente

Libano, Turchia, Iraq, Giordania, Iran: il coinvolgimento nella interminabile guerra siriana sta facendo saltare gli equilibri, con tensioni crescenti tra sunniti e sciiti. Saltano anche alleanze "solidissime", come tra Hamas e Hezbollah, i cui miliziani si combattono ora in territorio siriano.

Scene di guerra in Siria

Del dramma che si sta consumando in Siria c'è un aspetto che fatichiamo ancora a capire fino in fondo. Ed è quanto questa guerra - anche al di là del prezzo già di per sé  inaccettabile dei suoi 93 mila morti (secondo le stime ufficiali) - stia creando conseguenze gravissime anche in tutti  i Paesi vicini. Con implicazioni che potrebbero funzionare da miccia per ulteriori conflitti in Paesi che si reggono su equilibri sempre molto delicati.

Il caso più lampante è quello del Libano: proprio domenica il patriarca maronita Bechara Rai ha presieduta al santuario di Harissa un atto di consacrazione del Libano e di tutto il Medio Oriente al Cuore Immacolato di Maria. Un gesto che è davvero difficile derubricare a facile devozionismo: la situazione nel Paese dei Cedri si fa infatti ogni giorno più tesa. E la partecipazione massiccia delle milizie di Hezbollah accanto alle forze del presidente siriano Assad nella battaglia per la riconquista di Qusair, ha ulteriormente esacerbato lo scontro con le forze sunnite che invece sostengono i ribelli. Corre voce che nella battaglia di Qusair - vinta dalle forze lealiste - sia morto un fratello del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. E c'è addirittura un giornalista arabo che sostiene di aver visto Nasrallah in persona, in tutta mimetica, sul campo di battaglia.

Che sia vero oppure no, quel che è certo è che la guerra in Siria sta facendo saltare persino alleanze che in Medio Oriente sembravano solidissime. Un altro angolo del Libano dove la tensione è da tempo altissima sono i campi profughi palestinesi, dove è ormai scontro aperto tra Hezbollah e Hamas, movimento islamista che fino a ieri flirtava con Teheran ma adesso è rientrato in fretta e furia nei ranghi sunniti. Pare che a Qusair alcuni miliziani di Hamas combattessero tra le fila dei ribelli e quindi contro gli uomini di Hezbollah. Del resto il leader di Hamas Khaled Meshaal - già nei primi mesi della rivolta siriana - abbandonò Damasco, dove aveva il suo quartier generale.

Non c'è però solo il Libano a tremare. Altra situazione drammatica - ad esempio - è quella dell'Iraq, dove il conflitto tra sciiti e sunniti ha conosciuto negli ultimi tempi una gravissima recrudescenza: nei primi cinque mesi del 2013 sono stati oltre 2500 i morti (839 nel solo mese di maggio). Lo scontro qui è un'eredità pesante del dopo-Saddam, con il predominio degli sciiti del premier al-Maliki sulla maggioranza sunnita. Ma è difficile non vedere come i livelli di violenza raggiunti nelle ultime settimane si intreccino con la presenza di gruppi armati sunniti che vanno e vengono dalla Siria, in quello che da alcune fazioni è evidentemente visto ormai come un conflitto unico.

Non ha fatto ancora registrare una deriva violenta, ma è una pentola a pressione che continua a riscaldarsi anche la Giordania. Qui basta citare un dato, quello del campo profughi di Zaatari, nei pressi della città di Mafraq al confine con la Siria: con i suoi 180 mila rifugiati questo accampamento gestito dall'Alto Commissariato Onu per i rifugiati è ormai la quarta maggiore città del Paese. In un contesto come quello giordano, che ha accolto già centinaia di migliaia di profughi dall'Egitto e dalla Palestina. Amman è ormai l'unico Paese del Medio Oriente che - nonostante le rivolte del 2011 - ha mantenuto una situazione politica stabile. Ma c'è grande preoccupazione per quanto potrebbe accadere se - come purtroppo tutto oggi sembrerebbe suggerire - il conflitto in Siria dovesse durare ancora a lungo.

Interessante è anche il caso della Turchia, altro Paese fortemente coinvolto nel pantano di Damasco. Pochi lo hanno fatto notare in questi giorni, ma forse anche questo è un punto di vista attraverso il quale bisognerebbe cominciare a guardare a quanto accaduto a piazza Taksim e dintorni in questi giorni. Dopo aver sperato di fare della Siria di Assad un alleato economico, Erdogan aveva puntato tutto sull'opposizione pensando che con loro avrebbe vinto anche la sua Turchia. Ma ha sbagliato i suoi conti e ne sta pagando pesantemente le conseguenze: tra ufficiali e clandestini si parla di circa mezzo milione di profughi siriani ormai entro i confini turchi. Per di più accampati - insieme alle milizie sunnite che vanno in Siria a combattere - nelle zone dove è più forte la presenza degli alewiti, la più importante minoranza della Turchia. Con la conseguenza di una situazione molto tesa che ha portato Istanbul a compiere passi indietro sostanziali nel riconoscimento dei diritti di questo gruppo etnico. E con in più anche il negoziato con i curdi ormai vicino a un binario morto.

Curdi che adesso rischiano di essere trascinati nella spirale di guerra siriana anche in Iran: è di questi giorni, infatti, la notizia di alcune morti un po' sospette di guardie rivoluzionarie, attribuite dall'agenzia di stampa ufficiale iraniana alle milizie curde. Milizie che, però, negano l'accaduto e sostengono di attenersi a un cessate il fuoco con l'esercito iraniano in vigore dal 2011. Il sospetto è che Teheran voglia nascondere in questo modo le morti dei propri militari che stanno combattendo in Siria a fianco di Assad. Facendo ricadere anche in questo caso il malcontento popolare per una guerra non avvertita come propria sulle spalle di una minoranza.