• UE E CONCORRENZA

La fuga di Embraco mette a nudo il sistema Italia

Il caso di Embraco, l’azienda che ha licenziato 500 persone in Italia per trasferirsi in Slovacchia, è frutto di scarsa armonizzazione delle norme europee sulla concorrenza. E su questo sta lavorando il ministro Calenda in sede Ue. Ma è anche sintomo grave di mancanza di competitività in Italia: costi alti e burocrazia soffocante.

Embraco/Whirlpool, la protesta dei lavoratori

Il caso di Embraco, l’azienda brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento di compressori per frigoriferi in provincia di Torino, a Riva di Chieri, e di trasferire la produzione in Slovacchia, è indicativa di due fenomeni, potenzialmente devastanti e da tenere sotto controllo: la scarsa competitività del sistema Italia dal punto di vista dei costi (esosi) del lavoro e della burocrazia; l’incapacità dell’Unione Europea di assicurare il varo e l’applicazione di regole equilibrate e condivise sul versante della concorrenza. Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda nei giorni scorsi ha interrotto le trattative con l’azienda per salvare i posti di lavoro, accusandola di “totale irresponsabilità” e ha incontrato Margrethe Vestager, la Commissaria europea alla concorrenza, per capire se la decisione di Embraco rispetti le norme europee. Il Ministro ha giudicato positivamente l’incontro dicendo che  "la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c'è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte dell'Ue". Le motivazioni che spingono l’azienda verso la delocalizzazione sono legate a costi di produzione che in Slovacchia sarebbero molto inferiori.

La confederazione dei sindacati europei ha fatto “tutti i passi possibili per bloccare l’operazione”, anche se è improbabile che si riesca a trovare una soluzione europea che eviti il trasferimento in Slovacchia della multinazionale. Per questo il governo è al lavoro con l’Ue per tentare di limitare il fenomeno delle delocalizzazioni all’interno dell’Unione - frutto del dumping salariale e fiscale - perché non ci sono per ora strumenti per contrastarlo. Il piano di Whirlpool depositato presso la Sec, l’autorità di Borsa Usa, dopo il via libera da parte del management all’inizio dell’anno, prevede una spesa di 80 milioni di dollari per chiudere lo stabilimento entro la fine del 2018. Saranno 50 i milioni destinati all’accompagnamento dei dipendenti, 25 relativi alle svalutazioni dell’impianto e 5 catalogati sotto la voce “altre spese”.  

Lo stabilimento di Riva di Chieri è stato costruito negli anni Settanta da una divisione della Fiat che produceva frigoriferi venduta nel 1985 a Whirpool, che investì molto e incrementò fortemente la produzione. Alla fine degli anni Novanta lo stabilimento impiegava circa 2.500 persone. Nel 2000, quando Whirpool lo cedette alla sua controllata Embraco, iniziarono le difficoltà. Nel 2004, Embraco aprì uno stabilimento in Slovacchia e ridusse il lavoro a Riva di Chieri. Con un intervento congiunto della Regione Piemonte, del governo e della Provincia di Torino, furono ridotti gli esuberi annunciati. Nel 2014 Embraco cercò nuovamente di lasciare l’Italia. La Regione firmò allora un protocollo di intesa di due milioni di euro ed Embraco si impegnò a fare nuovi investimenti. Nel frattempo i dipendenti sono costantemente diminuiti. Lo scorso novembre, la società ha annunciato una riduzione della produzione nello stabilimento e a gennaio è arrivata la decisione di Embraco di spostare la produzione in Slovacchia assieme alle lettere di licenziamento collettivo ricevute dagli operai.

Ma è assai probabile che l’esempio di Embraco verrà seguito da altre aziende, a causa di un costo del lavoro di gran lunga più alto di quello che c’è nei Paesi dell’Est. Senza dimenticare che la burocrazia schiaccia le imprese italiane, con costi che arrivano a 33 miliardi l'anno. L'eccesso di adempimenti riduce in media il profitto lordo delle imprese del 39%, come ha denunciato di recente Rete Imprese.

A parte i ritardi nei pagamenti alle imprese da parte delle pubbliche amministrazioni, rimane sul tappeto la questione della necessità di semplificare le procedure, che spesso rimangono farraginose. Tra gli adempimenti più gravosi quelli fiscali, la gestione delle paghe, i rapporti con gli uffici degli enti locali. Il mercato corre, ma la Pubblica Amministrazione spesso si trasforma in una zavorra che disarma financo le volontà più tenaci e frena la competitività delle aziende che operano in Italia.  E poi l’eccesso di burocrazia favorisce l’evasione fiscale e il mercato nero.

Il Ministro dello Sviluppo Economico nei giorni scorsi ha esposto alla Vestager il progetto italiano di un fondo “anti-delocalizzazioni”, che in realtà è un fondo “post-delocalizzazioni”, perché servirebbe a favorire la reindustrializzazione dei siti già colpiti dai processi di delocalizzazione, non a evitare la fuga delle multinazionali. Trattenerle con la forza non si può e nemmeno appare sensato che un governo si faccia ricattare dalle imprese che minacciano di andare all’estero e cercano in questo modo di ottenere aiuti di Stato in contrasto con il buon senso e con parti di normativa europea.  

Ma la sfida che la politica dovrà affrontare nei prossimi anni è quella della prevenzione, non della cura. Può essere utile, come immagina Calenda, assicurare incentivi alle aziende intenzionate a subentrare in un’attività in Italia, al fine di garantire continuità produttiva. Tuttavia, per invertire la rotta e far diventare l’Italia un mercato appetibile e non una prigione da cui fuggire, è necessario agire sulle criticità: costo del lavoro esorbitante, corporativismi opprimenti, burocrazia paralizzante. I partiti su questo in campagna elettorale dicono molto poco. C’è da sperare che qualcosa cambi nella prossima legislatura perché altrimenti l’Italia rischia di perdere definitivamente il treno della competitività e di vedere progressivamente impoverirsi il suo già agonizzante sistema industriale.