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La Rete che vorrei, al tempo della webcrazia

“La rete che vorrei”, a cura di Ruben Razzante, raccoglie i contributi di esperti della comunicazione digitale che si interrogano intorno «alla metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

«Nel 2019 l’Italia - fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo - occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire nuove opportunità digitali per innovare il Paese.

Lo sottolinea Cesare Avenia, presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (Franco Angeli, 2020, pp. 153), a cura del professor Ruben Razzante, firma nota ai lettori della Nuova Bussola. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori: è quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione ai cosiddetti discorsi d’odio, si sofferma il contributo del procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano, Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta “casa di vetro” realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore delle pubbliche relazioni e della comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure, il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di “esclusi digitali”», per dirla con Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) e la difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare “sceriffi del web”», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle piccole e medie imprese e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla Rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova “normalità digitale”» - secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia - dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.