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RACHEL DOLEZAL

La donna bianca che si faceva credere africana

Rachel Dolezal, statunitense bianca, ha deciso di essere nera, perché si sente nera. Come per il gender "è solo una questione soggettiva". Ma gli afro-americani si sono offesi. Rachel continua a sentirsi nera e si è data un inverosimile nome africano. Che rivela tutta la sua ignoranza in materia.

Educazione 07_03_2017
Rachel Dolezal

Se il gender è una condizione mentale, una questione di identità, perchè non possono esserlo anche la razza, il colore della pelle? Rachel Dolezal è nata nel 1977 nel Montana, Stati Uniti, da due genitori bianchi. Ma dice di essere nera, di sentirsi nera, di identificarsi come nera. Lo dice da anni, ha dichiarato di essere nera su diversi documenti ufficiali. Da “afro-americana” ha diretto l’Associazione nazionale per la promozione della gente di colore di Spokane, la città in cui abita, è stata difensore civico per la polizia, ha insegnato presso la Eastern Washington University... finchè nel 2015 si è scoperto che aveva mentito. Immediatamente ha dovuto rassegnare le dimissioni da presidente dell’associazione, è stata licenziata dall’università, l’incarico di difensore civico le è stato revocato e il giornale locale per cui scriveva ha sospeso la sua rubrica. 

Accusata dagli afroamericani di averli presi in giro nel peggiore dei modi, durante una trasmissione televisiva Rachel ha replicato: “essere bianchi non è una razza, è una condizione mentale”. La conduttrice del programma, l’attrice afroamericana Loni Love, ha perso le staffe: “No – le ha gridato – io sono nera, non posso diventare te, non posso scambiarmi con te. Questa è la differenza”.  

Rachel Dolezal controbatte che oggigiorno nessuno si sogna di accusare una persona di mentire se si presenta come una donna anche se alla nascita è stata registrata come maschio. Ormai la teoria del gender, dell’identità sessuale non binaria è ampiamente accettata. Quel che vale per l’identità di genere deve valere anche per la razza: “è la stessa cosa – dice – sono stata registrata alla nascita come bianca, ma in realtà io mi sento nera. Non ho scelto di sentirmi nera, semplicemente lo sono”.  

Su questo il popolo LGBT si è diviso. Per alcuni Rachel ha torto, non è la stessa cosa. Altri invece sono d’accordo. Un gruppo transgender ha ordinato delle T-shirts con su scritto “TransRachel” e gliene ha fatta avere una. Lo scorso  anno Rogers Brubaker, docente di sociologia presso l’Università della California, ha teorizzato un parallelo tra identità di genere e identità di razza in un libro intitolato Trans: gender and race in an age of unsettled identities (Trans: genere e razza in un’epoca di identità incerte). Secondo il professor Brubaker ha ragione Rachel. Anche un tribunale dello stato di Washington le ha dato almeno in parte ragione se è vero, come hanno scritto i mass media nei giorni scorsi, che a ottobre le ha concesso di cambiare nome. Adesso infatti Rachel è diventata Nkechi Amare Diallo. 

Nkechi è un nome Igbo, un’etnia della Nigeria meridionale, Diallo è un nome Fulani, un’etnia dell’Africa occidentale, Amare è un nome, tra l’altro maschile, Amhara, un’etnia dell’Etiopia.  

In Africa i nomi per tradizione non si scelgono. Ogni lignaggio, ogni clan, ogni etnia ha i suoi nomi – si chiamano “nomi di famiglia” – che si tramandano di generazione in generazione, per maschi e per femmine. Ad esempio, tra i Mijikenda della costa swahili del Kenya in ogni lignaggio si alternano due generazioni e due corrispondenti serie di nomi, assegnati ai figli secondo sequenze immutabili in base all’ordine di nascita: in pratica, il primo nato di una coppia porta il nome del primogenito della generazione di suo nonno e il primo dei suoi nipoti si chiamerà come lui. La tradizione dei nomi di famiglia si sta perdendo. Nel caso dei Mijikenda, a un certo punto si è stabilito che i nomi dei capifamiglia diventassero i cognomi delle loro rispettive famiglie. Ma continuano a indicare lignaggio e tribù di appartenenza. 

In Africa inoltre non si scegliono neanche lignaggio e tribù. Si appartiene a un lignaggio, quello della propria famiglia, e non lo si può cambiare nel corso della vita: è una appartenenza irrevocabile. Perciò un africano non porta nomi di etnie diverse dalla propria e tanto meno i nomi di due o più etnie: in altre parole, un vero nero, quindi di origine africana, non si può chiamare Nkechi Amare Diallo perchè non può essere allo stesso tempo, o in periodi diversi della sua vita, Igbo, Fulani e Amhara.  

Probabilmente Rachel Dolezal non lo sa e ha scelto il suo nome “africano” per il suo significato. Nkechi in Igbo vuol dire “dono di Dio onnipotente” oppure “accetto ogni bambino che Dio mi da”. Amare vuol dire “bello”. Diallo è il nome di un giovane immigrato dall’Africa occidentale ucciso dalla polizia a New York in circostanze poco chiare. Forse Rachel neanche sa che Igbo e Fulani sono in guerra da quando esistono le due etnie. I Fulani sono pastori transumanti, di fede islamica. Gli Igbo coltivano la terra, sono stanziali e per lo più cristiani. I Fulani attaccano gli Igbo a scopo di razzia: rubano mandrie, raccolti e beni e, prima di andarsene con il bottino, incendiano i villaggi, ne uccidono gli abitanti. Gli Igbo subiscono, ma, appena possono, si vendicano. Oppure Rachel sa del conflitto e, proprio per questo, ha voluto “unire” simbolicamente le due etnie. 

Sta di fatto che il suo nuovo nome basta da solo a capire che lei è una bianca, con un inverosimile nome africano a provare, se ce ne fosse bisogno, che non una madre africana l’ha partorita e non un padre africano le ha imposto il nome. La sua percezione di sè, la sua condizione mentale non cambiano la realtà. Che valga anche per il gender?