• SCUOLA SENZA VITA

La didattica online rischia di rovinare una generazione

Il ministro Lucia Azzolina ha parlato della necessità di attivare la scuola a distanza per far fronte ai periodi di quarantena. Eppure fino a pochi mesi fa l'Oms, ministri ed esperti della Salute, professori, psichiatri e numerosi studi mettevano in guardia dall'abuso della tecnologia descrivendo i possibili effetti su bambini e adolescenti. Ora, in nome dell'epidemia, tutto (anche una generazione) diventa sacrificabile.

Come recita il testo governativo sulle misure scolastiche anti-Covid al rilevamento di eventuali contagi seguirà la decisione sulla quarantena della classe (anche dell’intera scuola) e l’attivazione della didattica a distanza. Perciò, oltre alle norme discutibili, soprattutto quando incidono sulla crescita e l’apprendimento dei bambini più piccoli, sulle misure da tenere in classe (distanza, mascherine, impossibilità di abbracciarsi, di stare vicini, di condividere il materiale scolastico, di sedersi nello stesso banco etc.), la “nuova scuola” si dispone ad accogliere come normale l’insegnamento online, privo di contatti con i compagni e le maestre. Tutto senza porsi domande sugli effetti che può avere per l'apprendimento e l'educazione degli studenti.

Chiunque può comprendere, usando un po’ di buon senso, che lasciare giovani, ma soprattutto bimbi di appena 6/7 anni davanti ad uno schermo è quantomeno alienante. Ma oltre al buon senso ci sono una sfilza di psichiatri, educatori, psicologi, pediatri...che hanno lanciato l’allarme. A parlarne è il quotidiano francese La Croix che riporta le parole di Serge Tisseron, psichiatra: “E' molto difficile conoscere gli effetti dell’uso degli schermi nel medio e lungo periodo...quello che sappiamo però è che prima dei tre anni l’uso dello schermo non giova per nulla al bambino”. Soprattutto i più piccoli, ha sottolineato Tisseron, hanno “particolarmente bisogno delle relazioni per sviluppare le proprie capacità linguistiche, motorie...e per imparare a concentrarsi”. Perciò “dal punto di vista etico”, non si dovrebbero usare bimbi e ragazzi come cavie: ad esempio, “non si può pretendere che duecento bambini siano educati senza schermi, altri duecento tramite lo schermo o il tablet”.

D’accordo con lui l’ex ministro della Salute francese, Agnès Buzyn, che nel 2018 sposò la campagna “Niente schermi prima dei tre anni”. Viene poi citato uno studio dell'agenzia sanitaria Public Health France (SpF) che dimostra il legame statistico fra l’uso di computer, tablet e smartphone e lo sviluppo di problemi del linguaggio, smentendo “la maggior parte dei genitori che dice che un quarto d'ora o venti minuti di schermi non sarà dannoso”. Si rilevava infatti che i bambini dai 3 ai 6 anni e mezzo che la mattina usavano questi dispositivi avevano una probabilità di 3 volte superiore di presentare tali disturbi.

“L'esposizione agli schermi nei bambini piccoli è un problema di salute pubblica", denunciava il bollettino epidemiologico francese appena prima della pandemia (14 gennaio 2019) a cui è seguito un lockdown che ha visto milioni di bambini anche di prima e seconda elementare davanti ad uno schermo fin dalle prime ore della mattina.

Persino la sempre “prudente Accademia delle Scienze - si legge sempre su La Croix - aveva lanciato un appello per vigilare”, raccomandando nel 2019 di “non mettere a disposizione dei bambini quando sono soli schermi di ogni tipo, soprattutto quelli che i bambini possono usare da soli”. La stessa Oms, che ha praticamente dettato le regole durante l’epidemia di Covid-19, stabilisce che “un’ora al giorno davanti ad uno schermo dovrebbe essere il massimo per un bambino”. Sylvie Royant Parola, presidente del Morphée Network, che cura i disturbi del sonno, ha poi ricordato quanto i dispositivi, bloccando “la secrezione della melatonina”, privano i bambini del giusto riposo, “riducendo la loro capacità di concentrazione e di memorizzazione" negli anni in cui queste capacità si devono sviluppare per avere adulti con buone capacità accademiche.

Non solo, il quotidiano francese cita una ricerca canadese del 2018 che dimostra quanto sia problematico l’uso degli schermi in bambini anche più grandi: la ricerca "su 4.520 bambini, di età compresa tra gli 8 e gli 11 anni ha dimostrato che l'uso di schermi per più di due ore al giorno ha provocato un impoverimento cognitivo”. Si ricorda poi un altro studio, ancor più accurato, di Sheri Madigan, che dimostra un abbassamento del quoziente intellettivo di 0,7 punti in media per un'ora di esposizione giornaliera dei bambini. Mentre l’Observatoire de la vue Ipsos pour les opticiens krys, che si occupa della vista dei francesi, nel 2019 ha dichiarato che a causa dell’esposizione agli schermi il 32% dei bambini dai 3 ai 10 anni presentava problemi agli occhi.

La questione si aggrava poi se si pensa a quanto sia deleteria la pulsione e il desiderio continuamente soddisfatto (a domanda segue risposta immediata) che produce la dopamina nel corpo umano fino a generare dipendenza dai dispositivi con accesso a internet. Il libro della sociologa americana Jane Twenge, “iGen” (“Iperconnessi”, già tradotto in Italiano) lo ha dimostrato chiaramente. Depressioni, dipendenze, apatia, indottrinamento. Il 30 dicembre 2017 Augusto Biasini, già primario dell’ospedale di Cesena, sul Qn aveva lanciato il medesimo allarme parlando di pazienti da lui in cura fin dall’età di 10 anni, che “non riuscivano a staccarsi dal Display” e che “sono più depressi, vulnerabili psicologicamente, degli estranei anche per i loro genitori”. L’ex primario raccontava di un numero di giovani/bambini che tende ad uscire con gli amici calato del 40 per cento. E questo molto prima del lockdown.

Se si pensa poi che il professore emerito di Neoroscienze alla Normale di Pisa, Lamberto Maffei, ha dimostrato che i neuroni cerebrali del cervello stanno mutando a causa dell’uso dei media digitarli, si capisce che il problema della scuola a distanza non è di poco conto: in sintesi, abituare il cervello alla velocità, nota il professore, ha portato allo spegnimento dei neuroni del pensiero lento, necessari alla riflessione, approfondimento e apprendimento.

“Monitoring the future”, sovvenzionato dal dipartimento della Salute americano, e citato da Twenge, ha rilevato un 56 per cento di possibilità in più di essere infelici negli studenti di 14 anni che passavano 10 ore o più alla settimana su internet. Al contrario per chi vive una vita sportiva e sociale i sintomi depressivi si riducono di molto. L’altra problematica legata all’uso di tablet, pc e cellulari, sottolineato da La Croix, soprattutto quando i genitori sono assenti, non è solo il facile accesso ai videogiochi ma anche alla pornografia, che genera una dipendenza gravissima insieme ad una visione distorta del mondo. Infine, c'è il problema della privacy dei bambini e delle classi, segnalato dal Garante italiano.

In italia, la psicologa Giuliana Guadagnini, esperta in patologie legate alla realtà virtuale, ha accennato invece del problema educativo emerso nei mesi del lockdown: "Quello a cui non eravamo preparati però erano le possibili conseguenze negative legate all’insegnamento online: mentre prima a scuola era vietato l’uso del cellulare e le riprese con lo smartphone, ora chi controlla? È molto più complesso. E questo dà vita a una serie di comportamenti irrispettosi per i docenti e per i compagni che vogliono effettivamente seguire la lezione... Non è affatto semplice essere autorevoli quando c’è uno schermo di mezzo".

Insomma, non solo la scuola che dovrebbe occuparsi dell'educazione e dell'apprendimento, prima che della salute, si è trasformata in una agenzia sanitaria, ma un ministero della Salute, sacrificando tutto ad essa, non tiene conto di quella dei cittadini che rappresentano il futuro dell'Italia. C'è davvero qualcosa che non torna.