• SCENARI

La Libia sprofonda sempre più nel caos

La visita a Roma del presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jallil, rivela tutte
le fragilità di una situazione irrisolta. Roma scongela i soldid ell'ex regime.

Mustafa Abdel Jallil

 

La Libia sprofonda nel caos ma i suoi governanti fingono di guidare un vero Stato e trattano affari con la comunità internazionale. Un bluff che sembra riuscire almeno con l’Italia, sempre più debole nella sua politica estera, come dimostra l’esito della visita a Roma del presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdel Jallil. Una visita anticipata, in puro stile bizantino, dalle dichiarazioni del vice ministro degli Esteri libico, Mohamed Abdelaziz, che aveva espresso “alcune riserve su punti inclusi nell'accordo che devono essere nuovamente di­scussi tra i due Paesi”. Solo dettagli o “questioni formali” come ha spiegato la Farmesina? Pare di no a giudicare dal bottino incassato da Jallil a Roma ricevuto al Quirinale e dal premier Mario Monti, a sua volta atteso a Tripoli a metà gennaio.

L’Italia scongelerà 600 milioni di euro posseduti dal regime di Gheddafi, si è impegnata con altri milioni in assistenza umanitaria, energetica e per la sicurezza, addestrando le guardie che dovranno presidiare i pozzi petroliferi, finanziando lo sminamento e ventilando un impegno militare in ambito internazionale che dal nuovo anno dovrà forse disarmare le milizie. Una missione non di poco conto, alla quale ha accennato anche il ministro della Difesa, Giampaolo di Paola, ma ancora tutta da chiarire tenuto conto che in Libia si valuta siano presenti 125 mila miliziani appartenenti a una settantina di eserciti tribali. In cambio Jallil si è impegnato a riattivare il Trattato di Amicizia che prevede il blocco ai traffici di immigrati clandestini verso l’Italia e ingenti affari bilaterali a favore delle aziende italiane (Eni e Finmeccanica in testa), una quarantina delle quali hanno già ripreso le attività in Libia.

Roma manterrà l’impegno a versare 4 miliardi di dollari a Tripoli in 25 anni come “riparazioni belliche” ma Jallil ha affermato che per quanto riguarda le aziende italiane che vantano crediti nei confronti di Tripoli “sicuramente” verranno utilizzati i fondi libici scongelati in Italia “purché i crediti siano reali e legittimi”. Frase sibillina che conferma quanto il ruolo che l‘Italia ricoprirà nella nuova Libia sembri ancora confuso. L’impressione è che Jallil punti a recuperare il denaro congelato in Italia senza prendere troppi impegni per il futuro e infatti non ha definito nessuna pianificazione a lungo termine. Sempre ieri, con una coincidenza che non sembra casuale, è giunto a Tripoli il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che ha incontrato il premier del governo di transizione Abdel Rahim al-Kib, noto come uomo vicino alle compagnie petrolifere Total e British Petroleum.

Parlare di business potrebbe però risultare premature in un Paese allo sbando, ormai feudalizzato con milizie tribali che scorrazzano liberamente ovunque e si affrontano spesso con le armi come è successo il 12 dicembre ad al-Shaqiqa, 180 chilometri a sud di Tripoli, dove si sono dati battaglia combattenti della tribù al-Mashashia, accusati di essere ancora fedeli al regime di Gheddafi e le milizie di Zintan. Queste ultime il 10 dicembre hanno occupato l’aeroporto Mitiga non lontano dalla capitale, e tengono ancora prigioniero il figlio di Gheddafi Saif al Islam, catturato ormai da un mese ma mai consegnato alle autorità governative. Scontri tra milizie diverse si segnalano in gran parte del Paese (confermando uno scenario già anticipato il mese scorso da La Bussola Quotidiana) mentre il sud desertico è una “terra di nessuno” attraversata da traffici di ogni tipo.

Nel week-end scorso il comandante dell’esercito libico (entità in realtà inesistente), il generale Khalifa Heftar, considerato vicino agli Stati Uniti, è scampato a un paio di imboscate ma Jalil, pur dicendosi “preoccupato” per i continui scontri, conta di risolvere il problema col “coinvolgimento dei combattenti nei vari settori della società”. Cioè offrendo loro un lavoro che al momento non c’è e che in ogni caso da solo non basterebbe a trasformare milizie fedeli alla tribù di appartenenza in provetti servitori di uno Stato fantasma. Alle incertezze sul fronte della sicurezza si unisce il disagio economico e sociale.  Il 13 dicembre migliaia di persone hanno per la prima volta contestato a Bengasi (la culla della rivolta contro Gheddafi) il nuovo regime al grido di “abbasso il nuovo regime” e accusando il Cnt di corruzione, di non essere in grado di tenere la situazione controllo e lamentando la carenza di lavoro e le paghe basse. Per contenere il malcontento in Cirenaica il Cnt ha promesso di trasferire a Bengasi i ministeri economici per farne la “capitale economica” del Paese ma il problema reale al momento non è il federalismo ma il  controllo del territorio che sfugge al governo.

Sfidando il ridicolo Jallil ha affermato che per smilitarizzare il Paese bisogna dare ai giovani "la possibilità di studiare all'estero, sostenere chi vuole avviare un'impresa privata, includere i combattenti nell'esercito nazionale o nelle forze di sicurezza, con retribuzioni appropriate. Solo allora si potrà' controllare la sicurezza e la legge avrà il sopravvento”. Obiettivi che richiedono anni mentre la Libia ha bisogno di stabilità ora. Per questo sembra tornare in auge l’ipotesi di una missione internazionale di stabilizzazione, forse guidata nominalmente dal Qatar ma composta da militari arabi e Occidentali, inclusi gli italiani. "Se i libici e il governo chiederanno l'assistenza dell'Italia e delle sue forze di sicurezza, credo che sia utile e opportuno fornirla" ha affermato il ministro Di Paola ma un intervento in Libia, nelle attuali condizioni, comporta il forte rischio di trovarci coinvolti in un’altra Somalia.

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