• LA VITA DI GESÙ NELL’ARTE/20

La parabola dei talenti, un monito contro l’accidia

Nella parabola dei talenti il terzo servo dimostra di non volersi impegnare, rimanendo nella propria mediocrità. Essa mette dunque in guardia dal vizio dell’accidia. Di contro, c’è l’eroismo cristiano ben rappresentato dai santi. La parabola dei talenti ha ispirato molti artisti, tra cui de La Tour.
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«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”»  (Matteo 25:14-30).

La parola talento inizialmente indicava la bilancia (dal greco antico τάλαντον, tálanton). Successivamente, una moneta di valore. In senso figurato, passò a indicare una predisposizione naturale. E la parabola dei talenti ha definitivamente sdoganato questo significato.

Un solo talento poteva sembrare poco rispetto alle somme affidate agli altri servi. In realtà non era poco. Un talento equivaleva a circa seimila denari, ovvero il salario di altrettante giornate lavorative, quindi era una grossa somma. Il terzo servo dimostra che non vuole impegnarsi, per paura e per mancanza di intraprendenza. Perciò restituisce al suo padrone il denaro come lo aveva ricevuto. Non rischia; non fa proprio niente. Quindi non pecca nemmeno, secondo lui. Ma - e qui si manifesta l’incomprensione di molti - agli occhi del Signore appare come un fannullone e addirittura un malvagio, come riportato nel Vangelo. L’uomo, preferendo solo conservare quello che aveva, ha scelto la strada più facile e più breve: quella dell’accontentarsi, che lo ha rinchiuso nella propria mediocrità.

Possiamo perciò affermare che la parabola dei talenti mostra un vizio capitale: l'accidia. Agendo nel silenzio dell’animo, l’accidia si rende complice di tutti gli altri vizi, collabora con loro e crea uno stato di insoddisfazione, una sorta di vuoto che intrappola l’uomo, il quale poi troverà ogni giustificazione per non fare qualcosa. Spesso questo stato porta alla depressione. Attraverso questa parabola il Vangelo riserva parole terribili per i vili, per coloro che non si espongono, che non rischiano, che non si assumono responsabilità. Potrebbe sembrare una forma di legittima difesa, per così dire. Ma così non è.

Se guardiamo la questione da un’altra angolazione, constatiamo che esiste anche il cattolicesimo eroico (nello stesso sacramento della Cresima, si parla di soldati di Cristo). Scorrendo il calendario sembra che il mestiere delle armi sia una via privilegiata per la santità, a partire da san Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti, per continuare con san Sebastiano, ufficiale dei pretoriani, guardia scelta di Diocleziano; san Giorgio cavaliere, santa Giovanna d’Arco guerriera, lo stesso san Francesco proveniva dalla vita cavalleresca. San Bernardo di Chiaravalle scrisse “L’elogio della nuova cavalleria”, dedicato all’Ordine dei Templari, la congregazione dei monaci guerrieri nata con lo scopo di proteggere i pellegrini diretti al Santo Sepolcro. C’è anche santa Caterina da Siena, che esortò il Papa ad Avignone ad essere un uomo virile e non timoroso. E poi sant’Ignazio di Loyola, uomo d’armi, che istituì la Compagnia di Gesù seguendo un modello militare.

Una lettura consigliabile per capire di più questo aspetto è Il combattimento spirituale, uno dei classici della spiritualità cattolica, il cui autore è Lorenzo Scupoli (1530 circa - 1610), religioso e scrittore, appartenente all’ordine dei Chierici Regolari Teatini. Discepolo di sant’Andrea Avellino, che apparteneva al suo stesso ordine, Scupoli fu vittima, nel 1585, di un’accusa ingiusta: fu accusato di violazione della regola, per cui fu arrestato per un anno e sospeso a divinis. Per la sua assoluzione dovette attendere quasi la morte; intanto, sopportò l'ingiusta accusa e la pena conseguente con umiltà e umanità.

Il combattimento spirituale è un trattato di strategia spirituale; come altre opere è vicino alla spiritualità ignaziana, conduce l’anima a una perfezione tutta interiore. L'opera indica cinque mezzi per raggiungere la perfezione spirituale: sfiducia in sé; pienissima confidenza in Dio; combattimento e uso metodico delle facoltà per correggere i propri difetti (quindi per trionfare sul demonio e per conquistare le virtù); preghiera e meditazione; comunione.

Perciò, l’accidia può essere combattuta con l’eroismo, un tratto di carattere che ogni buon cattolico deve esercitarsi a sviluppare; la parabola dei talenti può servire da fonte di ispirazione. E d’ispirazione è stata anche per tanti artisti che l’hanno raffigurata nelle loro opere. Una in particolare merita la nostra riflessione. Si tratta di un dipinto realizzato da Georges de La Tour nel 1635 circa: Il pagamento delle quote, uno splendido olio su tela di 99×152 cm, che appartiene al   Museo Nazionale di Leopoli, in Ucraina.

La città di Leopoli (Lviv) è la capitale culturale dell’Ucraina. Ha più di 60 musei e un centinaio di festival, centinaia di chiese e luoghi di culto di tutte le confessioni e un aeroporto che dista soli sei chilometri dal centro città. Fu fondata nel 1256 dal principe Daniele di Galizia, che le diede il nome di suo figlio Lev. Adagiata, al pari di Roma, su sette colli, sul più alto dei quali svetta l’Alto Castello (a più di 400 metri sul livello del mare), il cuore di Lviv-Leopoli è la Piazza Rynox, l’antica Piazza del Mercato, centro della vita politica, pubblica, culturale e commerciale da oltre 500 anni.

Prima della guerra, la città contava 717 mila abitanti, ma ne ha ricevuti 200 mila in più nelle prime tre settimane di conflitto, e secondo alcune stime supera già la simbolica cifra del milione. Aspettando il ritorno della pace, che tarda a venire, e la ripresa di una vita normale che ci permetta di viaggiare in questo Paese martoriato e visitare questa bella città e i suoi musei, accontentiamoci di guardare il quadro di de La Tour e riflettere sulla parabola dei talenti.

Che abbiamo un talento o cinque non importa, quel che importa è saperlo riconoscere e portarlo a compimento, a maturazione e moltiplicazione. Domandiamoci a quale talento non stiamo dando la possibilità di mostrarsi; perché? A quale invece non permettiamo di moltiplicarsi? Perché? Vale la pena di rispondere a queste domande, per evitare l’accidia e compiacere il Signore.

 

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