• LA POLEMICA

La Chiesa non può approvare la legalizzazione del suicidio assistito

È grave che due membri della Pontificia Accademia per la Vita, parlando del caso Italia, si siano schierati a favore della legalizzazione del suicidio assistito. Questa, che è contraria alla dottrina della Chiesa, non è e non può essere la posizione dell'Accademia.

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Jean-Marie Le Méné

Due testi stanno seminando confusione sul suicidio assistito, che è in discussione in questo momento in Italia. Il primo è un articolo di padre Carlo Casalone, gesuita, pubblicato il 15 gennaio nella rivista La Civiltà Cattolica, con il titolo «La discussione parlamentare sul suicidio assistito». Il secondo è un commento di Mme Marie-Jo Thiel ospitato da un quotidiano. Entrambi i firmatari sono membri della Pontificia Accademia per la Vita e convengono sul fatto che le loro rispettive posizioni siano in contrasto con la dottrina della Chiesa.
Da un articolo all’altro, il caso italiano porta ad una generalizzazione che anticiperebbe un capovolgimento della posizione della Chiesa universale sul suicidio assistito. Ce n’è abbastanza perché il quotidiano La Croix titoli: «Suicidio assistito, la svolta strategica del Vaticano sulla bioetica». Come se la cosa fosse stata decisa. L’articolo non esita ad affermare: «La Pontificia Accademia per la Vita si è mostrata di recente favorevole al fatto che la Chiesa italiana non si opponga alla legislazione sul suicidio assistito». Ora, che le persone si esprimano a titolo personale è una cosa. Il fatto però che le loro posizioni impegnino ufficialmente la Pontificia Accademia per la Vita è un’altra.

Il secondo punto è il più importante. Consentite all’autore di queste righe, membro della Pontificia Accademia per la Vita, di fugare ogni dubbio. È chiaro che i membri dell’Accademia non sono stati consultati, e per fortuna. Voluta da Sua Santità papa Giovanni Paolo II e creata con il professor Jérôme Lejeune, che ne è stato il primo presidente, l’Accademia non può per definizione sostenere posizioni contrarie al magistero della Chiesa, in un ambito in cui, oltretutto, essa non fa che trasmettere una sapienza millenaria. È un fatto che il rispetto della vita umana ripreso dalla Chiesa è una regola d’oro di molto anteriore alla Rivelazione cristiana. Il comandamento negativo di non uccidere per i credenti risale al Decalogo. Ma esiste anche per i non credenti. Si pensi per esempio al giuramento d’Ippocrate (400 anni prima di Cristo). Non uccidere è una delle leggi non scritte, ma inscritte nel cuore dell’uomo. Né l’Accademia né la Chiesa cattolica hanno alcun potere su questo divieto fondamentale.

«L’assistenza al suicidio è già una forma d’eutanasia»
Rimane ancora da dire una parola su questi due testi. L’articolo di padre Casalone ritiene di poter trovare nel suicidio assistito un modo per ostacolare la legalizzazione dell’eutanasia. Addurre a pretesto il male minore per sfuggire a quello maggiore. La conseguenza è ineluttabile. Quando si tollera, è già troppo tardi. Il colmo è invocare papa Francesco, che è sempre stato chiaro. Il 9 febbraio, durante l’Udienza generale, aveva ricordato: «Dobbiamo accompagnare fino alla morte, ma non provocare la morte, né contribuire ad alcuna forma di suicidio».  È altresì pretestuoso dare un’interpretazione personale di quanto la Chiesa insegna sulle “leggi imperfette”.

L’enciclica Evangelium Vitae (articolo 73) precisa che è legittimo votare una legge più restrittiva per cambiare una legge più permissiva, ma solamente se quest’ultima è già in vigore. In tal caso non si avrebbe alcuna collaborazione con una legge iniqua ma, al contrario, una limitazione dei suoi effetti. Nel caso del suicidio assistito il ragionamento non funziona, in quanto si tratterebbe di porre in essere deliberatamente una legge malvagia per evitarne un’altra futura, che sarebbe più malvagia. Ora, l’assistenza al suicidio è già una forma di eutanasia. E la legge che si pretende di evitare arriverà ancora più velocemente. Niente e nessuno impedirà di estendere la trasgressione iniziale, che invita la medicina a procurare la morte.

Come la regolamentazione dell’aborto conduce – lo vediamo – al suo riconoscimento quale diritto fondamentale, anche l’eutanasia seguirà lo stesso percorso.

Quanto al commento di Mme Thiel, esso fornisce il supporto francese all’ingerenza del gesuita nella politica italiana e stigmatizza «i partigiani della sacralizzazione assoluta della vita che non perdono occasione di criticare e condannare». Mentre padre Casalone non riferisce della sua appartenenza alla Pontificia Accademia, Mme Thiel ritiene di dover fare questa precisazione sia per lui che per se stessa. Sarebbe stato più rispettoso non compromettere la Pontificia Accademia per la Vita. I suoi membri, che a norma di statuto sono difensori della vita, non vogliono che si possa pensare che la Chiesa ponga la prima pietra dell’eutanasia in Italia. Né altrove.

* Presidente della Fondazione Lejeune, membro della Pontificia Accademia per la Vita. Questo articolo è apparso originariamente su Le Figaro il 14 febbraio.

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