• STORICITÀ DEI VANGELI

La Risurrezione, una realtà concreta di questo mondo

Viaggio assieme al cattedratico della Sorbona Jacques Perret nell'ineffabile mistero di Cristo che da duemila anni spalanca la ragione.

Risurrezione
Che credibilità hanno i brani evangelici che ci raccontano della resurrezione di Gesù? «Gli stessi documenti, le stesse testimonianze storiche che hanno narrato i fatti di Gesù non si fermano alla sua morte», ha scritto l’abate Giuseppe Ricciotti, autore di un’insuperata vita di Gesù, «ma con la stessa autorevolezza e col medesimo grado d’informazione di prima proseguono a narrare una resurrezione e una seconda vita di lui. Ciò è più che sufficiente perché coloro che non ammettono la possibilità del soprannaturale – e non soltanto i moderni, ma anche gli antichi (cfr. Atti 17,32) – respingano senz’altro tutt’intera questa seconda parte del racconto evangelico. Facendo ciò questi negatori si mostrano logici, dati i principii filosofici da cui essi partono: ma l’importanza è di mettere bene in rilievo che essi sono determinati alla negazione solo e unicamente da quei principii filosofici, non già da deficienze o dubbiezze di documenti».

Non esiste, insomma, una discontinuità di testimonianze tra i Vangeli che ci narrano la vita terrena di Cristo e gli stessi vangeli che ne annunciano la resurrezione. Non sono concreti e dettagliati i primi, fumosi e intrisi di spiritualismo e misticismo i secondi. Dunque la negazione dei miracoli raccontati nella prima parte e soprattutto dell’evento fondante la fede cristiana, descritto nella seconda parte, deve avvenire non in ragione di una incoerenza dei testi, di una loro mancanza di logica, dell’assenza di appigli storici, di incongruenze rispetto alla conoscenza che abbiamo della società israelitica del tempo. Non si dà, a priori, alcun credito a quei racconti perché non si ammette l’esistenza del soprannaturale e nella sua possibilità di manifestarsi.

Jacques Perret, docente di Storia romana alla Sorbona di Parigi, nel 1984, a fine carriera decise di usare la sua esperienza di storico per esaminare i racconti evangelici delle apparizioni di Gesù risorto. Le sue argomentazioni sono state ripresa da Vittorio Messori nel libro Dicono che è risorto: «Quando ci si rifiuta di credere alla risurrezione di Gesù – osservava il cattedratico francese – non è per motivi storici. La storia, per quanto ne è capace, non solo non contraddice, ma porta a giudicare come più probabile tra tutte le ipotesi che gli evangelisti riferiscano con sostanziale verità ciò che davvero è successo». Perret critica il metodo attraverso cui molte esegesi moderna tende a ridimensionare o a rifiutare la testimonianza degli evangelisti sulla resurrezione di Gesù. E cerca di rispondere ad alcune delle obiezioni mosse a quei racconti.

Ad esempio a quella secondo la quale, siccome la resurrezione, nel momento in cui è avvenuta, non ha avuto testimoni, essa non appartiene alle realtà sulle quali la storia possa dire qualcosa. È vero che nessuno degli evangelisti descrive il momento della resurrezione. È un fotogramma mancante nella sequenza della vita di Gesù, che invece viene narrato dagli apocrifi: ancora una volta si dimostra la grande differenza fra i quattro Vangeli canonici e gli altri testi che la Chiesa non ha riconosciuto. I primi sono scarni, sobri mai inclini al miracolismo e alle immagini mirabolanti; i secondi, invece, sono intrisi di spettacolarità e fantasia.

Ma l’assenza di testimonianze sul momento in cui si è verificata la resurrezione non è un ostacolo al riconoscerla realmente avvenuta: «Sono innumerevoli gli avvenimenti», scrive Perret «nei quali il grado di verosimiglianza non dipende affatto dalla presenza o dall’assenza di testimoni immediati… Supponiamo che uno degli ebrei che hanno assistito alla morte e ai funerali di Lazzaro, e pianto poi tre o quattro giorni presso la sua tomba sigillata, lo incontri più tardi, ben vivo, per la strada. Forse che costui non sarà forzato a credere che, nel frattempo, Lazzaro è stato riportato alla vita? Ignora, certo, il giorno e l’ora, le circostanze; magari non le conoscerà mai esattamente, ma non per questo sarà meno certo di quella risurrezione. Vi crederà come se vi avesse assistito egli stesso».

Lo stesso esempio vale in negativo: «Se si trova morto un amico con il quale conversavamo il giorno prima, non si rischia proprio niente a dedurne che c’è stato un momento in cui è passato dalla vita alla morte, anche se non si trovasse alcun testimone oculare per dirci quando e come quel trapasso è avvenuto».

«Quando lo storico riprende in mano il vangelo», osserva ancora il cattedratico francese «gli sembra che ciò che svanisce come fumo non sia quel vecchio testo, ma l’illusione di chi voleva farne un tessuto di simboli. Riscopre ogni volta che, malgrado tutto, il vangelo, storicamente regge bene: non è scritto affatto come un mito platonico. D’accordo, l’evento della Resurrezione non ha avuto testimoni, ma i discepoli hanno ben creduto di poterlo affermare a partire da altri eventi che cadevano direttamente sotto i loro sensi. Ce li hanno descritti esattamente, come hanno potuto, comunicandoci al contempo l’interpretazione che essi se ne erano data e che si fonda forse anche su altri fattori che non hanno saputo dirci. Interpretazione, in ogni caso, che non oltrepassa, da parte loro, i limiti della ricostruzione storica e che lo storico moderno, dunque, si guarderà dallo scartare a priori. In effetti, se Gesù si è fatto vedere e riconoscere, se la sua tomba è vuota, sarà davvero azzardato dire che è risuscitato, anche se la nostra esperienza non ci fornisce altri modelli per rappresentarci ciò che si è verificato e anche se si deve credere che occorrono altre luci, quelle della fede, per percepire la misura integrale del fatto che è avvenuto?».

Un’altra obiezione spesso rivolta alla credibilità delle testimonianze della resurrezione riguarda il coinvolgimento personale dei discepoli nella vicenda. Troppo coinvolti per essere dei testi attendibili, meglio spiegare tutto con la proiezione dei loro desideri che li ha portati a «vedere» ciò che in realtà non c’era. «Possibile che questi biblisti», scrive Perret «ignorino che sarebbe impossibile scrivere qualunque storia (anzi che non esisterebbe la storia stessa) se si dovessero ricusare tutti gli autori sospetti di essere coinvolti nei fatti narrati?... È il desiderio stesso di convincere che guida questi testimoni diretti e protagonisti, che li obbliga a costruire il loro racconto a partire da elementi autentici. Non esitiamo a utilizzare Tacito, pur sapendolo di parte. Anche Cesare è ben lungi dall’essere il cronista oggettivo delle sue imprese ed è per noi l’unico testimone di un gran numero di episodi della conquista delle Gallie. Tuttavia, nessuno dubita – né può dubitare – dell’autenticità sostanziale del suo racconto, proposto a dei lettori dei quali molti erano stati spettatori o attori degli avvenimenti».

Per lo storico della Sorbona, uno degli elementi da considerare è il fatto che quell’annuncio pasquale venne scritto poco tempo dopo i fatti, quando i testimoni erano ancora in vita. Non dimentichiamo, qui, l’accenno all’incontro di Gesù risorto con quei «cinquecento fratelli», molti dei quali sono ancora vivi quando Paolo scrive la prima lettera ai Corinzi. Scrive ancora Perret: «Quando si immaginava che i testi del Nuovo Testamento non avessero preso forma definitiva che nel corso del secondo secolo, nelle mani di qualche Marcione, è ben vero che in questo grande vuoto che li separava dalla morte di Gesù (e durante il quale, fatalmente, tutti i testimoni erano scomparsi) molte metamorfosi avrebbero potuto prodursi e molte favole nascere. Oggi, la frattura, che si voleva dilatare tanto, è stata ristretta a qualche anno e in certi settori a qualche mese o addirittura a giorni. Non è cent’anni più tardi che i cristiani hanno annunciato in pubblico la risurrezione di Gesù (e a quanto pare con l’essenziale dei dettagli che leggiamo nei nostri testi), ma è meno di due mesi dopo il Venerdì Santo!».

Certo, lo si è detto molte volte: gli evangelisti non erano storici e non intendevano scrivere un libro di storia. Ma siamo davvero sicuri di questo? Se il cristianesimo è l’annuncio di un fatto, di un evento, l’incarnazione, la morte e la resurrezione del Figlio di Dio, la «cronaca» della sua vita, di ciò che ha detto e che ha fatto, e soprattutto la dettagliata descrizione degli avvenimenti accaduti a Gerusalemme quella settimana di aprile dell’anno 30, costituiscono un elemento fondamentale, imprescindibile. Non si trattava di trasmettere una filosofia, un sistema di pensiero, delle massime utili per il buon vivere. Si trattava di raccontare vita, morte e miracoli (compreso il più grande miracolo, quella della resurrezione) di Gesù.

Osserva Jacques Perret: «Si ammetta pure, per ipotesi (peraltro, senza ben capire che cosa ciò possa significare), che gli autori del Nuovo Testamento non erano degli storici “nel senso moderno del termine” e che i primi cristiani non avevano l’esprit historique (sempre nel senso moderno). Ma coloro che ci tengono tanto a convincerci di ciò, sembrano non accorgersi che, di quei cristiani della comunità primitiva, ne fanno dei sotto-uomini, spogliandoli radicalmente di uno dei caratteri più universali della natura umana: l’attenzione agli avvenimenti e il desiderio di conservarne un ricordo più preciso possibile».

Non è per niente probabile, insomma, che le prime comunità fossero composte soprattutto da estatici o da sognatori, preoccupati unicamente dei loro stati d’animo, dei bisogni del loro gruppo e dimentichi di ciò che avevano visto. Le differenze tra un racconto e l’altro, secondo lo storico francese «mostrano soltanto la diversità dei fenomeni constatati o la diversità delle tradizioni: il caso è lo stesso di quello del cieco di cui non si sa se Gesù lo ha guarito uscendo (Mc, 10, 46) da Gerico o entrandovi (Lc, 18, 35). Da una simile divergenza, sarà forse lecito dedurre che questo cieco non è mai esistito o che Gerico è una città mitica?».

«Le manifestazioni di Gesù risorto, le sue apparizioni», scrive Perret, «non si sono affatto presentate dal Nuovo Testamento come un frutto della fede, ma come dei fatti, che si svolgono nello spazio di ciò che si vede e che si tocca. Quelle manifestazioni sono percettibili a un incredulo (Paolo), che in seguito ad esse si converte; e degli increduli (i compagni di Paolo), che restano tali, a dei discepoli che non mettono neppure in conto la possibilità che sia risuscitato (la Maddalena, gli Undici); o che, a dispetto della testimonianza dei loro compagni, si rifiutano di credere ma crederanno in seguito (Tommaso); o che continueranno a non credere».

«Una tale diversità di reazioni», conclude lo storico della Sorbona «mostra bene che, a giudizio degli autori neotestamentari, queste manifestazioni non sono l’effetto di disposizioni interiori particolari ma, come ogni fenomeno di questo mondo, si impongono dal di fuori. Nello stesso modo, annettere importanza, come fanno i narratori evangelici, al fatto che la tomba sia stata trovata vuota (e in un modo che ci è presentato come oggettivamente constatabile da chiunque) non avrebbe senso, se non si suppone una connessione tra la risurrezione di Gesù - in qualunque modo occorra intenderla - e la realtà di fatto che, percepibile da tutti, appartiene alla storia di questo mondo».

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