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La crisi esige nuovi orizzonti

Il problema europeo non è contingente ma struttturale, perché legato all'andamento demografico che registra un costante invecchiamento della popolazione. Vanno costruiti nuovi equilibri sociali ed economici.


C'è una domanda che risuona spesso quando in qualche dibattito partecipa un economista. “Quando usciremo dalla crisi?”. Le risposte di solito sono interlocutorie, nessuno ha più il coraggio di fare previsioni. Anche perché c'è un piccolo particolare di cui tener conto: la domanda è sbagliata. E' come chiedere a una nave di imboccare un'autostrada. Perché con il termine crisi si intende tradizionalmente un momento congiunturale, una flessione momentanea, un andamento negativo di un ciclo economico destinato prima o poi a riprendersi. Questa volta non è così.

Siamo ormai chiaramente di fronte ad un cambiamento strutturale, all'insostenibilità del precedente modello di valori economici, ad un mutamento sempre più sensibile dei rapporti tra economia e società.

Al primo posto un elemento che è alla base anche di tutti gli altri fattori di crisi: l'andamento demografico. L'ultimo rapporto sull'economia globale e l'Italia elaborato dal Centro Einaudi e curato da Mario Deaglio pone proprio “la dimensione demografica” in prima fila tra le sette debolezze dell'Europa. In secondo piano sono gli squilibri globali di tipo monetario, le posizioni ultraortodosse dei tedeschi, il vizio d'origine politico dell'euro, le scelte geo-economiche della Germania, un ipotetico complotto internazionale ed infine una dimensione “psicoanalitica” che è costituita essenzialmente dalle paure ancora una volta tedesche verso il debito e l'inflazione.

Ma restiamo alla dimensione demografica con i dati sintetici, ma estremamente significativi della Banca mondiale elaborati dal Centro Einaudi. Quello che appare con chiarezza in Europa è il sorpasso delle classi di età più anziane su quelle più giovani. Trent'anni fa un europeo ogni cinque aveva meno di 14 anni, lo scorso anno era un europeo ogni sette. E allo stesso modo se trent'anni fa gli anziani, oltre 65 anni, erano solo il 13,3%, lo scorso anno questa percentuale era salito al 17,6% superando nettamente gli under 14 fermi al 14,5%. Anche gli Stati Uniti hanno visto salire la quota degli anziani e diminuire quella dei giovani, ma ad un ritmo molto più lento anche se ugualmente preoccupante.

Per l'Italia i dati sono ancora più allarmanti. L'indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra i minori di 14 anni e i maggiori di 65 era a quota 61,7 nel 1981 ed è salito a 144,5 nel 2011 con una proiezione statistica di 207 nel 2030. La natalità in Italia è molto al di sotto del livello che sarebbe necessario per mantenere stabile la popolazione e rispetto agli anni del “baby boom” la nascite si sono praticamente dimezzate: erano state 929mila nel 1961, si sono fermate a 540 mila lo scorso anno e poco più di 100mila di queste sono avvenute da parte di almeno un genitore straniero.

Il fattore demografico non vuol dire solo riduzione dei consumi, minore domanda di nuove case, più limitata spinta agli investimenti, ma anche sul fronte opposto crescita delle spese previdenziali e sanitarie perché per fortuna si vive più a lungo e aumentano le possibilità di assistenza e di cura.

La crescita economica degli anni '80 e '90 aveva quasi permesso di nascondere questi problemi anche grazie alla facilità con cui i Paesi potevano indebitarsi per far fronte a questi squilibri. E in Europa l'introduzione dell'euro ha permesso un ulteriore decennio di tassi di interesse particolarmente bassi e quindi di forte possibilità di contrarre altri debiti.

Ma la crisi americana del 2008/2009 ha bruscamente interrotto i circuiti finanziari e ha portato a galla la debolezza strutturale dell'Europa. Ed eccoci di fronte ad una crisi che è di struttura perché sarà impossibile tornare al passato con tanti giovani e pochi vecchi e sarà necessario trovare un nuovo equilibrio tra tasse, consumi, spese previdenziali e investimenti produttivi.

La politica avrà nei prossimi anni una responsabilità molto grande, la responsabilità di costruire nuovi equilibri economici e sociali evitando che agiscano solo le forze del mercato, quelle che creano i nuovi equilibri attraverso l'inflazione, (la più ingiusta di tutte le tasse) o il fallimento in stile argentino.