• IL DIBATTITO

La legittima difesa non può essere il pretesto per la guerra

Il rischio di una terza guerra mondiale cui sta conducendo il coinvolgimento di paesi impegnati nel conflitto armato Russia-Ucraina, impone ad ogni cristiano una riflessione sulla posizione della Chiesa in relazione al tema della guerra, ed in particolare sull’uso delle armi per legittima difesa.

Il rischio di una terza guerra mondiale cui sta conducendo il coinvolgimento di paesi impegnati nel conflitto armato Russia-Ucraina, impone ad ogni cristiano una riflessione sulla posizione della Chiesa in relazione al tema della guerra, ed in particolare sull’uso delle armi per legittima difesa.

Se il richiamo al quinto comandamento «Non ucciderai» (Es. 20,13; Mt 5,21) e il rispetto della vita umana perché «sacra» rendono scontata - almeno al tempo attuale -  la contrarietà del Magistero della Chiesa Cattolica alla guerra come strumento di aggressione e all’uso delle armi come mezzo di risoluzione delle controversie fra i popoli e le nazioni, più articolata è la posizione della Chiesa in relazione all’uso delle armi per legittima difesa.

Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che l’amore verso se stessi possa giustificare il ricorso all’uso della forza come mezzo per garantire il rispetto della propria vita fino al punto di cagionare la morte all’aggressore, purché la reazione sia necessaria e proporzionata all’aggressione ricevuta (can. 2264) e stabilisce che «la legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri» (can. 2265). La difesa del bene comune «esige» una reazione contro l’ingiusta aggressione, tanto che è consentito a coloro che detengono un’autorità legittima «il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità» (can. 2265).

La dottrina della Chiesa giustifica la legittima difesa con l’uso della forza militare, purché ricorrano contemporaneamente le seguenti quattro condizioni: «1 che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; 2 che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; 3 che ci siano fondate condizioni di successo; 4 che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (can. 2309).

Critica la posizione del Magistero sull’accumulo delle armi come mezzo di dissuasione dalla guerra per gli avversari e strumento in grado di garantire la pace: «La corsa agli armamenti non assicura la pace. Lungi dall'eliminare le cause di guerra, rischia di aggravarle… L'armarsi ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi» (can. 2315).

Se questo è l’insegnamento attuale del Magistero della Chiesa cattolica, nella storia della Chiesa ritroviamo una posizione più variegata sulla guerra e sull’uso delle armi. Nella Chiesa primitiva, pur mancando un insegnamento “ufficiale” sul tema, e nonostante la presenza di numerosi cristiani addetti al servizio militare, i cristiani più colti e di più profonda esperienza religiosa vedevano un’incompatibilità tra l’insegnamento cristiano e l’uso delle armi. Il teologo Origene (185-254 d.C.) afferma che «Noi non brandiamo la spada contro nessun popolo, né impariamo a fare la guerra, perché siamo divenuti figli della pace per mezzo di Gesù Cristo, che seguiamo come nostro condottiero» (Contra Celsum, V).

Con la concessione ai cristiani della libertà di culto a seguito dell’Editto di Costantino (313 d.C.) muta l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’istituzione militare, anche per effetto della necessità di difendere l’Impero romano (cristianizzato) dalle minacce che provenivano dai barbari. Il Concilio di Arles (314 d.C.) minacciò di scomunica tutti i soldati che volessero abbandonare l’esercito imperiale. Sant’Agostino è il primo a teorizzare il concetto di “guerra giusta” («Si sogliono definire giuste le guerre che vendicano delle ingiustizie» De Civitate Dei, IV), distinguendola dalla “guerra ingiusta” («fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria»). San Tommaso riprende la teoria della “guerra giusta” di Sant’Agostino, elaborando tre condizioni per considerarla tale: sia dichiarata dalla legittima autorità, vi sia una giusta causa (per riparare un danno o rimediare ad una violenza), sia fatta con retta intenzione, ossia per promuovere il bene e evitare il male (Summa theologiae II-II q. 40).

La dottrina della “guerra giusta” venne poi approfondita dalla teologia morale dei secoli XVI e XVII nel contesto delle scoperte (e delle conquiste) di nuovi mondi, dello sviluppo degli Stati nazionali e del dominio assolutista. I teologi del tempo (Vitoria, Suárez, Molina) parlano anch’essi di “guerra giusta” poiché è lecito respingere la violenza con la violenza, difendere quanto si possiede, ed è cosa buona vendicare o riparare le offese subite.

Nel secolo XX il Magistero della Chiesa e il pensiero teologico in tema di guerra muta profondamente, considerando le enormi calamità che derivano dall’uso di armi di distruzioni di massa e in particolare delle armi nucleari. Si è cominciato a riflettere sul fatto che la dottrina della “guerra giusta” abbia potuto costituire la base ideologica per giustificare ogni tipo di guerra: nel corso della storia, anche Stati che si dichiaravano cristiani o difensori della fede si sono impegnati in ogni genere di guerre, non solo di legittima difesa, ma anche di tipo offensivo (laddove vi fosse stata una “giusta causa” per muovere guerra: promozione della fede cattolica, l'apporto di un generico beneficio all'umanità, il libero commercio ecc.), trovando nei principi della “guerra giusta” l’elaborazione concettuale per esimere da ogni condanna morale le azioni di guerra intraprese dai sovrani.

Col Concilio Ecumenico Vaticano II si rifiutò anche solo di parlare di "guerra giusta" nei suoi documenti ufficiali, adottando piuttosto le riflessioni sulla legittima difesa in campo internazionale come unico ambito in cui affrontare il tema della tutela dei diritti dei popoli e del bene dell'umanità: «fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa» (Gaudium et spes, n. 79).

Il concetto di legittima difesa non può non tener conto del progresso scientifico conseguito nel campo delle armi e delle devastanti conseguenze che deriverebbero dal loro uso: «Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa…» (Gaudium et spes, n. 80).

L’intenzione della Chiesa non è quella di giustificare la guerra, ma di allontanare il pericolo di conflitti armati e di preparare il tempo e le condizioni per interdire assolutamente la guerra: “È chiaro pertanto che dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel tempo nel quale, mediante l’accordo delle nazioni, si possa interdire qualsiasi guerra” (Gaudium et spes, n. 82).

Dunque, la posizione attuale della Chiesa cattolica è verso il superamento totale della legittimità della guerra offensiva (c.d. “guerra giusta”) e sulla imposizione di limiti molto stringenti - extrema ratio - all’uso della forza militare per legittima difesa (guerra difensiva) sul presupposto delle catastrofiche conseguenze che deriverebbero dall’uso di armi ad elevata capacità distruttiva. L’evoluzione del pensiero teologico è quello del ripudio della guerra e della corsa agli armamenti come mezzo efficace per promuovere la pace.

La storia insegna che le elaborazioni teoriche sono spesso il risultato di un tentativo di piegare, anche in seno alla Chiesa, i dogmi cristiani alle contingenze politiche e sociali del tempo. Il rischio è però che non solo la guerra offensiva, ma anche la guerra condotta per legittima difesa possa costituire lo spazio entro il quale la guerra - ogni guerra -  può trovare giustificazione. Qui non si vuole rinnegare il diritto naturale ad una legittima difesa personale (caratterizzata dall’imprevedibilità e dalla occasionalità, e non necessariamente dall’uso delle armi) quando questa possa essere necessaria (e proporzionata) per preservare la propria vita e dei propri cari. Né rinnegare il diritto degli Stati ad avere una difesa militare per respingere aggressioni ingiuste o per ristabilire l’ordine pubblico e la difesa dei più deboli. Tuttavia la legittima difesa armata degli Stati deve essere extrema ratio di risoluzione dei conflitti fra popoli e nazioni, sia perché la teoria della legittima difesa può essere strumentalizzata dai pubblici poteri per farvi rientrare operazioni militari portatrici di interessi politici ed economici che nulla hanno a che fare con la difesa o la tutela dei popoli, sia perché l’uso delle armi, qualunque sia la causa, porta inevitabilmente l’umanità ad allontanarsi dagli insegnamenti evangelici. Come si può rispettare il comandamento biblico “non uccidere” o i consigli evangelici “amare il prossimo” o “amare i propri nemici” con le armi in pugno? Per non perdere la “bussola” è dunque necessario un ritorno all’autenticità del messaggio evangelico. Paolo VI nel suo discorso all’ONU (4 ottobre 1965) coraggiosamente disse «Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno».

Dona Ora