La novità cristiana: il lavoro è per l’uomo e non viceversa
Un groviglio di equivoci ha trasformato l'attività lavorativa da benedizione in maledizione. Il nodo è l'eccesso di aspettative e la via d'uscita è restituire al lavoro i suoi fini e non altri. Dall'incontro dei Venerdì della Bussola con Roberto Marchesini.
«Vivere per lavorare o lavorare per vivere?» è il sottotitolo dell’ultimo libro di Roberto Marchesini intitolato Benedetto, maledetto lavoro (Sugarco, Milano 2026), al centro della trasmissione dei Venerdì della Bussola del 24 aprile.
Riflessioni innescate anche dall’esperienza diretta di psicoterapeuta, constatando la diffusione di sofferenze legate proprio al lavoro. Qualcosa è cambiato tra il boomer che concepiva il proprio valore quasi esclusivamente sul piano lavorativo (“è un lavoratore”, si diceva, e tanto bastava a farne un segno di status sociale e valoriale...) e il contemporaneo che “fugge” dal posto di lavoro anche senza averne trovato un altro (è il fenomeno della great resignation). Entrambi in fondo pensano che il lavoro debba realizzare, il primo lo fa a scapito di altri aspetti, il secondo scappando perché non ci riesce. Ed entrambi sbagliano.
È accaduto così che il mondo del lavoro è diventato un inferno proprio perché sovraccaricato di aspettative che gli sono estranee e riportandoci, paradossalmente, all’ottica pre-cristiana che identificava il lavoro con una vita da schiavi.
Qual è allora la “novità” cristiana? La si può sintetizzare con una frase di san Giovanni Paolo II: «Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro». E per quanto possa sembrare prosaico, ma non lo è, serve innanzitutto per mangiare («chi non vuol lavorare neppure mangi», 2Ts 3,10). Citando san Paolo, san Benedetto e l’immancabile san Tommaso d’Aquino (che essendosi occupato di tutto può offrire una risposta anche ai problemi lavorativi del XXI secolo), Marchesini spiega che i fini propri del lavoro, per citarne solo due, sono sostentarsi e combattere l’ozio. Ma li abbiamo dimenticati, attribuendo al lavoro altri scopi (appunto, realizzazione, divertimento, ecc.) e chi non riesce a raggiungerli finisce per scoppiare.
Sfatiamo ancora un paio di miti. Anche se va di moda dirlo per alcune professioni, il lavoro non è “la” vocazione, né il modo di mettere a frutto i propri talenti... o almeno non l’unico modo. Un groviglio di equivoci su vocazione, talenti, fini, relazioni sul lavoro e fuori, ecc. che si paga sulla propria pelle. Come se ne può uscire? Riscoprendo il ruolo del lavoro nella Dottrina sociale della Chiesa e restituendogli i suoi fini. I suoi, non altri. Soltanto così il lavoro non sarà più maledizione ma benedizione.
Ecco il video integrale di venerdì 24 aprile con Roberto Marchesini:
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