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L'EDITORIALE

La manovra: quasi nulla per far crescere l'Italia

Positiva la volontà di accelerare le misure, ma sul fronte provvedimenti non si affronta il vero nodo: la crescita che non c'è. E dall'opposizione arrivano proposte inutili o irricevibili.

Editoriali 16_08_2011

La manovra di Ferragosto ha un aspetto positivo di fondo riconosciuto anche dagli altri paesi europei: ha dimostrato la volontà italiana di affrontare con decisione il problema del spesa pubblica anticipando al 2013 l’obiettivo qualificante del pareggio di bilancio. Ma nel merito dei provvedimenti, oltre che nel modo con cui sono stati adottati, le perplessità sono numerose.


Iniziamo dal metodo. In un momento di particolare emergenza come l’attuale sarebbe stata molto utile, come peraltro sottolineato dal presidente della Repubblica, una forte convergenza a livello politico e sociale. Invece non vi è stato nessuna ricerca di dialogo da parte della maggioranza verso l’opposizione e negli incontri tra Governo e parti sociali non è stato presentato e discusso nel merito nessun provvedimento.


Sul fronte provvedimenti poi i punti di debolezza sono molteplici. La manovra infatti promette tagli e nuove tasse, ma non contiene praticamente nulla per affrontare il problema principale dell’attuale realtà italiana, quello della crescita che non c’è.


Se si riuscisse a riavviare il meccanismo virtuoso dello sviluppo infatti anche gli altri problemi, con quello del debito pubblico in prima fila, troverebbero almeno un avvio di soluzione. E l’Italia non cresce per un insieme di ragioni che rendono l’industria italiana meno competitiva sul fronte internazionale e le imprese italiane maggiormente penalizzate rispetto a quelle degli altri paesi. Vi è una diminuzione della produttività del lavoro, a causa dei ritardi nei processi di innovazione. Vi è un forte carico fiscale e previdenziale che rende relativamente più alto il costo del lavoro e nello stesso tempo più bassi salari e stipendi per operai e impiegati. Vi sono vincoli amministrativi e oneri impropri che limitano le possibilità di nuovi investimenti.


Ma ci sono anche limiti strutturali alla crescita italiana: con in prima fila il calo demografico solo parzialmente compensato dall’immigrazione. I dati sono eloquenti: secondo l’ultimo bilancio demografico diffuso a metà maggio dall’Istat: “ Al 31 dicembre 2010 risiedevano in Italia 60.626.442 persone, con un incremento di 286.114 unità (+0,5%) dovuto esclusivamente alle migrazioni dall’estero. Il movimento naturale della popolazione è negativo. In particolare, sono nati quasi 7 mila bambini in meno rispetto all’anno precedente (si tratta di una riduzione pari a quella già registrata nel corso del 2009).”


C’è una parola che sta alla base di una società in crescita: è la parola fiducia, un ingrediente fondamentale sia a livello sociale, sia a livello economico.


E allora torniamo alla manovra. Che cosa è stato fatto per dare fiducia, per premiare il merito, per sollecitare la voglia di lavorare e di fare impresa? Poco, troppo poco come hanno ribadito nelle loro prime dichiarazioni il presidente del Consiglio e i ministri: “l’importante è costituito dai saldi”.  Certo, i saldi. Che  non sono le offerte speciali dei grandi magazzini, ma i risultati contabili dei tagli alle spese e delle nuove tasse. Nel merito, purtroppo, le nuove tasse penalizzano proprio la classe dirigente e i tagli rendono sempre più incerto e difficile il cammino di quel federalismo fiscale che avrebbe dovuto premiare l’efficienza e la capacità delle Regioni e dei Comuni virtuosi. Per non parlare di quel pasticcio dell’abolizione delle piccole province (per non aver avuto il coraggio di abolirle tutte) che causerà un’infinità di proteste locali e porterà a paradossi amministrativi come quelli del Molise, della Basilicata e dell'Umbria in cui la Regione avrà una sola provincia.


Bisogna comunque sottolineare che dall’opposizione non sono arrivate proposte particolarmente risolutive. La lotta all’evasione fiscale, per esempio, è certamente un richiamo doveroso e importante: ma l’impegno contro l’evasione dovrebbe essere una pratica costante di un buon governo e non una risposta ad una situazione di emergenza. E’ stato poi proposto di tassare di nuovo i proventi dello scudo fiscale del 2009 che permise, con la garanzia dell’anonimato, il rientro di circa 80 miliardi. Premesso che l’imposta prevista allora (il 5%) era scandalosamente bassa, non si può comunque non rilevare che una eventuale nuova tassazione violerebbe due principi basilari della civiltà giuridica: quello secondo cui le imposte non possono essere retroattive e, soprattutto, quello secondo cui i contratti vanno rispettati: pacta sunt servanda è infatti un principio fondamentale di ogni ordinamento.


Ora la manovra inizia il suo iter parlamentare: vi è da augurarsi che il rapporto tra maggioranza e opposizione possa essere finalmente costruttivo. Per ridare fiducia ad un paese che ha grandi risorse umane, un grande risparmio che si può mobilitare, una grande patrimonio che si può mettere a frutto. Ma la politica deve dimostrarsi all’altezza. Magari iniziando immediatamente l’iter costituzionale per modificare gli articolo 56 e 57 della Costituzione, quelli che stabiliscono in 630 il numero dei deputati e in 315 quello dei senatori. Basterebbe una legge di due righe per dimezzare questi numeri, una legge che se ottenesse i due terzi dei voti del Parlamento potrebbe completare il suo iter con doppia approvazione entro tre mesi e non sarebbe soggetta a referendum. Sarebbe un buon esempio. Un esempio di buona volontà e di capacità della politica di chiedere innanzitutto a se stessa i sacrifici per rendere più moderno, e ricco di fiducia, questo paese.