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La paura della Russia genera il mostro turco

Pur di strappare il consenso all'ingresso nella NATO, Svezia e Finlandia - con i paesi dell'Alleanza - concedono alla Turchia mano libera contro i curdi e l’estradizione da Svezia e Finlandia anche dei dissidenti politici interni, oltre che la fine dell'embargo di armi. Per combattere l'imperialismo russo si alimenta quello turco. 

Il presidente turco Erdogan

Al termine del vertice NATO di Madrid, il 29 giugno, una giornalista chiede al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi: «L’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato vale la consegna dei curdi che hanno aiutato a combattere l’Isis al dittatore Erdogan, come lei stesso l’ha chiamato?». Al che Draghi ha fatto un cenno di saluto e se ne è andato, salvo tornare indietro dopo pochi passi e dire: «Attenzione, siccome è un punto molto importante quello che lei ha toccato, è bene che la domanda la facciate alla Svezia e alla Finlandia». Eh no, caro Draghi, la domanda va fatta anche a lei e tutti gli altri che hanno fatto pressioni su Svezia e Finlandia per concedere alla Turchia la contropartita richiesta per far cadere il veto sulle due nuove candidate all’ingresso nella NATO.

Come si ricorderà infatti, la Turchia aveva posto il veto all’ingresso dei due paesi scandinavi nell’Alleanza Atlantica, perché in questi due paesi trovano rifugio migliaia di curdi scappati dalla Turchia, inclusi membri del Pkk, il Partito dei lavoratori curdo definito da Ankara una organizzazione terroristica. Erdogan, dunque, per ritirare il veto chiedeva che cessasse il sostegno politico e finanziario alle organizzazioni curde, che si concedesse l’estradizione di quanti sono accusati di terrorismo, che si ponesse fine all’embargo di armi verso la Turchia deciso nel 2019 per l’intervento militare in Siria.

Nel memorandum firmato il 28 sera alla presenza del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, Svezia e Finlandia hanno ceduto su tutta la linea pur di essere ammesse nella NATO, anche se ora ci sarà da vedere l’applicazione pratica dell’accordo. La Turchia ha comunque già preparata la lista dei terroristi che vuole estradati, e da notare che non ci sono soltanto separatisti curdi, ma anche aderenti al movimento Gulen, accusato del tentato golpe (o presunto tale) del 2016. Bisogna anche ricordare che i curdi rappresentano il 15-20% della popolazione turca e sono sistematicamente perseguitati; non solo, i movimenti armati curdi sono stati importanti nella lotta all’Isis in Siria, al contrario della Turchia che invece con i fondamentalisti dello Stato islamico ha flirtato piuttosto apertamente.

Dunque il memorandum firmato a Madrid, per la soddisfazione di tutti i paesi membri della NATO, dà mano libera a Erdogan per reprimere i curdi e l’opposizione interna. E sappiamo con quale mano “leggera” Erdogan combatta i suoi nemici. Il che se non altro svela l’ipocrisia di alcuni argomenti con cui si cerca di convogliare il consenso dell’opinione pubblica sulla necessità di sostenere la guerra a Putin.

Proprio alla vigilia del vertice di Madrid, infatti, sia il premier britannico Boris Johnson sia il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi hanno ribadito che in Ucraina si combatte per difendere le democrazie dalla dittatura. Ora, giustissimo condannare l’invasione russa dell’Ucraina, legittimo opporsi al disegno neo-imperiale di Putin, ma l’argomento “democrazie contro dittatura” è inconsistente e ipocrita. Non solo perché è già discutibile definire dittatura il sistema di governo russo, ma se poi per contrastare il “dittatore” Putin si rafforza il “dittatore” Erdogan è chiaro che c’è qualcosa che non va. E ricordiamo che a definire “dittatore” Erdogan era stato proprio Draghi lo scorso anno dopo il clamoroso sgarbo diplomatico del presidente turco contro la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, fatta sedere su un divano defilato durante l’incontro tra Erdogan e i rappresentanti dell’Unione Europea (a questo episodio faceva riferimento la giornalista a Madrid).

Dunque, il motivo della guerra e il coinvolgimento sempre più diretto della NATO non ha a che fare con la battaglia ideale “democrazie contro dittature” ma con ben diversi interessi geopolitici. L’interesse a mettere sempre più in difficoltà Putin – e allargare la cintura di sicurezza intorno alla Russia - è tale che i paesi dell’Unione Europea, a cominciare da Svezia e Finlandia, sono disposti a tradire i valori su cui dicono di fondarsi, e in questo modo tradire anche le migliaia di perseguitati politici che pensavano di aver trovato rifugio nei paesi scandinavi. Oltre che abbandonare al proprio destino proprio quei gruppi curdi che più hanno contribuito nella guerra all’Isis.

Ma c’è un altro elemento preoccupante: le debolezze dell’Unione Europea e le priorità della NATO stanno rendendo sempre più forte la Turchia di Erdogan. La UE lo paga profumatamente per controllare i flussi migratori (che ovviamente Erdogan usa per ricattarci); gli si è permesso e poi perdonato il sostegno all’Isis in Siria e Iraq, gli si è concesso il controllo sulla Libia. E ora anche la repressione dei curdi e degli oppositori interni. Si deve poi aggiungere che la Turchia occupa dal 1974 il 40% del territorio dell’isola di Cipro, senza che questo sia mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Curiosamente, per dire quanto la storia tenda a ripetersi, i turchi non chiamarono mai quella un’invasione ma una “operazione di pace”.

Oltre ad essere inquietante l’escalation sul fronte ucraino-russo, deve dunque preoccupare anche questo crescente potere turco e la politica di corto respiro dei paesi occidentali. Non è una novità: per combattere il nemico che si ritiene la minaccia presente non ci si fa scrupolo di armare e rafforzare politicamente gruppi e paesi poco raccomandabili con conseguenze amare sul medio-lungo periodo. Per non andare troppo lontano nel tempo basti pensare a come per contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan, gli Stati Uniti abbiano armato e sostenuto diversi gruppi di mujaheddin fino alla creazione e al sostegno dei talebani. Come è andata a finire – terrorismo internazionale, invasione e disfatta in Afghanistan – ce lo abbiamo ancora sotto gli occhi. Così, combattere l’imperialismo russo alimentando quello turco apre a nuove sgradite sorprese.

 

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