• COMUNISMO CINESE

La memoria di Tienanmen rimossa anche a Hong Kong

I regimi comunisti hanno sempre cancellato il loro passato. La Cina non fa eccezione: ha cercato di cancellare dalla memoria collettiva la strage di Tienanmen. Solo a Hong Kong si poteva commemorare. Ma mercoledì è stata rimossa la statua in onore alle vittime, dopo aver cancellato la veglia annuale e arrestato gli organizzatori.

"Il pilastro della vergogna"

I regimi comunisti hanno sempre cancellato il loro passato, cercando di far dimenticare i crimini che hanno commesso. Non rientrano nella loro narrazione della storia, costituirebbero un’anomalia nella loro visione del progresso. La realtà storica sui crimini e i misfatti del regime sovietico è stata svelata ai popoli sovietici solo dal 1989 e ha contribuito a far crollare l’impero del Cremlino definitivamente. Ma proprio in quel 1989, mentre l’Europa orientale incominciava a liberarsi, una ribellione pacifica contro il regime comunista cinese veniva repressa nel sangue, dall’esercito, in Piazza Tienanmen, nel centro di Pechino. E da quel giorno, il 4 giugno 1989, è stato cancellato dalla memoria di tutti i cinesi. Non lo si trova neppure navigando su Internet, se si è in Cina. La città di Hong Kong era l’unico lembo di territorio cinese in cui se ne poteva parlare liberamente. Ma da quest’anno non è più possibile, come dimostrano una serie di eventi giudiziari e simbolici, come, ieri, la rimozione della statua dedicata alle vittime della repressione, nell’Università di Hong Kong.

La decisione di rimuovere la statua era stata presa dalle autorità dell’ateneo in ottobre ed è stata eseguita nottetempo mercoledì, lontano da occhi indiscreti, all’indomani delle elezioni. Ufficialmente si tratta di una scelta autonoma dell’università, fatta per motivi igienici e di sicurezza. Si legge, infatti, nelle motivazioni: “La decisione sulla vecchia statua è basata su un consiglio legale esterno e su una valutazione dei rischi, nel miglior interesse dell’università”. Inoltre “L’università è anche molto preoccupata per il potenziale rischio posto da una statua fragile”. Tuttavia, nessuno, a Hong Kong e all’estero, crede che si sia trattato di un atto amministrativo adottato per motivi di sicurezza. Jens Galschiot, scultore danese autore della statua, ha pronunciato parole molto dure e dolenti nella sua intervista alla BBC: «Questa statua era dedicata alla memoria delle persone morte a Pechino nel 1989. Nel momento in cui la si distrugge e come entrare in un cimitero e distruggere le lapidi di tutte le tombe».

La statua in rame era chiamata “Il pilastro della vergogna”, una colonna costituita con i corpi scolpiti delle vittime di Tienanmen. Ritratto lugubre della strage, era ormai uno dei pochi segni visibili della memoria. L’associazione che si era costituita per ricordare la strage, attraverso la veglia annuale del 4 giugno, la “Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China”, era stata sciolta a settembre, su pressione delle autorità di Hong Kong, dopo che era stata introdotta la nuova legge (imposta da Pechino) sulla sicurezza nazionale. La vicepresidente Chow Hang-tung e la giornalista Gwyneth Ho sono state condannate rispettivamente a dodici e a sei mesi di carcere per aver partecipato all’ultima veglia, non autorizzata.

Sempre a causa dell’ultima veglia annuale di Tienanmen, è stato condannato a ulteriori 13 mesi di carcere anche l’imprenditore ed editore cattolico Jimmy Lai. Aggiunge l’ultima delle tante condanne, per il suo instancabile attivismo, sia di finanziatore dei movimenti democratici che di editore del quotidiano d’opposizione Apple Daily. Anch’esso chiuso dopo l’introduzione della nuova legge securitaria cinese.

Le condanne sono fioccate proprio alla vigilia di un voto importante. Perché, domenica 19 si sono svolte in sordina le elezioni di Hong Kong, le prime dopo l’introduzione della riforma elettorale imposta da Pechino. Su 90 seggi contesi del Consiglio Legislativo locale, solo 20 erano elettivi, gli altri erano nominati da Pechino, o direttamente, o tramite le corporazioni delle professioni di Hong Kong. Per i 20 seggi elettivi, erano candidabili solo persone “patriottiche”, dunque anch’esse approvate dal regime comunista cinese. Risultato scontato: 89 su 90 sono filo-Pechino, uno solo è indipendente, il centrista Tik Chi-yuen. A queste elezioni farsa, la popolazione ha risposto con un astensionismo massiccio. Il 70% degli hongkonghesi non si è recato alle urne, nonostante i mezzi pubblici fossero stati resi gratuiti e da Pechino fossero partiti gli sms, indirizzati a tutti i cittadini, con l’invito a recarsi alle urne.

In questo crescendo, appare evidente che la rimozione del “pilastro della vergogna” non sia solo una scelta architettonica.

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