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La Scozia chiude le chiese, unica a farlo nel Regno Unito

Il governo scozzese, guidato da Nicola Sturgeon, ha deciso di chiudere di nuovo le chiese come misura anti-Covid. Ma quella che viene presentata come una politica dura ma necessaria, è invece evitata dal resto del Regno Unito. Protesta dei vescovi.

Nicola Sturgeon

La Scozia balla da sola. Il governo della nazionalista Nicola Sturgeon non perde occasione per smarcare il nord dell'isola dal resto del Regno Unito. E così, dopo i messaggi d'amore inviati all'Unione Europea all'indomani dell'entrata in vigore della Brexit a cui potrebbe seguire la richiesta di un nuovo referendum sull'indipendenza, l'esecutivo locale si differenzia da Downing Street anche sul nuovo lockdown disposto per contenere la variante del coronavirus individuata a dicembre.

Lunedì scorso, infatti, parlando davanti al Parlamento scozzese, Nicola Sturgeon ha comunicato che tra le decisioni prese nella mattinata dal 'suo' Consiglio dei Ministri contro la diffusione del contagio ci sarebbe stata anche la chiusura dei luoghi di culto. La primo ministro di Edimburgo ha annunciato, seppur con "vero rammarico", di aver ritenuto "necessario che i luoghi di culto chiudano a tutti gli effetti durante questo periodo" con le sole eccezioni ammesse per trasmettere i servizi religiosi in streaming. Sarà consentita la celebrazione di funerali e matrimoni ma con accessi strettamente contingentati (venti nel primo caso, cinque nel secondo). Nella sua dichiarazione, Sturgeon si è detta "consapevole di quanto il culto comunitario sia importante per le persone" ed ha definito "devastanti" queste nuove restrizioni che dureranno dall'8 gennaio fino al 1 febbraio 2021, preoccupandosi di garantire che non saranno tenute in vigore "più a lungo di quanto sia assolutamente necessario".

Eppure, quella che al Parlamento di Holyrood è stata descritta nei termini di una decisione sofferta ma inevitabile, si delinea come una scelta presa in solitaria dal governo di Edimburgo: durante il terzo lockdown nazionale, infatti, i luoghi di culto potranno rimanere aperti in Inghilterra nel rispetto delle limitazioni già esistenti e del distanziamento sociale, consentendo i contatti soltanto tra i membri della rispettiva 'bolla di sostegno'. Inoltre, le linee guida sul nuovo lockdown, pubblicate sul sito del governo dopo l'annuncio fatto lunedì sera da Boris Johnson, hanno confermato il precedente limite di massimo trenta persone ammesse ad assistere ad un funerale.

La linea dura del governo locale a guida nazionalista non è affatto piaciuta ai vescovi scozzesi che ieri hanno rilasciato un comunicato, dichiarandosi "perplessi per la decisione, visto che le misure rigorose prese dallo scorso marzo per garantire la sicurezza pubblica nelle nostre chiese sono state efficaci". Secondo la Conferenza episcopale scozzese non esistono prove scientifiche che possono "giustificare l'inclusione dei luoghi di culto tra i focolai di contagio" e questo farà sì che le restrizioni appaiano ai cattolici come "arbitrarie ed ingiuste". I vescovi, inoltre, hanno fatto notare come il nuovo lockdown disposto dall'esecutivo locale abbia 'risparmiato' settori come l'edilizia o gli sport d'élite che a marzo avevano subito limitazioni proprio come i luoghi di culto. Ma questa non è l'unica disparità di trattamento denunciata dalla Conferenza episcopale nella piccata dichiarazione emessa ieri: inevitabile, infatti, il paragone con quanto deciso in Inghilterra dove "il contributo essenziale del culto pubblico al benessere spirituale di tutti i cittadini durante questa crisi è stato ora riconosciuto dalla decisione di non chiudere i luoghi di culto mentre il governo scozzese, a quanto pare, si è ritirato da questo punto di vista, causando sgomento e confusione".

E pensare che a novembre, mentre l'introduzione del secondo lockdown nazionale aveva significato l'iniziale stop alle pratiche religiose pubbliche in Inghilterra poi ritirato in un successivo momento, ai fedeli scozzesi era stato consentito di continuare a frequentare i luoghi di culto. Intervenendo nelle scorse ore sul dibattito scaturito nel Paese dalla sua decisione, Sturgeon ha difeso la scelta di smarcarsi dall'esecutivo di Londra: “Sì, questo è uno dei punti di differenza tra Scozia e Regno Unito - ha dichiarato l'esponente nazionalista - ma lo è anche il fatto che abbiamo deciso di agire molto prima nella curva di questa ondata di pandemia per tenerla sotto controllo". "Non mi aspetto che nessun credente ne sia felice", ha aggiunto la primo ministro che però, al tempo stesso, si è dimostrata decisamente meno allarmista sulla possibilità di mandare gli scozzesi alle urne a maggio per il rinnovo del Parlamento a marzo, dichiarandosi convinta  che "i processi democratici debbano continuare" e ricordando che "ci sono state elezioni in molti altri Paesi nel corso della pandemia".

Intanto, oltre ai vescovi, contro la scelta di chiudere i luoghi di culto si è alzata anche la voce dei laici con una lettera indirizzata a Nicola Sturgeon da Sir Edward Leigh, presidente dell'Unione cattolica della Gran Bretagna, nella quale è stato ricordato l'impegno in prima linea delle chiese cattoliche a favore dei bisognosi ed il conforto spirituale che tanti hanno ricevuto grazie ai sacerdoti durante questa pandemia. "Nel marzo dello scorso anno - ha scritto il politico britannico - i cattolici hanno tollerato la chiusura delle loro chiese per affrontare un nuovo e sconosciuto virus" ma "ora sappiamo molto di più su questo virus e su come controllarlo". Nella lettera sono stati ricordati alla primo ministro gli sforzi fatti dalle parrocchie e dai volontari per mettere in sicurezza le chiese ed è stata lodata la decisione scozzese di novembre di non chiuderle come avvenuto inizialmente in Inghilterra. Leigh, poi, ha sfidato il governo di Edimburgo a presentare in Parlamento le prove scientifiche in grado di motivare questo nuovo e inaspettato stop. Il presidente dell'Unione Cattolica ha invitato la leader del SNP a non dimenticare che "la libertà di culto secondo il credo religioso è una delle libertà più fondamentali e più preziose di cui godiamo" quindi "l'interferenza o la sospensione di questo diritto non dovrebbe essere presa alla leggera", citando a suo supporto l'articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta ai governi di imporre restrizioni alla "libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo".

Sir Edward Leigh aveva preso carta e penna anche lo scorso novembre per convincere Boris Johnson, peraltro leader del suo stesso partito, a riaprire le chiese il prima possibile ed almeno entro Natale, invitandolo anche ad andare a Messa con lui nella cattedrale cattolica di Westminster nel corso di un question time alla Camera dei Comuni. In quel caso l'iniziativa del parlamentare conservatore, insieme alle pressioni dei vescovi cattolici e degli altri leader religiosi, aveva contribuito alla marcia indietro fatta da Downing Street sulle chiusure dei luoghi di culto. Funzionerà anche con Nicola Sturgeon?