• IMMIGRAZIONE

La Grecia resiste all'arma di migrazione di massa

Erdogan ricatta l'Europa aprendo le porte ai profughi. In realtà fra i profughi vi sono emigranti mediorientali e di varie nazioni asiatiche che nulla hanno a che vedere con la guerra di Siria. L'Ue appoggia la Grecia, che non cede a questa arma di migrazione di massa. Bruxelles ha dunque cambiato linea anche sui respingimenti

Confine greco, un tentativo di sfondamento

Sarebbero 135.844 i migranti che secondo la Turchia si sono diretti fino a stamani dalle zone interne del Paese verso il confine con la Grecia per cercare di entrare nella Ue dal confine greco.

Ankara ha annunciato nei giorni scorsi che non intende più fermarli, come ha ribadito il ministro dell'Interno turco Suleyman Soylu, ma è evidente che il governo di Recep TayyIp Erdogan, che minaccia di mandare in Europa 4 milioni di persone, non si limita a questo ma aiuti i migranti illegali a raggiungere la frontiera a Edirne. Atene ha confermato finora 24mila tentativi illegali di attraversamento fermati dalle sue forze di polizia, ma alle spalle degli agenti sono state schierate anche ingenti forze militari, ufficialmente per esercitazioni. A differenza delle ondate umane che Erdogan mandò in Europa lungo la rotta balcanica nel 2015, questa volta la Grecia non è intenzionata a cedere un solo metro lungo il confine e attua respingimenti dei gommoni in mare, di fronte alle isole di Lesbo e di Chios. L’Unione europea per ora plaude alla determinazione di Atene nel difendere i confini europei e tramite l’agenzia delle frontiere Frontex mette a punto piani di sostegno alle forze greche.

Un approccio certo condivisibile ma che stride con le dure critiche rivolte alla politica dei porti chiusi attuata l’anno scorso dal governo italiano e dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Italia non ha peraltro mai attuato respingimenti, ma ha incassato nel 2019 dure reprimende dalla Ue, dalla Germania e dalla Francia che oggi sembrano aver cambiato idea al punto da sostenere il muro eretto dalle forze di sicurezza greche e i respingimenti in mare. "Le dichiarazioni del commissario europeo Johannson sulla situazione alla frontiera tra Grecia e Turchia, circa la difesa dei confini esterni dell'Unione, rappresentano un cambio di paradigma nell'atteggiamento dell'Ue nei confronti dell'immigrazione clandestina. Certificano la bontà delle azioni compiute da Matteo Salvini nella veste di ministro dell'Interno a difesa dell'Italia e dell'Europa intera. Non vogliamo lasciare sola la Grecia in questo momento come invece è stata lasciata sola l'Italia” ha detto il capogruppo Lega in commissione Difesa della Camera, Roberto Paolo Ferrari annunciando di aver chiesto che il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, venga a riferire circa l'orientamento del governo. Probabile che a far cambiare idea all’Unione e a indurre il presidente della Commissione Ursula von der Leyen a lodare Atene abbia influito la valutazione che le maree umane che premono sul confine greco non si fermerebbero nei paesi del Sud del continente ma punterebbero direttamente sulla Germania, come nel 2015.

Erdogan torna ad usare l’arma dei migranti per colpire la Ue "colpevole" di non aiutare Ankara nella guerra in Siria. Il conflitto contro Bashar Assad, voluto e guidato dalla Turchia per conto dell’Occidente e delle monarchie del Golfo, volge al termine e con l’aiuto dei russi il governo di Damasco sta riconquistando l’ultima provincia, quella di Idlib, in mano alle milizie jihadiste sostenute da Ankara. Erdogan non ci sta a pagare il prezzo della sconfitta, in termini di costi finanziari e di profughi, mentre i suoi alleati si sono defilati: gli Stati Uniti si sono quasi del tutto ritirati dalla Siria, l’Europa non intende impegnarsi in contesti bellici e i paesi arabi hanno ormai quasi tutti riallacciato rapporti con il governo siriano. Del resto la presenza militare turca in Siria non è autorizzata da risoluzioni dell’Onu ed è a tutti gli effetti un'invasione tesa peraltro a sostenere milizie jihadiste, incluse quelle di al-Qaeda. Cioè gli stessi miliziani che in Europa chiamiamo foreign fighters e terroristi.

L’impiego di masse umane (quelle che Kelly Greenhill chiamò nel suo libro del 2010 “armi di migrazione di massa”) da parte della Turchia non è una novità, anzi è una costante dell’aggressività di Erdogan, che rinnova il ricatto finanziario nei confronti della Ue che in 5 anni ha sborsato alla Turchia 6 miliardi di euro in cambio dell’impegno a tenere chiuse le frontiere. Con una valutazione strategica non casuale, Ankara riapre il fronte migratorio nel momento di maggiore fragilità della Ue, sul piano politico e sociale a causa del dilagare del Coronavirus. Difficile dire se la Ue terrà duro di fronte alle pressioni dell’ampio fronte “immigrazionista” che vorrebbe accogliere i migranti sospinti verso Ovest dai poliziotti turchi anche se per ora la Commissione sembra ferma nel respingere il ricatto turco e nel sostenere la Grecia. Un cedimento sul fiume Evros sancirebbe la fine dell’Europa, manifestamente incapace difendere gli interessi dei suoi popoli. 

Lo stereotipo dei “poveri migranti” del resto non regge più: dietro al consueto “scudo” di donne e bambini, migliaia di giovani lanciano pietre e molotov contro i poliziotti greci che difendono il diritto di Atene di impedire l’accesso illegale al suo territorio. Tra i 4 milioni di migranti, che dalla Turchia premono sul confine greco e bulgaro, vi sono pachistani, afghani, iracheni e appartenenti a molte altre nazionalità asiatiche che nulla hanno a che fare con la guerra in Siria. L’uso politico e paramilitare di queste masse umane da parte di Ankara è confermato anche dal fatto che la pressione è concentrata solo sul confine greco, non su quello bulgaro. Al di là della storica e sempre più accesa rivalità tra i due Stati membri della Nato, la ragione è evidente: la scorsa settimana solo il veto della Grecia ha impedito che l’Alleanza Atlantica approvasse una risoluzione di solidarietà e pieno sostegno ai turchi per i militari uccisi in Siria. Ridicolo poi ritenere che i siriani siano arrivati a piedi al confine greco da quello turco-siriano, distante 1.500 chilometri. Meglio invece ricordare che da oltre due anni dopo ogni battaglia vinta dalle truppe di Bashar Assad i ribelli che accettavano di cessare il fuoco venivano condotti con le loro famiglie nella “sacca di Idlib”. Per questo tra i siriani che fuggono da quella provincia è molto probabile vi sia un gran numero di jihadisti con relativi famigliari: veterani di diversi movimenti islamisti che Erdogan non intende ospitare in Turchia per ovvie ragioni di sicurezza e che vorrebbe mandare in Europa a continuare il jihad.

Oggi più che mai è necessario esprimere un forte segnale di sostegno alla Grecia, al suo governo e al suo popolo: segnali non solo politici o di sostegno finanziario ma anche concreti, con l’offerta di reparti e mezzi terrestri e navali di polizia per aiutare Atene a difendere i confini d’Europa dal fiume Evros alle isole dell’Egeo. Ungheria, Croazia, Serbia e Slovenia hanno già annunciato misure drastiche per impedire l’accesso al proprio territorio a nuove maree di clandestini che dovessero “sfondare” le difese sul confine greco-turco. Se si ripetesse l’esodo del 2015 molte nazioni d’Europa erigerebbero muri ancora più alti lungo i propri confini, annientando definitivamente ogni ipotesi di iniziative comuni: sarebbe il colpo di grazia al progetto europeo e il più grande successo per Erdogan e i movimenti islamisti.

L’unica alternativa ai muri lungo le frontiere interne europee è riposta quindi nel difendere tutti insieme, al fianco dei greci, il muro lungo il confine esterno oggi più esposto, quello con la Turchia di Erdogan.