• IL BELLO DELLA LITURGIA

La deposizione di Gesù, Colui che ci offre la vita nuova

Conservata nella Cattedrale di Parma, questa Deposizione fu realizzata nel 1178 dallo scultore Benedetto Antelami. La Croce divide l’opera esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare. E Lui, il Crocifisso, ha le braccia spalancate, che sembrano volerci contenere nel suo amore.

Benedetto Antelami, Deposizione, Parma - Cattedrale di Santa Maria Assunta

“Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono”. (Eb 5, 8-9)


Sono scarse le notizie documentarie rispetto a Benedetto Antelami: ancora più preziosa risulta essere, dunque, l’epigrafe della Deposizione conservata nella Cattedrale di Parma, firmata e datata dal suo artefice. Vi si legge che nel 1178 l’opera fu realizzata dallo scultore Benedictus Antelami, rivelando quest’ultima annotazione la provenienza del maestro, la Val d’Intelvi che, a nord del territorio comasco, era stata patria anche dei maestri campionesi, protagonisti insieme al nostro autore del processo di modernizzazione gotica delle arti figurative. Il tutto avvenne, si legge, nel “mense secundo” di quel preciso anno, dunque aprile, essendo marzo il primo nella computazione del tempo medievale. Forse proprio durante la Settimana Santa.

Il rilievo è scolpito su una lastra di marmo rosa di Verona, l’unica superstite delle tre concepite per la decorazione del pulpito, andato poi distrutto, della Cattedrale: oggi si può ammirare lungo il braccio meridionale del transetto. Nel suo rigore compositivo, quasi ieratico, la scena, incorniciata da classici motivi floreali incisi con l’antica tecnica del niello, si rivela densa di significativi rimandi. La Croce la divide esattamente a metà, separando l’umanità illuminata dal sole, alla destra di Cristo, da quella immersa nella tenebra lunare, in posizione simmetrica.

Figure simboliche si aggiungono ai personaggi storici. Due piccole donne, ai lati del Crocefisso, personificano la Chiesa, trionfante con lo stendardo alzato, e la Sinagoga: a quest’ultima l’arcangelo Raffaele fa chinare il capo, in segno di sottomissione al Messia che ha, infine, compiuto la Sua promessa. Il suo vessillo è ripiegato a terra con l’asta spezzata: ha gli occhi chiusi perché non ha saputo “vedere”.  Come non hanno creduto i soldati romani che, lì accanto, si giocano a dadi la tunica di Gesù. Uno solo tra loro, il centurione armato di spada e di scudo, alza la mano e lo sguardo in direzione di Cristo. L’incisione didascalica ci riferisce le sue parole: vere iste Filius Dei erat, “veramente costui era Figlio di Dio”.

Noi lo sappiamo e lo sapevano anche quelli che occupano lo spazio a destra della Croce: le pie donne, la cui presenza evoca la Resurrezione, e san Giovanni, il discepolo prediletto, preceduto da Maria che, colma di amore e di dolore, si porta al viso il braccio del Figlio deposto. Altrettanto commoventi sono i gesti di Giuseppe d’Arimatea che bacia il costato del Cristo, e di Nicodemo, arrampicato sui pioli di una scala, intento a estrarre il secondo chiodo dalla mano di Gesù.

Al centro di tutto c’è il Crocefisso, scolpito più grande, in proporzione, rispetto agli astanti. Su di Lui è calamitato il nostro sguardo, e sulle Sue braccia che, spalancate, sembrano volerci contenere nel Suo amorevole abbraccio che il sacrificio appena compiuto rende ancora più potente. Almeno quanto la Vita, d’ora in poi nuova, che già ricomincia nelle gemme del legno della Croce, preannunciando la Resurrezione.