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IL BUON USO DELLE PAROLE / 19

La poesia è musica

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Le arti non sono separate tra loro. La poesia è musica. La musica e la parola sono intimamente connesse. E per creare musicalità nel testo si possono usare anche le figure retoriche di suono.

Cultura 24_06_2024

Le arti non sono separate tra loro. La poesia è musica. La musica e la parola sono intimamente connesse. Sul finire del Duecento Casella non musicava forse i testi poetici di Dante come ci è dato capire dal canto II del Purgatorio? Quando Dante lo incontra, gli chiede se possa addolcire la sua stanchezza con un canto. Allora Casella inizia a cantare una poesia di Dante: Amor che ne la mente mi ragiona.

Per caso le poesie provenzali non venivano accompagnate con la musica, così come tanti componimenti successivi? La poesia ha una sua musicalità. Il verso ha un ritmo, degli accenti che rallentano o velocizzano, trasmettono impressioni o creano immagini. Ricordiamo i versi del Petrarca in cui il poeta descrive il vecchierello che parte con grande desiderio per andare a incontrare la Veronica a Roma («Movesi il vecchierel canuto et biancho») e la lentezza con cui incede dopo poco tempo per la stanchezza («Indi trahendo poi l’antiquo fiancho/ per l’extreme giornate di sua vita»). Nel sonetto del Petrarca Solo et pensoso i più deserti campi il ritmo della prima quartina sottolinea l’incedere lento e riflessivo del poeta, che misura le terre con il proprio passo, come se stesse confrontando la grandezza da misurare (i campi) con l’unità di misura (il proprio passo). La lentezza è accentuata anche dalla presenza del gerundio, dalle dittologie sinonimiche, che nel secondo elemento non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto espresso nel primo, ma riasseriscono lo stesso concetto.

In Chiare, fresche et dolci acque si può cogliere pienamente la maestria della scrittura petrarchesca attraverso la lettura ad alta voce dei versi: «Da’ be’ rami scendea,/ (dolce ne la memoria)/ una pioggia di fior sovra ‘l suo grembo;/ ed ella si sedea/ umile in tanta gloria,/ coverta già de l’amoroso nembo;/ qual fior cadea sul lembo,/ qual su le treccie bionde,/ ch’oro forbito e perle/ eran quel dì a vederle;/ qual si posava in terra e qual su l’onde,/ qual con un vago errore/ girando perea dir: “Qui regna Amore”». Il ritmo sottolinea il movimento elicoidale dei fiori che cadono dall’alto verso terra, in maniera lenta quasi assecondando il ritmo del testo.

Per creare musicalità nel testo si possono usare anche le figure retoriche di suono (che si avvalgono della fonetica) sia nella prosa che nella poesia. Allitterazione, onomatopea, assonanza, consonanza, paronomasia possono essere utilizzate sia nel parlato che nello scritto. Spesso ce ne avvaliamo senza essere coscienti del mezzo espressivo che stiamo utilizzando. Conviene allora conoscere meglio questi strumenti.

Da sempre l’allitterazione è stata la regina delle figure retoriche di suono nella letteratura. Consiste nella ripetizione di suoni (vocali e/o consonanti) all’inizio o all’interno di due o più parole consecutive. Quando Cecco Angiolieri inveisce contro il mondo intero con l’adynaton «S’i’ fossi fuoco arderei il mondo»  insiste sul suono –F-  della parola «fuoco» e sulla consonante –S- che richiama il sibilo dell’incendio. Dante sviene alla fine del canto V. Scrive: «E caddi come corpo morto, cade». Nel verso compaiono ben quattro –C- a sottolineare l’importanza del verbo «cadere» che compare in un efficace poliptoto («caddi», «cade»).

Nel componimento proemiale del Canzoniere a distanza di anni Petrarca, rivolgendosi a chi ha sperimentato l’amore e, quindi, ne conosce le sofferenze, spera di «trovar pietà, nonché perdono». I segni palesi all’esterno del suo amore per Laura hanno causato al poeta vergogna, perché molti sono venuti a conoscenza del suo stato d’animo e della sua inquietudine. Petrarca sottolinea la propria solitudine, l’inclinazione all’autoauscultazione e al solipsismo attraverso il suono, nel gioco allitterante della –M- e con l’efficacissimo poliptoto («di me», «meco», «mi»). Il verso recita così: «di me medesmo meco mi vergogno»).

L’allitterazione facilita la memorizzazione. Per questo è molto utilizzata nelle filastrocche e nelle pubblicità. Negli anni Ottanta molto nota era la pubblicità della merendina Fiesta che recitava: «Fiesta ti tenta tre volte tanto». La ripetizione della –T- rende più facilmente memorizzabile la frase.

L’onomatopèa è una parola o un gruppo di parole o la ripetizione di un gruppo fonetico che evoca il suono o il rumore prodotto da un oggetto o il verso di un animale. Nel suo significato etimologico il termine significa «creare un nome». Esistono anche parole onomatopeiche. Le onomatopee sono la figura retorica fondamentale dei fumetti. Come si può ricreare nelle vignette il suono di uno scontro, di un combattimento senza l’uso delle onomatopee evidenziate a caratteri cubitali?

Sono particolarmente centrali anche nelle poesie, soprattutto in quelle decadenti (improntate ad un particolare gusto musicale) o in quelle futuriste. Pensiamo a L’assiuolo, poesia di Pascoli nella quale in una dimensione misteriosa e notturna un verso pronunciato da quell’uccello diventa presagio di morte. Il poeta si avvale dell’anafora «sentivo» per ribadire l’ossessivo e reiterato verso, mentre l’onomatopea «fru fru» riproduce il verso, ripreso dal gioco allitterante e onomatopeico «fratte», il luogo da cui proviene quel suono. L’espressione chiù, anch’essa onomatopeica, diventa sinonimo dell’assiuolo. Ecco i versi:

sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

L’assonanza consiste nel terminare due o più versi con parole che contengano le stesse vocali a cominciare da quella accentata, mentre le consonanti sono diverse. È, quindi, una sorta di rima imperfetta. In Lavandare Pascoli scrive

ll vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!

La consonanza colloca a fine verso parole che abbiano le stesse consonanti (e vocali diverse) a partire dall’ultima vocale tonica. In Meriggiare pallido e assorto Montale scrive:

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Infine, la paronomasia (chiamata anche bisticcio) accosta due parole di suono simile o uguale, ma di significato differente, come nel I canto dell’Inferno quando Dante si trova davanti la lonza e vorrebbe ritornare indietro. Scrive:

[la lonza] non mi si partia dinanzi al volto
anzi 'mpediva tanto il mio cammino
ch'i' fui per ritornar più volte volto.