• PADRE GABRIELE

La Chiesa inglese vicina ad Alfie? Ecco come è andata

Dopo essersi reso disponibile e strumento di un miracolo per la vita di Alfie, padre Gabriele è stato richiamato nella sua parrocchia, mentre il vescovo di Liverpool si recava dal papa ad assicurarlo di aver fatto il possibile per Alfie e a difendere l’ospedale. In realtà il sacerdote italiano, attaccato dalla stampa progressita, ha solo supplito alle mancanze della Chiesa inglese.

Aver visto don Gabriele partire da Londra per mettersi a fianco alla famiglia di Alfie Evans ci ha riempito il cuore di conforto, dopo i numerosi tentativi di cercare l’aiuto e la vicinanza della Chiesa inglese senza ottenere risposta. Don Gabriele è stato eroico, rendendosi disponibile prima a pregare nella stanza di Alfie, a «portare Cristo» al piccolo e «la sua potenza guaritrice» e poi a pregare nella sua stanza dopo il distacco della ventilazione, vegliando giorno e notte su Alfie. Don Gabriele, come ci aveva detto Thomas, ha portato la Chiesa da Alfie: «Non potevo portare Alfie in Chiesa ma abbiamo portato la Chiesa ad Alfie».

Siamo certi che se è avvenuto il miracolo della respirazione autonoma di Alfie, nonostante il giudice Hayden abbia ripetuto che sarebbe morto subito, è anche grazie a lui che lo ha domandato insieme a migliaia di persone. Eppure ieri è stato richiamato a Londra nella sua parrocchia, mentre il vescovo di Liverpool si recava dal Papa ad assicurarlo di aver fatto il possibile per la famiglia di Alfie e a difendere l’ospedale.

Spiace quando l'unica cosa a cui dovremmo guardare in queste ore è la vittoria di Dio attraverso un bambino che sta cambiando i cuori e il mondo (e la cui vita è stata giudicata “priva di senso” dai medici dell’ospedale), ma per dovere di cronaca e per gli attacchi ricevuti da don Gabriele dobbiamo raccontare come sono andate veramente le cose.

Dopo aver presentato la richiesta d’asilo per Alfie in Vaticano il 28 marzo scorso, grazie all’aiuto di monsignor Francesco Cavina, Thomas, il papà di Alfie, ha provato ripetutamente a cercare un sacerdote che chiedesse un appuntamento per lui dal nunzio di Londra, Edward Joseph Adams. Così, da venerdì 30 marzo a domenica primo aprile, abbiamo cercato insieme a lui un sacerdote senza trovarne nessuno disponibile.

Thomas ha quindi provato a chiamare direttamente la nunziatura ed è riuscito a comunicare con Adams, il quale gli ha detto che il papa si era interessato al suo caso. Anche noi, su richiesta di Thomas, abbiamo provato a contattarlo ma non era stato possibile sapere di più. Per oltre una settimana il papà di Alfie ha dichiarato alla stampa il proprio desiderio di essere aiutato dal papa e dalla Chiesa chiedendo di ricevere una risposta alla sua richiesta. Il 4 aprile il papa twittava auspicando che «la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata». A quel punto abbiamo provato a contattare il capo della conferenza episcopale inglese, il cardinal Vincent Gerard Nichols chiedendo di poter parlare con lui di Alfie e della sua situazione, ma il 9 aprile, l’addetto stampa del vescovo ci ha risposto che «sfortunatamente in questa fase il cardinale non è in grado concedere un’intervista su Alfie».

Abbiamo quindi chiamato la diocesi di Liverpool chiedendo di parlare con il vescovo Malcolm Patrick McMahon, ci hanno chiesto di comunicare i nostri recapiti e il motivo della chiamata, ma non siamo più stati contattati. Siamo poi partiti per Liverpool e il giorno successivo al tentativo di Thomas di portare Alfie fuori dall’ospedale, dopo aver visto la polizia alle porte della stanza del piccolo e assistendo alle pressioni continue sulla sua famiglia, abbiamo provato, senza successo, a cercare il vescovo telefonicamente. A quel punto abbiamo cercato il vescovo ausiliare, Thomas Anthony Williams, sia telefonicamente sia tramite posta elettronica, spiegando del «calvario di Alfie Evans» e supplicando di essere ascoltati su quanto «ho visto in questi giorni all’ospedale».

Nel pomeriggio ci siamo quindi recati presso gli uffici della diocesi che però erano chiusi. A quel punto siamo andati a casa del vescovo McMahon che non era presente, motivo per cui gli abbiamo lasciato una lettera in cui gli chiedevamo, fornendo i nostri recapiti, di venire in ospedale a dare il proprio conforto spirituale ad Alfie e alla sua famiglia.

Solo successivamente abbiamo ricevuto notizia che il 13 aprile McMahon aveva rilasciato un comunicato spiegando di non aver incontrato la famiglia e che, a quanto si sapeva, Thomas Evans non era cattolico. Il 15 aprile il nostro giornale parlava dell’accaduto. Dopo la Messa domenicale in una parrocchia vicina all’ospedale abbiamo domandato al sacerdote celebrante se era a conoscenza della vicenda legata alla vita di Alfie Evans. Come tutti a Liverpool, il prete ci ha risposto di sì. Abbiamo domandato a lui se poteva venire a trovare la famiglia e a portare la sua benedizione al piccolo, ma la risposta è stata questa: «It’s not my job». Qualche minuto dopo il papa parlava di Alfie al Regina Coeli, perciò siamo ritornati dal sacerdote mostrandogli il messaggio del pontefice, ma oltre ad un «Oh that’s nice, but I have to go» (Bello, ma devo andare), non abbiamo ottenuto niente.

La sera stessa abbiamo chiamato il cappellano anglicano dell’Alder Hey Hospital, David Williams, incaricato di gestire l’assistenza spirituale delle varie confessioni religiose, lasciando un messaggio in segreteria. Gli abbiamo anche mandato una email raccontando che Thomas Evans aveva scritto una lettera in risposta al vescovo cattolico di Liverpool sul fatto che lui e Alfie erano cattolici e chiedendogli il perché di tanta confusione. Ancora una volta, dopo aver lasciato i nostri recapiti, non abbiamo ricevuto risposta.

Finalmente, la sera stessa, padre Gabriele, che da Londra seguiva Alfie attraverso il nostro giornale, ci ha scritto rendendosi disponibile a stare vicino alla famiglia. Così ha fatto. Il giorno successivo il sacerdote era a Liverpool. Martedì 17, quando l'incontro fra lui, Alfie e la sua famiglia è stato reso noto, il cappellano anglicano David Williams ci ha raggiunti per spiegarci che avremmo dovuto contattarlo. Gli abbiamo risposto che ci avevamo provato e che quando la famiglia lo aveva chiamato in passato, invece che un sacerdote si era presentata una laica. L'unica replica del reverendo è stata sul fatto che dalle foto si vedeva che padre Gabriele, nella stanza di Alfie, non si era rimboccato le maniche della camicia come richiesto dal regolamento. Il giorno seguente, mercoledì 18 aprile, il papa concedeva udienza a Thomas che domandava direttamente a lui benedizione e sostegno nella lotta per la vita di Alfie che «appartiene solo a Dio».

Quando poi, domenica 22 aprile, abbiamo saputo che il giorno successivo avrebbero avviato il protocollo di esecuzione per uccidere Alfie, abbiamo contattato nuovamente padre Gabriele su richiesta della famiglia del piccolo. Il sacerdote è partito di nuovo per Liverpool e, oltre ad aver pregato sul bambino, ha richiamato, come è dovere di ogni sacerdote, le coscienze del personale sanitario che stava privando Alfie della ventilazione. Ma ieri, dopo una lunga telefonata con il vescovo di Liverpool e una email da parte del presidente della Conferenza episcopale inglese, il sacerdote è dovuto rientrare a Londra. Anche l’ospedale ha fatto capire al sacerdote che ha vegliato per tre giorni di fila su Alfie (in una stanza priva di altri letti) che la sua presenza non era gradita.

Sempre ieri sera scoprivamo che McMahon era stato a Roma dal papa per spiegargli quanto la Chiesa inglese fosse vicina alla famiglia di Alfie e quanto i medici dell’Alder Hey Hopital fossero compassionevoli come quelli italiani. In udienza avevamo sentito paragonare dal papa in persona il coraggio di Thomas a quello di Dio. Non ci aspettavamo lo stesso per il sacerdote, ma almeno un grazie da parte di tutta la Chiesa inglese, e non solo, quello sì. Non è arrivato dai vescovi, ma per il popolo di Alfie padre Gabriele è un eroe.