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La guerra fa vittime nella politica italiana

Malessere e tensioni nella maggioranza, linea ondivaga e confusa nell'opposizione. E il capo dello Stato si allarga.

camera bagarre

La guerra in Libia e il gravissimo problema dei profughi ed immigrati che invadono l’Italia passando per l’approdo di Lampedusa sta segnando anche il panorama politico italiano. Non si tratta di una guerra, certo, ma un malessere trasversale e qualche inizio di tensione stanno emergendo tra gruppi politici e partiti. La guerra divide, lo si sa. Divide anche il bellicoso fronte di chi attacca e riesce a dividere anche le forze politiche italiane all’interno stesso delle rispettive compagini.

Quando sono partiti i bombardamenti francesi uno dei primi a mostrare ben più che perplessità è stato Umberto Bossi. Lo stesso che ora reclama le maniere forti contro gli immigrati tunisini. Due prese di posizione contrarie alla linea del governo di cui fa parte la Lega. Bossi non ha puntato i piedi, mostrando ancora una volta di essere il principale sostenitore di questo governo, ma certamente ha indotto Berlusconi ad accelerare la richiesta che le operazioni fossero guidate dalla Nato e più di recente ha provocato una accelerazione (tardiva) delle operazioni di sgombero di Lampedusa dalla popolazione tunisina, giunta a superare quella autoctona. La linea della Lega, pur se responsabile nei confronti del governo e della maggioranza, introduce comunque un elemento di scollamento. I militanti leghisti non vogliono sentire parlare di ospitare gli immigrati tunisini, nonostante il ministro (leghista) Maroni abbia stabilito una loro distribuzione omogenea sul territorio delle varie regioni in proporzione alla popolazione. Con ogni probabilità, se l’emergenza dovesse (come sembra oltre ogni dubbio) durare a lungo e se Berlusconi non riuscisse né ad indicare la strada per una strategia di uscita, né a frenare gli arrivi, né a disciplinare l’accoglienza degli arrivati gli attriti tra Lega e maggioranza di governo potrebbero aumentare.

Le dimissioni del Sottosegretario Mantovano possono essere lette come un fatto di coerenza personale con degli impegni presi, ma anche come un malessere politico che serpeggia dentro il centrodestra. Alfredo Mantovano si è dimesso perché le assicurazioni da lui date agli abitanti di Manduria circa un calmiere sugli arrivi dei clandestini al centro di ospitalità di quella cittadina sono state disattese dal ministero degliInterni. Mantovano è un uomo del sud e in questo momento l’accoglienza degli immigrati la sta facendo soprattutto il sud. A parte quelli che scappano per località europee che erano il vero obiettivo della loro traversata del Mediterraneo, nessuno degli ospiti tunisini è stato indirizzato verso le regioni settentrionali. Mantovano ha voluto denunciare sia una incoerenza rispetto alle promesse fatte, sia una politica “nordista” del governo, sia una divergenza politica sul modo di gestire le conseguenze della guerra. Le sue dimissioni, tra l’altro, contrastano non poco con la presenza del presidente Berlusconi a Lampedusa, ove egli aveva promesso lo sgombero dell’isola entro 40-60 ore, senza chiarire nel concreto dove sarebbero stati portati i clandestini: a Manduria?

Nell’area di centro e di sinistra le posizioni sono varie e contrapposte, nonostante l’opposizione di maniera al governo e soprattutto al Presidente del Consiglio mostri superficialmente una posizione omogenea. L’Udc di Casini e l’Api hanno di fatto sposato la tesi dell’intervento umanitario, approvandolo quanto fatto in nome delle Nazioni Unite. Hanno sì criticato la Francia di arroganza e il governo italiano di essere andato troppo oltre nei rapporti amichevoli con Gheddafi, ma hanno comunque approvato i bombardamenti a difesa delle popolazioni civili e dei ribelli.

Il segretario del Pd Bersani ha fatto dichiarazioni soprattutto contro il Presidente del Consiglio italiano ma non ha espresso una linea chiara di tutto il partito, probabilmente perché sa che all’interno ci sono varie anime. Quella dei cattolici democratici che sono apparsi condiscendenti all’intervento voluto dall’Onu, quella del tradizionale pacifismo di sinistra, contraddetto però dal 96enne Pietro Ingrao per il quale l’intervento è stata cosa giusta, quella di Vendola che propone di scegliere una terza via tra bombardamenti e dittatura di Gheddafi. Il segretario Bersani ha criticato Berlusconi quando è scattata l’operazione, poi l’ha criticato quando ha cercato di contrastare la leadership della Francia, per concludere che ai tavoli internazionali il capo del governo non è bene accolto in quanto “indagato per prostituzione minorile”. Insomma, tutto tranne che una linea chiara.

Tra i tanti contrasti e frizioni politiche generate dalla guerra in Libia e dall’emergenza clandestini, va inoltre segnalato un altro aspetto politico di un certo interesse. Il Presidente Napolitano dagli Stati Uniti d’America ove si trovava in viaggio ufficiale, ha detto che la situazione a Lampedusa era “inaccettabile”. In precedenza aveva dichiarato più volte che la scelta dell’Italia di partecipare alle operazioni militari sotto egida Onu era corretta e giusta. Non è chiaro perché la Presidenza della Repubblica debba pronunciarsi su simili questioni politiche. Forse perché la tentazione dei media è forte per tutti. O forse perché, nella situazione di attuale confusione, il Presidente della Repubblica è tentato di andare oltre la sola dimensione morale del prestigio di cui gode.